Secondo Il Fatto Quotidiano l’ICE USA potrebbe operare in Italia per Milano-Cortina. Non una scorta, ma un apparato repressivo noto per abusi. La “sicurezza” diventa il pretesto per testare una deriva autoritaria sul suolo nazionale.
Olimpiadi e “sicurezza”: il rischio di una deriva autoritaria
Con la Destra al governo, e dalle prime indiscrezioni apparse sul quotidiano Il Fatto Quotidiano, l’Italia si ritroverà ad accogliere sul proprio territorio le camicie nere dell’ICE (Immigration and Custom Enforcemen), l’agenzia federale statunitense per l’immigrazione e il controllo delle frontiere. La versione ufficiale, diffusa con disarmante leggerezza, parla di una presenza necessaria a garantire la sicurezza degli atleti americani in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Una giustificazione che suona non solo fragile, ma apertamente offensiva: come se le nostre forze dell’ordine non fossero all’altezza del compito, o come se l’Italia fosse una nazione instabile, ad alto rischio, bisognosa di tutela esterna.
È una narrazione alla quale è difficile, se non impossibile, credere.
L’ICE non è un corpo di rappresentanza né un’innocua scorta diplomatica. È un apparato repressivo noto a livello internazionale per pratiche brutali e sistematiche: percosse, uso disinvolto dei taser, detenzioni arbitrarie, espulsioni sommarie e rimpatri forzati condotti senza scrupoli. Anziani, adulti, giovani, perfino bambini in tenera età: nessuno è escluso, nessuna distinzione viene fatta. Chi si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, chi incrocia il loro sguardo o finisce nel loro raggio d’azione, difficilmente può contare su tutele, garanzie o possibilità di difesa.
In questo meccanismo, il diritto scompare. Non vi sono tribunali, non vi è un contraddittorio, non vi è un controllo indipendente. Il potere esecutivo e quello giudiziario si fondono e vengono esercitati direttamente “sul campo”, in una sospensione di fatto dello Stato di diritto che gli ultimi avvenimenti hanno mostrato di portare addirittura alla morte sulla strada!
È questa l’eredità che un simile corpo porta con sé, ovunque venga dispiegato.
Che tutto ciò avvenga mentre al governo del Paese siede una destra che non ha mai reciso fino in fondo i propri legami simbolici e culturali con una tradizione autoritaria e fascista non può che destare una preoccupazione profonda e palpabile. Non si tratta di allarmismo, ma di memoria storica e di lucidità politica. L’Italia conosce bene cosa significhi normalizzare l’eccezione, legittimare la forza come strumento ordinario di governo, sacrificare le libertà civili sull’altare della cosiddetta “sicurezza”.
Altro che Olimpiadi. La presenza di un corpo paramilitare straniero sul suolo nazionale rischia di configurarsi come un pericoloso banco di prova: un esperimento per sondare reazioni, assuefazioni, silenzi. Oggi si parla di una scorta temporanea, domani ci attende l’estensione delle funzioni, dopodomani la giustificazione per la nascita di un apparato analogo, interamente italiano, mascherato da necessità tecnica e protetto da un lessico rassicurante.
La parola “sicurezza” diventa così il paravento dietro cui si cela la compressione dei diritti, l’erosione delle garanzie costituzionali, la trasformazione dello spazio pubblico in un territorio sorvegliato e militarizzato. È un percorso già visto, già percorso, e mai senza conseguenze.
Prepariamoci al peggio, dunque. Ma soprattutto prepariamoci a non tacere, a non accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è. Perché ogni deriva autoritaria, prima di imporsi con la forza, chiede consenso, e vive di distrazione o rassegnazione. Nessuna Olimpiade potrà mai giustificare la rinuncia alla nostra sovranità democratica e allo Stato di diritto.

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