In uno Stato ancora concordatario, serve una scuola pubblica davvero laica e interculturale: mediatori linguistici formati, stop ai privilegi dell’IRC e spazio a una storia delle religioni aconfessionale, per una cittadinanza critica, libera e pluralista.
La scuola laica che serve all’Italia: mediatori interculturali e una vera storia delle religioni
L’approccio laico, pur in uno stato concordatario, deve essere riaffermato e al contempo aggiornato rispetto alle sfide del nostro complesso presente. La politica scolastica assunta dai vertici della chiesa cattolica dai primi anni Novanta può essere riassunta in due strategie complementari: consolidare e migliorare l’offerta formativa dell’IRC nella scuola pubblica e promuovere la parità scolastica della scuola cattolica con un suo finanziamento pubblico. Ci si può chiedere se l’attuale corso vaticano post-bergogliano possa consentire modifiche di tale quadro mediante mediazioni, tuttavia le risposte a tale quesito esulano dagli obiettivi di questo contributo.
Resta inderogabile l’esigenza di riaffermare il principio di libertà delle confessioni religiose e di eguaglianza fra loro davanti allo Stato (articolo 8 Cost.). In tal senso, occorre ripensare all’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole statali e alla sostanziale disparità di trattamento verso gli studenti che non se ne avvalgono (in assenza o in presenza di attività alternative previste dai singoli istituti): un contributo da sostenere proviene dalla legge di iniziativa popolare “Per la scuola della Costituzione”, che (art. 8 della proposta), dopo aver sostenuto il principio di rispetto della libertà religiosa e di pensiero, aveva previsto che le attività di chi faccia richiesta dell’IRC siano svolte in orario extracurricolare e che «cerimonie religiose e atti di culto non hanno luogo nei locali scolastici, né in orario scolastico».
Quanto alle scuole non statali, occorre ribadire l’assenza di oneri statali diretti per il loro funzionamento o per le loro iscrizioni (art. 33, c. 3 Cost.), in chiara contrapposizione ai cospicui finanziamenti per le scuole non statali, per lo più gestite da enti cattolici, erogati da tutti i governi precedenti, senza significative differenze.
I fenomeni migratori che stanno interessando l’Italia, come luogo di approdo, transito o anche domicilio, pongono a loro volta sfide inedite anche sul piano culturale e religioso per una sempre maggiore presenza di gruppi provenienti da altre culture e da altri continenti, in particolare dal Sud del mondo. Nel rigettare e contrastare qualunque posizione razzista, neocolonialista, eurocentrica e discriminatoria (anche nella versione edulcorata del progressismo liberale) e nel riaffermare i principi di pluralità e di libertà etico-religiose, la risposta multiculturale va valutata debole, compatibile con il sistema neoliberista e capace di fomentare quelle discriminazioni che vorrebbe superare, compartimentando la società su base etnico-culturale; va sostenuta invece una posizione interculturale critica, basata sul riconoscimento e promozione delle differenze, che ha il vantaggio di garantire i principi di pluralità e di libertà di scelte senza però scendere in una sorta di relativismo etico.
Una rinnovata concezione di laicità delle istituzioni pubbliche va pertanto declinata in chiave interculturale. I flussi migratori degli ultimi decenni e l’avanzare dei processi di secolarizzazione che caratterizzano l’Occidente tardo-capitalistico non hanno comportato una società post-religiosa, ma anzi un ritorno del fatto religioso sulla scena pubblica come vettore di ricostruzione di senso personale e collettivo in un contesto altrimenti abbandonato all’atomismo sociale e al conformismo di massa.
Mediatori linguistici e interculturali
Un numero crescente di studenti in Italia proviene da famiglie non italofone e/o è di recente immigrazione in età avanzata, pertanto senza la possibilità di poter frequentare un congruo numero di anni nella scuola primaria e apprendere le basi della nuova lingua veicolare. Per alcuni di questi un’insufficiente conoscenza dell’italiano si può associare a forme di disagio socio-culturale.
Per superare tali condizioni che impediscono di fatto il pieno sviluppo formativo degli studenti, vista l’esigenza di fornire un supporto didattico e formativo in chiave interculturale — non facilmente acquisibili dai docenti curriculari — va posta l’opportunità di istituire albi pubblici, con relativi percorsi di formazione e di accesso ai ruoli, di mediatori linguistici e culturali. Si tratta di superare l’attuale status dei mediatori, la cui prestazione è affidata a “buone pratiche” di singoli istituti, in genere tramite richiesta agli enti locali, cosicché la loro diffusione non appare omogenea.
Tale proposta è stata approvata all’unanimità come odg dal comitato direttivo della FLC Bari (27 settembre 2021) e poi riproposta dai sindacati alla Regione Puglia: in entrambi i casi non c’è stata una risposta positiva. Neppure la sua approvazione all’ultimo congresso nazionale FLC ha sortito esito differente.
In assenza di significativi deficit accertati dalle ASL, generalmente gli alunni di recente immigrazione nella scuola superiore usufruiscono di un proprio PDP – equiparati così alla categoria generale dei “Bisogni educativi speciali”, benché recentemente il Ministero abbia promosso un nuovo documento, il Piano Educativo Personalizzato (PEP), che fatica ad affermarsi nelle scuole. Tuttavia, da sole, le varie misure dispensative e compensative prevedibili non sembrano essere capaci di assolvere l’inclusione degli studenti di recente immigrazione, al di là della buona volontà e di buone pratiche di singoli istituti e docenti.
Si tratta di dare agli studenti di recente immigrazione una figura specializzata di riferimento che affianchi i docenti in orario curriculare ed eventualmente le famiglie in orario extracurriculare, una figura assimilabile a quella degli educatori: la figura dei mediatori linguistici e interculturali.
In presenza di un diffuso bisogno occorre fornire percorsi professionali pubblici e garantiti ai lavoratori interessati. L’istituzione di albi pubblici permette di evitare le forme contrattuali eterogenee, come avviene per gli educatori, su base territoriale. In tal senso, gli assunti sarebbero inquadrati nel contratto scuola con apposite normative e il loro campo di intervento riguarderebbe l’intera scuola dell’obbligo (6–16 anni).
La questione dell’IRC e la proposta di una storia delle religioni nella scuola italiana
Un dato strutturale segna la scuola pubblica: una mancata offerta formativa adeguata per gli studenti non avvalentisi dell’IRC. A parziale completamento dei vuoti legislativi, alcuni interventi giurisdizionali nel 1989 e 1990 hanno indicato che gli studenti non avvalentisi, essendo liberi di non seguire le attività alternative, possono lasciare la scuola durante l’ora di religione cattolica. Tale indicazione è molto diffusa, per cui, in presenza di alunni non avvalentisi, si tende a inserire ore di IRC all’inizio o al termine delle lezioni.
Un tipico approccio “all’italiana” prescrive che su questo tema le risposte siano a costo zero per le istituzioni. La creazione di un organico di potenziamento previsto dalla legge 107-2015 non ha colmato questa carenza. In alcune scuole eventuali attività alternative sono di complessa attuazione in assenza di adeguati finanziamenti, spazi, docenti e specifica valutazione; tale fenomeno si è poi congiunto con l’affermarsi dell’autonomia scolastica.
L’esigenza di passare da un insegnamento confessionale della religione, pur variamente declinato da sensibilità e capacità dei docenti di IRC, a un insegnamento storico-culturale sulle religioni rappresenta una proposta ricorrente in correnti minoritarie della cultura italiana, almeno a partire dalla controversia modernistica di inizio Novecento. Tale proposta è tuttora portata avanti da alcuni studiosi, fra cui lo scrivente. I dettagli di tale proposta andranno esposti in altra sede.
Prime annotazioni critiche sulle recenti modifiche alle Indicazioni nazionali
Nel mentre queste pagine erano composte (metà del gennaio 2025), il dibattito pubblico sulla scuola era segnato dal proposito di nuove Indicazioni Nazionali del primo ciclo, annunciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito mediante interviste e interventi.
Sin dalle prime indiscrezioni è apparso evidente il richiamo alla “nostra tradizione”, che si sostanzia inter alia in una rinnovata “centralità alla narrazione di quel che è accaduto nella nostra penisola dai tempi antichi fino ad oggi”, accanto ad una maggiore attenzione alla lettura (in particolare dell’epica classica e dei testi biblici) e alla scrittura.
Ciò che invece appare preoccupante e deve mobilitare è la cornice ideologica in cui tali riforme si collocano: una visione della storia impartita a scuola sin dalla primaria non in chiave critica ma “naturalizzata” e trasformata in elemento identitario, in cui i contenuti della storia sono presentati come realtà di fatto e non come frutto di interpretazioni spesso contrapposte. Tale premessa epistemologica, chiaramente riduzionista, si lega poi alla volontà di riaffermare come ottica privilegiata “la storia d’Italia, dell’Europa, dell’Occidente”, dove l’educazione all’italianità si fa volano per riaffermare una visione occidentalistica e teleologica della storia, in chiave nazionale o subalterna alla potenza egemone dell’Occidente.
In estrema sintesi: gratta il sovranista, troverai il mercato tardocapitalistico.
La proposta di scuola interculturale che abbiamo delineato è chiaramente incompatibile con tale orientamento politico-culturale e, pur attualmente priva di una prospettiva di realizzazione a breve termine, intende costituire una sorta di alternativa in attesa di soggetti sindacali e politici che vogliano farsene carico.
Gaetano Colantuono
Redazione “Quaderni di Risorgimento socialista” e componente direzione provinciale FLC Bari


