Nel caos seguito all’affermazione del “NO” al referendum mascherato dalla separazione delle carriere in magistratura che, di fatto, in caso di vittoria del “SI” sarebbe stato il primo passo verso uno stupro della Costituzione e il presidenzialismo, le dimissioni di ministri e sottosegretari e del capogruppo di Forza Italia al Senato sono state tardive, pilotate da forze esterne ma contigue al governo, nonché di palese frustrazione per non aver potuto condurre in porto i disegni “criminali” (non solo nei confronti della Costituzione).
Ma la maggioranza e il governo Meloni, sconfitto in casa con risultato pesante, non si sono riprese bene dal “colpo” e, mentre preannunciano (autocelebrandosi, come sempre) saggezza ed equilibrio, fanno uscire dal cilindro del mago il nome del sostituto del fascio-berlusconista Gasparri: Stefania Craxi.
Al di là di ogni richiamo al diritto di oblio, evidentemente questa destra non sa (o non può) esprimere personaggi che non abbiano frequentato aule di tribunali (e non da avvocati o magistrati, naturalmente).
L’aspetto più raccapricciante di questa scelta, però, previa liquidazione di un TFR politicamente sostanzioso al politico romano pasciuto a pane e fiamma tricolore missina, è che la Craxi viene indicata attraverso i media come espressione del socialismo liberale.
Premesso che non è noto se i fratelli Craxi conoscano bene la storia del socialismo, va ricordato che il pluralismo ha sempre caratterizzato il pensiero e l’azione del Partito Socialista in Italia (e non solo in Italia) e che il “socialismo liberale” è stato al centro di un grande dibattito nella prima metà del Novecento e si poneva di conciliare l’idea di libertà individuale con quella della giustizia sociale. Le teorie di Carlo Rosselli sono state sviscerate su un testo dal titolo – appunto – “Socialismo liberale”, pubblicato a Parigi quasi un secolo fa (nel 1930). Alla Craxi e a tutti i “socialisti liberali” di oggi sarà opportuno rammentare la fine che fece Carlo Rosselli, assieme al fratello Nello, per mano del fascismo, che li fece uccidere in Francia. I Rosselli erano antifascisti, i cosiddetti “socialisti liberali” di oggi invece vanno a braccetto con i neofascisti.
La teoria di Rosselli è stata ripresa verso la fine dello scorso secolo attraverso, soprattutto, due saggi critici di Norberto Bobbio (“Attualità del socialismo liberale” e “Tradizione ed eredità del liberalsocialismo”), ma anche altri autori, tra i quali Valdo Spini, e non è certo un “socialismo liberale” quello che in tanti hanno collegato negli scorsi anni addirittura a Berlusconi (!), che faceva anche grande confusione tra liberismo, liberalismo e libertinaggio, né si tratta di un ossimoro. Più di recente si è piccato di diffondere la cultura del socialismo liberale finanche un personaggi equivoco (politicamente) come Calenda (!), ma va ricordato che anche Antonio Gramsci, nei “Quaderni del carcere” riflette sui concetti di libertà, egemonia e Stato, con alcuni punti di contatto – superando ogni aspetto dogmatico – con le sintesi tra libertà liberale e uguaglianza socialista.
Si, la staticità del pensiero socialista, sempre permeata comunque di tolleranza e di propensione al dialogo, come quella di altre ideologie che hanno una storia, nel corso del ‘900 e in questi primi anni di questo secolo ha ceduto il passo, in più ambiti, all’adattamento a contesti democratici con l’assimilazione di modelli misti come le economie di mercato, ma i capisaldi del socialismo, nato dopo la Rivoluzione Industriale per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori, continuano a essere quelli del “socialismo scientifico” di Karl Marx e Friedrich Engels.
Abbiamo visto come la ricusazione del marxismo, qualche decennio fa, privilegiando Proudhon (teorico del socialismo libertario), abbia poi nel tempo arrecato nocumento al movimento socialista, soprattutto in Italia.

