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Home Politica

Trump: origini, cause e conseguenze

Un nuovo saggio di Alberto Benzoni sul ritorno di Trump alla Casa Bianca

Gaetano C by Gaetano C
Novembre 11, 2024
in Politica, Primo Piano, Riflessioni
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Trump: origini, cause e conseguenze
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Protagonista di molti film americani del Novecento è, come si sa,

l’individuo, uomo o donna che mosso da indignazione civica si batte,

all’inizio da solo, contro le prevaricazioni dei potenti e a difesa degli

interessi dei cittadini, sino a trionfare nell’immancabile lieto fine.

Vedere ora consacrato dal voto di quel popolo che Biden – uno che dice

sempre quello che pensa ma non pensa spesso a quello che dice – ha

chiamato” spazzatura” un tycoon privo di scrupoli, nonché del tutto

indifferente rispetto ai diritti e alle sorti dell’umanità, pone dunque un

qualche problema. Anche perché accompagnato da un totale disprezzo,

personale e politico, per qualsiasi regola e da una brutalità senza limiti in

alcuni suoi propositi.

I suoi avversari hanno perciò ritenuto che, per sconfiggerlo, bastassero i

verdetti dei tribunali – relativi tra l’altro a reati gravissimi – uniti all’accusa

di essere un pericolo per la democrazia o, a buon bisogno, un “tipo strano”.

Tutto questo armamentario si è però ritorto a loro sfavore. Un autogol

tanto imprevisto quanto clamoroso; e che merita quindi una profonda

oltre che dolorosa riflessione.

Alle origini, l’esaurirsi di quel compromesso storico tra democrazia e

capitalismo, pubblico e privato, stato e cittadino che aveva segnato la

seconda metà del Novecento, caratterizzata dello sviluppo economico e dei

consumi di massa. Nel quadro di un progresso che appariva acquisito una

volta per sempre, grazie anche a un processo di globalizzazione che

sarebbe stato, così si diceva, a beneficio di tutti; oltre tutto, così si

aggiungeva, perché accompagnato dall’estendersi a tutto il mondo dei

benefici del modello occidentale di democrazia liberale. Ma che si sarebbe

scontrato con limiti invalicabili, fino ad avviare, e in tutti campi, una

regressione apparentemente senza limiti e, soprattutto, almeno sinora,

avversari in grado di contrastarla. Anche per la persistente incapacità,

propria delle élite di governo ma anche della sinistra, di capire quello che

stava accadendo.

Una cecità che viene da lontano. Dal rifiuto degli Stati Uniti non solo di

accettare ma persino di comprendere le ragioni strutturali del venir meno

della loro egemonia così da affidarne le sorti alla sola forza militare.

 

Dall’altrettanto cieco allineamento della élite e dalla sinistra europea ad

un “occidente” senza identità propria se non quella di contrapporsi al resto

del mondo: da una parte adottando una cultura della guerra in cui chi

dissente è un nemico e il mondo esterno una minaccia e un pericolo

costante; e dall’altra facendo proprio a occhi chiusi un modello liberista

che avrebbe scaricato tutti i costi della crisi sui ceti più deboli.

A ciò si è accompagnato il suicidio della stessa sinistra. Un suicidio che ha

radici profonde. A partire dalla fatale rinuncia a quella “critica del

capitalismo” che costituisce la ragion d’essere del nostro movimento.

Accompagnata, tra l’altro, alla convinzione, altrettanto fatale, che, ormai

acquisiti (??) i diritti sociali, compito della sinistra fosse rimasto quello di

battersi per i diritti civili, considerati del tutto separati dai primi.

Il risultato disastroso di questo approccio può essere dimostrato, al di là di

ogni ragionevole dubbio, dalla campagna elettorale della Harris.

La Nostra, per la verità, era l’unica candidatura possibile, date le divisioni

profonde tra i vari clan democratici; ma non certo la migliore. Ciò che

avrebbe dovuto suggerirle una campagna elettorale più sobria e, al tempo

stesso più intensa e consapevole dei punti di forza ma anche di debolezza

del proprio avversario.

Si è fatto, invece, l’esatto contrario. A partire dalla sfilata di celebrità

accompagnata dai gridolini di gioia della candidata (quel sorriso un po’

ebete stampato sulla faccia…) e dall’apprezzamento unanime della grande

stampa europea. Un vero assist per l’elettorato di Trump e per la nuova

destra populista, maestra nel deviare la frustrazione degli esclusi da entità

astratte come il capitalismo e il neoliberalismo a nemici concreti, come le

élite privilegiate del sapere e del “merito”. Per arrivare ad una campagna

elettorale tutta spostata verso il centro e la destra; al punto di non fare

propria l’eredità della politica economica e sociale di Biden, di non dire

nulla ma proprio nulla “di sinistra”, anzi di fare appello ai peggiori falchi

della destra solo perché ostili a Trump e, cosa ancora peggiore, di “copiare

Trump” per quanto riguarda l’uso delle armi e l’immigrazione clandestina.

Da ora in poi per la Nostra un avvenire incerto; per il partito democratico

una crisi di identità; per Obama, da idealista diventato cinico, un esame di

coscienza.

 

Cosa ci aspetta adesso? Niente nuove guerre. Sia per il definitivo

seppellimento della funesta ideologia dell’interventismo democratico sia

per la fine dei conflitti in atto sia in Ucraina che nel Medio Oriente. In

Ucraina, in vista dell’unico accordo possibile: la tregua e magari anche la

pace, a fronte della rinuncia a territori che l’Ucraina potrebbe recuperare

solo con la forza e la successiva deportazione dei loro abitanti. Ma anche

nel Medio Oriente, dove l’appoggio senza riserve a quello che è stato fatto

da Netanyahu, con relativo “successo”, toglie ogni pretesto per andare

oltre; anche perché è chiaro, soprattutto ai dirigenti di Teheran, che ogni

vendetta nei confronti di Israele esporrebbe il regime e il paese ad una

rappresaglia dalle proporzioni inimmaginabili.

A fronte di tutto questo, però, un’esplosione di antisemitismo, anch’essa di

proporzioni inimmaginabili (né aiuta, sia detto per inciso, a controllarla

definire gli scontri in Olanda come “pogrom”); e di cui, diciamolo

chiaramente, Netanyahu e il suo governo portano l’intera responsabilità.

Sarà quello, magari di una minoranza infima, del miliardo e mezzo di

musulmani sparsi per il mondo che tradurranno in atti di violenza

individuale o collettiva la loro collera per il trattamento subito dai loro

confratelli palestinesi o magari per l’islamofobia fomentata ad arte in

Occidente. Sarà quello degli abitanti di Gaza e dei loro confratelli di

Cisgiordania. Né, temo, potrà fermarlo l’impegno di tutti gli uomini di

buona volontà per promuovere quel dialogo tra i due popoli da cui

dipende un futuro pacifico della terra tra il Giordano e il mare; e che

comporta il massimo appoggio a quanti, in Israele e nella diaspora, si

battono per raggiungere questo obbiettivo. E ritornerà anche di attualità,

se vogliamo guardare in faccia la realtà, l’antisemitismo politico di fine

Ottocento: quello che diceva che gli ebrei sono troppo potenti e,

soprattutto, che antepongono i loro specifici interessi a quelli del paese in

cui vivono (opinione, sia, ancora, detto per inciso cui gli appelli di

Netanyahu hanno dato un notevole contributo).

Per altro verso, l’avvento di Trump accentuerà l’antagonismo con la Cina;

ma, al tempo stesso, lo manterrà nel campo dell’economia, al netto del

bellicismo ideologico sparso a piene mani dai democratici e dai loro

tirapiedi europei.

 

Per il clima, un disastro temo irreparabile; così come per i popoli

d’America latina, con il via libera alle pulsioni golpiste coltivate dai ceti

privilegiati e dal fanatismo degli evangelici.

Rimane l’Europa, sul cui futuro si aprirà un confronto il cui esito è del

tutto incerto. L’unica cosa certa in questa generale confusione è che la

vittoria di Trump, avrà un effetto devastante per quello che rimane delle

tradizionali élite europee. Mentre sarà un incentivo potente, per la nuova

destra in crescita in tutta Europa: nel duplice indirizzo di ritenere che chi

vince le elezioni è autorizzato a fare tutto quello che vuole (ritornando

indietro di due secoli verso la prevalenza assoluta del potere esecutivo su

quello legislativo e giudiziario) e di considerare ogni oppositore come un

nemico.

Basterà tutto questo per risvegliare l’attuale sinistra dal suo torpore? O,

magari, per farne nascere una nuova? Dubitarne è più che lecito; provarci è

doveroso.

 

Alberto Benzoni

Tags: Benzoni Politica internazionale socialista PaceDonald TrumpRussia
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