Attualmente nelle sale cinematografiche, il film “Enrico Berlinguer – la grande ambizione” (Italia, 2024) ha il suo punto di forza nell’ottima recitazione di un valido cast di attori, primo fra tutti Elio Germano a cui spetta l’onere del protagonista. Opportuna è anche la scelta di non seguire un andamento da documentario ma di selezionare alcuni frangenti nel cuore degli anni Settanta, fra continue emergenze democratiche e una progressiva spinta propulsiva della partecipazione politica.
Come consueto nella cultura pop che si sostanzia di pubblicistica, memorie e altri prodotti culturali, di Enrico Berlinguer (segretario del PCI, principale partito di opposizione in Italia e principale partito comunista nell’Europa occidentale) non si può parlare se non in termini di amarcord (com’era bello quel partito e quanto era nobile quel segretario) e di un moralismo agiografico. Sia chiaro: il compagno Berlinguer è stato un protagonista imprescindibile della storia politica italiana e del progresso democratico con la strenua difesa delle conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori e delle istituzioni. Merita un profondo riconoscimento del suo ruolo di dirigente per l’elevata statura morale e politica testimoniata in ogni frangente di quella lunga fase storica travagliata e ciò può spiegare un certo orientamento agiografico. La cultura pop, nondimeno, ha ormai riletto Berlinguer – a differenza degli altri leader del PCI e del restante comunismo occidentale (con la parziale eccezione di Gramsci) – se non avulso dal proprio alveo almeno in una chiave attualizzante, liberal-democratica. Un precursore tragico della cultura progressista occidentale e dei suoi partiti social-liberali. Ciò appartiene ad una prospettiva post-storicistica in cui tutto è appiattito su un eterno presente, nonostante i continui rimandi a filmati d’epoca.
In questa sede tralasceremo la tipica visione macchiettistica del conflitto fra l’Occidente capitalistico (imperfetto ma, in fondo, migliore) e l’Oriente segnato da ottusi leader sovietici, da attentati, da burocrazie pletoriche e da un’intrinseca malvagità o incapacità di dare risposte all’eterno problema della libertà (parola chiave dei dialoghi del film a netto discapito dell’uguaglianza).
Non tralasceremo invece di notare una voluta, eloquente e inaccettabile omissione che dura per tutto il film che dura oltre due ore, di cui temo ben pochi dei numerosi spettatori si saranno accorti. Neppure per errore, neppure di striscio sono menzionati i socialisti, il PSI, i suoi due segretari di allora – pur così tanto diversi fra loro e così interconnessi con l’evoluzione politica del PCI del tempo. Per gli smemorati: Francesco De Martino e Bettino Craxi.
Secondo regista e sceneggiatori del film, infatti, la complessa vicenda politica italiana è polarizzata da due sole forze politiche: il PCI di cui si presentano tanto la base (scene all’aperto e soleggiate) quanto i vertici (scene al chiuso) e la DC di cui si presentano solo i due vertici, quello agiografato di un Aldo Moro aperturista e quello demonologico di Andreotti. Sullo sfondo le minacce neofasciste, le ipoteche sovietiche (raffigurate come intollerabili, non senza ragione) e le ingerenze statunitensi (ritenute tutto sommato legittime, inopinatamente!). In una scena si dà voce financo a un rappresentante del PSDI in una tribuna elettorale, ma al PSI e ai socialisti mai. Il perché mi è apparso subito evidente: nella cultura pop dei socialisti e del PSI o non se ne parla perché superfluo fino al 1976 (frutto di una disinformazione degli sceneggiatori è la scena in cui Berlinguer rivendica lo Statuto dei Lavoratori, voluto dai socialisti e su cui i comunisti si astennero nel 1970) oppure per dopo il 1976 se ne deve parlare male come partito craxiano ossia corrotto. Un riduzionismo moralistico del tutto inservibile in storiografia.
Che dire altrimenti del film? Che la cultura pop non potrebbe accettare un film su De Martino o Nenni, figuriamoci su Lombardi o Lelio Basso – il faudrait étudier. Le uniche figure della storia socialista che sono rimaste nella cultura pop sono evidentemente solo Matteotti e Pertini, di cui però sono scempiate le fattezze: Matteotti come precursore del riformismo liberal-democratico ostracizzato dal suo partito di rozzi massimalisti; Pertini come “presidente più amato” e pertanto naturaliter anti-craxiano.
L’assenza prolungata di una autonoma storiografia socialista del movimento dei lavoratori in Italia ha lasciato il campo ad una vulgata neoliberale, attualizzante e in fondo anti-socialista. È tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare in senso contrario.
Gaetano Colantuono
Redazione dei Quaderni di Risorgimento socialista
Riferimenti per ulteriori spunti
https://www.risorgimentosocialista.it/tre-noterelle-gramsci/
https://forzalavoro.work/omaggio-a-francesco-de-martino/
https://forzalavoro.work/i-socialisti-fra-opposizione-alle-guerre-e-promozione-della-pace/


I primi, autentici antisocialisti della storia italiana sono stati Bettino Craxi e il suo cerchio magico di craxidi. Sono loro ad avere prodotto la scomparsa del socialismo organizzato italiano e infatti quelli di loro che sono ancora in vita sono tutti ben accasati a destra, insieme a fascisti, legaioli e berlusconidi, il faudrait étudier. Francesco De Martino è un gigante della storia della Sinistra italiana (e per questo vittima del craxismo), Craxi semplicemente non ne fa parte, fa parte della storia del pensiero liberista, capitalista e anti tutto ciò che profuma anche lontanamente di sinistra.
Angelo Criscuoli – Latina
PS – Un altro mio commento all’articolo “Omaggio a Francesco De Martino”, dove sostengo tesi analoghe, non è stato pubblicato. E’ possibile sul nostro sito di Risorgimento Socialista criticare Craxi o sono capitato sul sito sbagliato?