La saldatura fra movimento organizzato dei lavoratori (o movimento socialista), opposizione alle guerre/agli imperialismi e promozione della pace non è avvenuta agli esordi di quella storia ormai bisecolare, se si riflette che il pensiero marxiano è una teoria del conflitto sociale. Si ometteranno citazioni dal corpus marx-engelsiano, perché esso è un complesso di testi e documenti di varia origine e da esso possono provenire indicazioni eterogenee rispetto ai singoli episodi. Sarà la Seconda Internazionale, con la sua tendenziale opzione per il gradualismo e per il radicamento nelle proprie realtà statali, a proporre il nesso indistricabile fra movimento organizzato dei lavoratori, lotta alle guerre e al clima bellico e bellicistico e sviluppo di forme sempre più evolute di relazioni che non posso non definire internazionalistiche.
La guerra era allora profeticamente avvertita non solo come attività militari fra stati e eserciti ma strumento di una riaffermata oppressione di classe e di una inevitabile repressione dei diritti faticosamente conquistati dalla classe lavoratrice e dai gruppi democratici. In un’espressione tanto celebre quanto lirica di un maestro dell’oratoria socialista contro la guerra europea, Jean Jaures, la guerra era per il capitalismo, come la pioggia per le nuvole: una conseguenza logica, implacabile. Solo un’azione radicale, collettiva e simultanea del movimento europeo dei lavoratori avrebbe potuto provare a fermare la catastrofe nell’estate del 1914. Una mano assassina fermò invece lo sforzo generoso di Jaures; l’Internazionale non provò nemmeno a fare il minimo sforzo e i suoi partiti di riferimento – primi fra tutti la SPD in Germania e il Partito socialista francese – votarono i crediti di guerra. Che poi saranno debiti e lutti per le proprie classi popolari.
Molti spunti sulle questioni qui accennate si ritroveranno nella lettura del volume di Alberto Benzoni intitolato Il pacifismo. Storie di idee e di movimenti contro la guerra (1995): un volume che oggi, ne sono sicuro, andrebbe riscritto in termini più severi verso le responsabilità dell’Occidente tardocapitalistico o Nord del mondo, dopo oltre quarant’anni di globalizzazione neoliberista che è stata l’involucro ideologico dell’egemonia statunitense sul pianeta.
Oggi esso andrebbe riscritto anche in forme molto più critiche verso le responsabilità dei partiti socialisti europei nel promuovere una falsa coscienza dell’Unione europea come “giardino ordinato” e baluardo contro le dittature, quando invece – come sappiamo bene – essa è anche un protettorato Nato, un regime politico-economico nelle mani di ristrette oligarchie e di una quotidiana dittatura dei mercati e infine un soggetto incapace e privo di volontà politica di fermare le guerre ora civili ora fra stati ai propri margini, nel mentre sostiene in vario modo il genocidio del popolo palestinese – solo qualche persona in mala fede può negarlo – e la politica di pot(enza dell’unico stato coloniale nell’Asia occidentale, ossia quello sionista. La politica estera dell’UE, sorta durante la carneficina che chiudeva la storia di quell’alternativa politico-economica che era la Federazione Jugoslava, passando per lo sporco affare libico, si sta manifestando per quello che è realmente durante il genocidio di Gaza e gli attacchi sionisti al Libano (e al contingente Unifil, ex abundantia cordis dell’entità sionista): uno strumento (non privo di elementi autonomi e contradditori) dell’imperialismo occidentale e della globalizzazione neoliberale. La lunga pace tanto conclamata dai suoi sostenitori non è altro che egemonia delle sue tecnostrutture e della finanza sugli interessi e sui bisogni delle classi popolari segnate da una prolungata rivoluzione passiva.
In tutto ciò i partiti socialisti europei maggioritari – salve eccezioni benemerite e pertanto contestate e temporanee (Jeremy Corbyn, i socialisti iberici…) – sono stati e sono ancora corresponsabili, sì che resta d’attualità l’esigenza di una diversa Internazionale dei partiti e movimenti di ispirazione socialista dissidenti verso il neoliberismo, le guerre, la definitiva normalizzazione del socialismo come versione umanitaria della sinistra imperialista e capitalista: una sorta di rinnovata Internazionale di Vienna del XXI secolo. Temo che nessuno finora abbia la volontà di costruirla, eppure essa sarebbe un tassello – assieme alla diplomazia cinese (fino a quando reggerà le provocazioni nel Pacifico) e all’attivismo vaticano, almeno finché Bergoglio terrà il soglio pontificio – alla costruzione di un fronte neopacifista capace di rispondere alle sfide di quella che ormai anche Bergoglio chiama “terza guerra mondiale non più a frammenti ma quasi organica”.
Questo ordine neoliberale delle cose ha pervaso anche la storiografia sul nostro partito. Tralascio il persistente dileggio – che sa di macchiettismo – del partito demartiniano, ma ci torneremo in altra sede. Continuo a non comprendere, da socialista e da scrittore di cose storiche che riguardano anche il nostro partito, invece le posizioni diffuse anche fra studiosi che pure si definiscono socialisti sulla posizione del partito durante la grande guerra, che sappiamo essere un paradigma della modernità bellica.
Mentre per la precedente storiografia di marca leninista, il PSI aveva sì espresso una posizione lodevole in Italia e all’estero – unico fra i partiti socialisti ufficiali dei paesi belligeranti – ma non era stato in grado di trasformare la propria non adesione in azione disfattista e in guerra rivoluzionaria (come se ciò fosse possibile nell’Italia del ’15 o del ‘17), la storiografia riformista-liberale egemone negli ultimi decenni ribalta questa prospettiva: il PSI di allora, proprio in virtù di quella posizione coraggiosa e di mediazione, avrebbe testimoniato la propria passività, l’antistatalismo, l’assenza di senso di responsabilità verso le istituzioni liberali, quasi che le gravi colpe del colpo di stato del ’15 o di Caporetto in Italia fossero da addebitare ai socialisti e non ai diretti artefici. In altre parole, se la storiografia leninista addebitava un deficit rivoluzionario del PSI (non senza ragione), quella riformista accusa una politica sovversiva dello stesso e di incompatibilità con la guerra decisa da Lorsignori (scoprendo così l’acqua calda) e quindi di incapacità di maneggi politici. A me viene da dire che le due visioni si elidono e che soprattutto la seconda sia anacronistica e ideologicamente pregiudizievole: inservibile in una corretta ricostruzione storica.
Perché mi soffermo su questo ennesimo capitolo della “cappa antisocialista” – stavolta promossa da figuri che si definiscono socialisti ma sono dei neoliberali talvolta a destra del PD e da chi nega la constatazione di un genocidio in corso a Gaza? Perché per quanto mi riguarda, stavolta la posizione di un movimento socialista contro la guerra non potrà essere “né aderire né sabotare” ma spargere dissenso, rifiuto attivo e passivo verso la guerra, insubordinazione, sostegno ai popoli impegnati nelle estreme lotte anticoloniali.
Il socialismo che verrà o sarà internazionalista o non sarà degno.
Gaetano Colantuono
Quaderni di Risorgimento socialista

