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Ragazzi fragili o adulti assenti? Il problema non è dove pensiamo

Il disagio silenzioso dei giovani

Luca Parodi by Luca Parodi
Marzo 31, 2026
in Primo Piano, Riflessioni, scuola
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Ragazzi fragili o adulti assenti Il problema non è dove pensiamo
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Il disagio giovanile cresce in un mondo che amplifica emozioni e pressioni. Social, scuola e famiglia faticano a offrire strumenti adeguati. Non è colpa dei ragazzi: è un sistema che li espone senza prepararli davvero a gestire ciò che provano.

Il disagio silenzioso dei giovani

La vicenda del ragazzo di 13 anni della provincia di Bergamo ci obbliga a fermarci. Non per giudicare, non per cercare un colpevole immediato, ma per porci domande più profonde. Perché oggi, sempre più spesso, il mondo emotivo di un tredicenne appare fragile, amplificato, talvolta ingestibile? Non si tratta di un caso isolato. È il riflesso di un malessere diffuso. Emozioni grandi in corpi ancora piccoli.

A tredici anni (ma anche durante tutta l’adolescenza) si vive tutto al massimo. È sempre stato così. Ma oggi c’è una differenza sostanziale: ogni emozione viene amplificata.

Un litigio non resta più confinato tra i banchi di scuola. Una delusione non si esaurisce nel tempo di una giornata. Tutto viene esposto, condiviso, commentato. I social, gli smartphone, la connessione continua trasformano ogni esperienza in qualcosa di più grande, più pesante, più difficile da gestire.

Per un ragazzo, un piccolo problema può diventare una montagna. E spesso manca ancora la capacità di ridimensionarlo. Famiglia, scuola, società: di chi è la responsabilità? La domanda sorge spontanea: dove stiamo sbagliando? È facile puntare il dito. Ma la verità è più complessa.

Le famiglie spesso si trovano impreparate, strette tra ritmi frenetici e difficoltà nel comunicare davvero con i figli. Non sempre mancano i valori, ma a volte manca il tempo o il linguaggio giusto per trasmetterli. La scuola è chiamata a un compito enorme: non solo insegnare, ma anche educare, ascoltare, comprendere, e non sempre ha strumenti e risorse sufficienti per farlo. La società dal canto suo continua a mandare messaggi contraddittori: chiede ai ragazzi di essere forti, performanti, sicuri, ma allo stesso tempo li espone a modelli irraggiungibili e ad una pressione costante. I media e la tecnologia amplificano tutto. Ogni emozione, ogni errore, ogni fragilità diventa visibile, giudicabile, permanente. La realtà è che non esiste un solo colpevole. Esiste un sistema complesso in cui ogni elemento influisce sull’altro.

Tra le varie attivita’ che porto avanti nel mio tempo libero, seguo una squadra di calcio Under-14: e nel mio piccolo, anche li in prima persona, vedo che basta poco per far emergere sentimenti contrastanti e improvvisi: frustrazione, rabbia, entusiasmo, paura. Un errore in campo può scatenare reazioni sproporzionate. Una parola tra compagni nello spogliatoio può scatenare l’imprevedibile.

E questo succede non perché questi ragazzi siano piu’ maleducati o più deboli di quelli di una volta, ma perché spesso non hanno ancora gli strumenti per gestire ciò che provano. Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’educatore. Allenatori, insegnanti, dirigenti sportivi: il loro compito non è solo tecnico. È anche e soprattutto umano. Significa saper leggere le emozioni, capire le differenze, accettare che ogni ragazzo è un mondo a sé. Mediare, ascoltare, parlare: non sono optional. Ma reali necessità.

Educare oggi è più difficile, ma anche più importante. Non si tratta solo di insegnare a vincere una partita o a prendere un buon voto. Si tratta di aiutare questi ragazzi a diventare adulti equilibrati, capaci di gestire le emozioni, di affrontare le difficoltà senza esserne travolti.
Questo richiede tempo, presenza, coerenza e richiede adulti disposti a mettersi in gioco.

E quindi, qual è il problema?  Forse la domanda giusta non è “di chi è la colpa”, ma:
Stiamo davvero ascoltando i nostri ragazzi?
Stiamo insegnando loro a gestire le emozioni o solo a nasconderle?
Stiamo offrendo esempi credibili o modelli irraggiungibili?

A mio avviso non esistono soluzioni semplici, ma alcune direzioni sì: incrementare il dialogo reale, diminuendo la comunicazione superficiale. Vi è la necessita’ di mettere in gioco una educazione emotiva, non solo scolastica o sportiva. Tutto condito da un uso consapevole della tecnologia.

Soprattutto, serve una presa di coscienza collettiva: i ragazzi non stanno “sbagliando” da soli. Stanno crescendo dentro un contesto che spesso li mette in difficoltà.
Il tredicenne di oggi non è molto diverso da quello di ieri. Ma il mondo intorno a lui sì.
E allora forse il vero compito degli adulti è proprio questo: ridurre il rumore, dare strumenti, offrire punti fermi concreti.

Perché dietro ogni reazione sproporzionata, ogni scatto d’ira, ogni fragilità, c’è quasi sempre la stessa cosa: un ragazzo che sta cercando di capire come stare al mondo.
E non sempre trova qualcuno che gli insegni davvero come farlo.

 

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striscia rossa

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Leggi gli articoli di Forza Lavoro anche su Kulturjam.it

 

Tags: disagio adolescenzialeeducazioneemozionifamigliagiovaniscuolasocial media
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