Protagonista di molti film americani del Novecento è, come si sa,
l’individuo, uomo o donna che mosso da indignazione civica si batte,
all’inizio da solo, contro le prevaricazioni dei potenti e a difesa degli
interessi dei cittadini, sino a trionfare nell’immancabile lieto fine.
Vedere ora consacrato dal voto di quel popolo che Biden – uno che dice
sempre quello che pensa ma non pensa spesso a quello che dice – ha
chiamato” spazzatura” un tycoon privo di scrupoli, nonché del tutto
indifferente rispetto ai diritti e alle sorti dell’umanità, pone dunque un
qualche problema. Anche perché accompagnato da un totale disprezzo,
personale e politico, per qualsiasi regola e da una brutalità senza limiti in
alcuni suoi propositi.
I suoi avversari hanno perciò ritenuto che, per sconfiggerlo, bastassero i
verdetti dei tribunali – relativi tra l’altro a reati gravissimi – uniti all’accusa
di essere un pericolo per la democrazia o, a buon bisogno, un “tipo strano”.
Tutto questo armamentario si è però ritorto a loro sfavore. Un autogol
tanto imprevisto quanto clamoroso; e che merita quindi una profonda
oltre che dolorosa riflessione.
Alle origini, l’esaurirsi di quel compromesso storico tra democrazia e
capitalismo, pubblico e privato, stato e cittadino che aveva segnato la
seconda metà del Novecento, caratterizzata dello sviluppo economico e dei
consumi di massa. Nel quadro di un progresso che appariva acquisito una
volta per sempre, grazie anche a un processo di globalizzazione che
sarebbe stato, così si diceva, a beneficio di tutti; oltre tutto, così si
aggiungeva, perché accompagnato dall’estendersi a tutto il mondo dei
benefici del modello occidentale di democrazia liberale. Ma che si sarebbe
scontrato con limiti invalicabili, fino ad avviare, e in tutti campi, una
regressione apparentemente senza limiti e, soprattutto, almeno sinora,
avversari in grado di contrastarla. Anche per la persistente incapacità,
propria delle élite di governo ma anche della sinistra, di capire quello che
stava accadendo.
Una cecità che viene da lontano. Dal rifiuto degli Stati Uniti non solo di
accettare ma persino di comprendere le ragioni strutturali del venir meno
della loro egemonia così da affidarne le sorti alla sola forza militare.
Dall’altrettanto cieco allineamento della élite e dalla sinistra europea ad
un “occidente” senza identità propria se non quella di contrapporsi al resto
del mondo: da una parte adottando una cultura della guerra in cui chi
dissente è un nemico e il mondo esterno una minaccia e un pericolo
costante; e dall’altra facendo proprio a occhi chiusi un modello liberista
che avrebbe scaricato tutti i costi della crisi sui ceti più deboli.
A ciò si è accompagnato il suicidio della stessa sinistra. Un suicidio che ha
radici profonde. A partire dalla fatale rinuncia a quella “critica del
capitalismo” che costituisce la ragion d’essere del nostro movimento.
Accompagnata, tra l’altro, alla convinzione, altrettanto fatale, che, ormai
acquisiti (??) i diritti sociali, compito della sinistra fosse rimasto quello di
battersi per i diritti civili, considerati del tutto separati dai primi.
Il risultato disastroso di questo approccio può essere dimostrato, al di là di
ogni ragionevole dubbio, dalla campagna elettorale della Harris.
La Nostra, per la verità, era l’unica candidatura possibile, date le divisioni
profonde tra i vari clan democratici; ma non certo la migliore. Ciò che
avrebbe dovuto suggerirle una campagna elettorale più sobria e, al tempo
stesso più intensa e consapevole dei punti di forza ma anche di debolezza
del proprio avversario.
Si è fatto, invece, l’esatto contrario. A partire dalla sfilata di celebrità
accompagnata dai gridolini di gioia della candidata (quel sorriso un po’
ebete stampato sulla faccia…) e dall’apprezzamento unanime della grande
stampa europea. Un vero assist per l’elettorato di Trump e per la nuova
destra populista, maestra nel deviare la frustrazione degli esclusi da entità
astratte come il capitalismo e il neoliberalismo a nemici concreti, come le
élite privilegiate del sapere e del “merito”. Per arrivare ad una campagna
elettorale tutta spostata verso il centro e la destra; al punto di non fare
propria l’eredità della politica economica e sociale di Biden, di non dire
nulla ma proprio nulla “di sinistra”, anzi di fare appello ai peggiori falchi
della destra solo perché ostili a Trump e, cosa ancora peggiore, di “copiare
Trump” per quanto riguarda l’uso delle armi e l’immigrazione clandestina.
Da ora in poi per la Nostra un avvenire incerto; per il partito democratico
una crisi di identità; per Obama, da idealista diventato cinico, un esame di
coscienza.
Cosa ci aspetta adesso? Niente nuove guerre. Sia per il definitivo
seppellimento della funesta ideologia dell’interventismo democratico sia
per la fine dei conflitti in atto sia in Ucraina che nel Medio Oriente. In
Ucraina, in vista dell’unico accordo possibile: la tregua e magari anche la
pace, a fronte della rinuncia a territori che l’Ucraina potrebbe recuperare
solo con la forza e la successiva deportazione dei loro abitanti. Ma anche
nel Medio Oriente, dove l’appoggio senza riserve a quello che è stato fatto
da Netanyahu, con relativo “successo”, toglie ogni pretesto per andare
oltre; anche perché è chiaro, soprattutto ai dirigenti di Teheran, che ogni
vendetta nei confronti di Israele esporrebbe il regime e il paese ad una
rappresaglia dalle proporzioni inimmaginabili.
A fronte di tutto questo, però, un’esplosione di antisemitismo, anch’essa di
proporzioni inimmaginabili (né aiuta, sia detto per inciso, a controllarla
definire gli scontri in Olanda come “pogrom”); e di cui, diciamolo
chiaramente, Netanyahu e il suo governo portano l’intera responsabilità.
Sarà quello, magari di una minoranza infima, del miliardo e mezzo di
musulmani sparsi per il mondo che tradurranno in atti di violenza
individuale o collettiva la loro collera per il trattamento subito dai loro
confratelli palestinesi o magari per l’islamofobia fomentata ad arte in
Occidente. Sarà quello degli abitanti di Gaza e dei loro confratelli di
Cisgiordania. Né, temo, potrà fermarlo l’impegno di tutti gli uomini di
buona volontà per promuovere quel dialogo tra i due popoli da cui
dipende un futuro pacifico della terra tra il Giordano e il mare; e che
comporta il massimo appoggio a quanti, in Israele e nella diaspora, si
battono per raggiungere questo obbiettivo. E ritornerà anche di attualità,
se vogliamo guardare in faccia la realtà, l’antisemitismo politico di fine
Ottocento: quello che diceva che gli ebrei sono troppo potenti e,
soprattutto, che antepongono i loro specifici interessi a quelli del paese in
cui vivono (opinione, sia, ancora, detto per inciso cui gli appelli di
Netanyahu hanno dato un notevole contributo).
Per altro verso, l’avvento di Trump accentuerà l’antagonismo con la Cina;
ma, al tempo stesso, lo manterrà nel campo dell’economia, al netto del
bellicismo ideologico sparso a piene mani dai democratici e dai loro
tirapiedi europei.
Per il clima, un disastro temo irreparabile; così come per i popoli
d’America latina, con il via libera alle pulsioni golpiste coltivate dai ceti
privilegiati e dal fanatismo degli evangelici.
Rimane l’Europa, sul cui futuro si aprirà un confronto il cui esito è del
tutto incerto. L’unica cosa certa in questa generale confusione è che la
vittoria di Trump, avrà un effetto devastante per quello che rimane delle
tradizionali élite europee. Mentre sarà un incentivo potente, per la nuova
destra in crescita in tutta Europa: nel duplice indirizzo di ritenere che chi
vince le elezioni è autorizzato a fare tutto quello che vuole (ritornando
indietro di due secoli verso la prevalenza assoluta del potere esecutivo su
quello legislativo e giudiziario) e di considerare ogni oppositore come un
nemico.
Basterà tutto questo per risvegliare l’attuale sinistra dal suo torpore? O,
magari, per farne nascere una nuova? Dubitarne è più che lecito; provarci è
doveroso.
Alberto Benzoni

