In un periodo in cui l’obiettivo della destra al potere è quello di dare al Paese una nuova legge elettorale, già definita “truffa-bis”, e di defenestrare (in maniera incruenta, ci auguriamo) il presidente Mattarella (dopo aver infangato la memoria di Scalfaro, antifascista che aveva partecipato alla Lotta per la Resistenza), le questioni internazionali sollevate da manifeste incapacità generali e diplomatiche legate alla sudditanza verso l’asse USA-Israele, assieme ad altre “invenzioni” tutte prive di fondamento, come le presunte spalle girate dalla CGIL a Marcinelle, senza dire della “trasparenza” dimostrata nella gestione del “caso Delmastro” (l’attuale governo pare abbia salvato più esponenti dell’esecutivo o del Parlamento che naufraghi nel Mediterraneo), muore un personaggio il cui nome ha caratterizzato la Prima Repubblica e ha determinato, per molti versi interpretandolo con ancor più ampia negatività, la gestione della politica italiana degli ultimi anni.
Massimiliano Cencelli, scomparso il 9 agosto di quest’anno, non era un deputato o un senatore, ma un funzionario della Democrazia Cristiana. È il “padre” del noto “Manuale Cencelli”, un testo che non è stato mai pubblicato e del quale esistono poche copie dattiloscritte con carta a carbone (venne redatto negli anni sessanta).
Un documento che, però, viene citato su più testi universitari nelle facoltà di Giurisprudenza e Scienze Politiche. Secondo il “manuale”, se un partito rappresenta, ad esempio, il 40% della forza politica di una coalizione, dovrebbe ricevere una quota simile degli incarichi disponibili, che vengono considerati anche in base alla loro importanza e al loro “peso” politico. Un ministero particolarmente importante veniva (e viene tuttora) considerato di maggior peso specifico a un incarico di minore responsabilità. L’obiettivo, in un periodo in cui, stante la maggioranza relativa della DC, era caratterizzato da governi di coalizione “disomogenei”, era quello di assicurare e mantenere gli equilibri politici interni, allo scopo di evitare che un partito o una corrente potesse ottenere una notevole influenza rispetto al proprio “peso”.
Un “metodo organizzativo”, quindi, destinato ad una gestione quanto più possibile coerente ed equa all’interno delle forze di governo, mutuato anche nelle società a capitale pubblico (erano tante, prima delle privatizzazioni) e finanche in quelle a capitale privato, a prescindere dalle quote detenute.
Lo stesso Cencelli, in un’intervista del 25 luglio 2003 al quotidiano cattolico “Avvenire”, ne aveva chiarito gli scopi: «Nel 1967 Adolfo Sarti, con Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani fondò al congresso di Milano la corrente dei ‘pontieri’, cosiddetta perché doveva fare da ponte fra maggioranza e sinistra. Ottenemmo il 12% ed erano da decidere gli incarichi in direzione. Allora io proposi: se abbiamo il 12%, come nel Consiglio di Amministrazione di una Società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute, lo stesso deve avvenire per gli incarichi di partito e di governo in base alle tessere. Sarti mi disse di lavorarci su. In quel modo Taviani mantenne l’Interno, Gaspari divenne Sottosegretario alle Poste, Cossiga alla Difesa, Sarti al Turismo e Spettacolo. La cosa divenne di pubblico dominio perché durante le crisi di governo Sarti, che amava scherzare, rispondeva sempre ai giornalisti che volevano anticipazioni: chiedetelo a Cencelli.»
Il “metodo” ha perso, nel tempo, la sua applicazione originaria (mutuata dagli altri partiti di governo della Prima Repubblica e finanche dal Pci nella formazione dei “governi-ombra”), ma il “manuale Cencelli” rimane un riferimento inequivocabile alle logiche di distribuzione (leggasi lottizzazione) del potere. Anche nell’attuale esecutivo di destra, ben caratterizzato però da incarichi di governo e di sottogoverno in favore di parenti sino al quarto grado, al pari di quanto avviene nelle giunte regionali generate dalle medesime coalizioni.
Un metodo di “finta democrazia”, in fondo, legato più al potere che al merito per amministrare il Paese o le Regioni, tant’è che la definizione “manuale Cencelli” viene utilizzata in senso ironico e dispregiativo per simboleggiare nomine decise in una logica di spartizione che ha avuto (ed ha) più peso del criterio della competenza. Un “metodo” che non ha certo giovato alle sorti dell’Italia.

