La rivoluzione di maggio del 1810 in Argentina è considerata come l’inizio della guerra d’indipendenza argentina dal dominio spagnolo
La rivoluzione del maggio portò, come abbiamo visto, ad uno scontro tra varie fazioni, che via via si acutizzò. Il 9 luglio 1816 fu dichiarata l’indipendenza delle Province Unite del Río de la Plata. Le forti divergenze tra Buenos Aires e il resto delle province si potevano riassumere nella contrapposizione tra il liberoscambismo e il protezionismo.
Si crearono via via la Confederazione di province federali (nota come Liga de Pueblos Libres o Liga Federal) e l’associazione di territori fedeli al Direttorio stabilito a Buenos Aires. A Montevideo, la resistenza di Artigas creò una situazione di tale confusione da permettere all’esercito luso-brasiliano di penetrare nella Banda Oriental ed instaurarvi una colonia, che durò dal 1817 al 1828. La Convenzione di Pace Preliminare del 1828 (a cui si arrivò dietro minacce britanniche) sancì l’indipendenza dell’Uruguay. L’obiettivo britannico di dividere il nuovo Stato sudamericano in due sponde diverse del Río de la Plata si concretizzò.[1]
In questo periodo sorse la figura del caudillo: una sorta di leader militare regionale che ebbe l’onere di mantenere l’ordine all’interno di un determinato territorio.
Dopo il 1820 si impose il federalismo e si formarono di conseguenza le tredici province storiche dell’Argentina: Buenos Aires, Santa Fé, Córdoba, Salta (dalla quale si staccherà Jujuy nel 1833), Cuyo (Mendoza), Tucumán, San Juan, San Luís, Catamarca, Santiago del Estero, Corrientes, Entre Ríos e La Rioja. Tutte delegarono a Buenos Aires (in quanto unico porto) la politica estera.
La situazione di caos generale portò alla formazione dell’ennesimo Congresso Costituente, che nel 1826 propose una Costituzione ed elesse Presidente il mestizo Bernardino Rivadavia.
In questo contesto sorse la figura di Juan Manuel de Rosas. Rosas fu dapprima possidente e gestore di latifondi nella provincia di Buenos Aires. Si guadagnò l’approvazione di indigeni e caudillos attraverso il suo lavoro e mise in evidenza una nuova figura della società argentina, che finirà per diventarne icona: il gaucho, lavoratore agricolo seminomade, generalmente creolo. I gauchos rappresentavano appieno la nuova società rurale. Nel 1828, all’indomani dell’armistizio con il Brasile, un golpe unitario perpetrato da Juan Lavalle spodestò il governatore bonaerense Manuel Dorrego, che si appellò all’esercito di Rosas per la sua difesa. Negli scontri Dorrego fu assassinato, e da quel momento iniziò uno spargimento di sangue. Rosas, tramite il Patto di Barracas, arrivò ad essere governatore di Buenos Aires. Rosas portò avanti un’agenda politica di ordine interno e progressismo legislativo, oltre che di espansionismo e pacificazione con i popoli indigeni. Per quanto riguardò il campo economico si dimostrò intransigente quanto i suoi predecessori e negò la proposta di nazionalizzare gli ingressi doganali di Buenos Aires. Fu un leader popolare, che godette dell’appoggio di quasi tutte le classi sociali, compresi stranieri e aristocratici. Il suo secondo governo continuò nel segno dell’unificazione e dell’organizzazione nazionale: creò un tribunale penale nazionale, fondò nuovi villaggi, cercò la pacificazione con gli indigeni e adottò una serie di misure di politica protezionista.
Le politiche nazionaliste di Rosas crearono diverse conflittualità con Francia e Regno Unito, che bloccarono il porto di Buenos Aires per cinque anni. Rosas alla fine ebbe la meglio, e nel 1849 furono firmati due accordi di pace separati con i due Paesi, nei quali si stabilì che il diritto di navigazione delle acque territoriali interiori dell’Argentina era di esclusiva pertinenza dello stesso Paese sudamericano. All’estremo opposto, ideologicamente, si posizionavano invece gli unitari, che proposero una Costituzione prettamente liberale, dalle premesse estremamente elitarie, con interi paragrafi copiati dalle Costituzioni di Stati Uniti e Francia.
Si successero dieci anni di anarchia in cui la Confederazione Argentina perse il controllo della sua provincia più redditizia. Urquiza fu eletto Presidente nel 1854 e per sdebitarsi con il Brasile e le potenze straniere che lo avevano sostenuto contro Rosas, la sua prima azione fu quella di dichiarare la libera navigazione e circolazione delle merci nei fiumi interiori, annullando di fatto i trattati del 1849. La situazione sfuggì di mano, fino a quando la Confederazione fu costretta a dichiarare la guerra a Buenos Aires. Le truppe federali vinsero nella battaglia di Cepeda nel 1859 e la provincia ribelle fu nominalmente reincorporata alla Confederazione. Nella pratica continuarono a susseguirsi una serie di conflitti fino alla battaglia di Pavón del 1861. La sconfitta dei federali significò la fine della Confederazione e la subordinazione di tutte le province a Buenos Aires.
Iniziò qui il periodo che la storiografia chiama Organización Nacional. I due governi che si susseguirono tra il 1862 e il 1874, guidati appunto da Mitre e da Domingo Faustino Sarmiento, ebbero come principale obiettivo quello di instaurare un regime liberale elitista. Si iniziò la costruzione di diverse linee ferroviarie appaltate a società britanniche; si privilegiò il commercio con l’Europa, talvolta accendendo onerosi prestiti con banche straniere. Nel 1874, Nicolás Avellaneda fondò il Partido Autonomista Nacional (PAN) che vinse le elezioni e restò al potere per 43 anni, grazie ad un sistema di suffragio “verbale” (chiamato “voto cantato”), che favorì una ampia serie di brogli e raggiri. Questo periodo è generalmente noto come República Conservadora.
Dall’ascesa del radicalismo alla ‘Década Infame’
Roca portò avanti anche riforme progressiste, tra cui una campagna di scolarizzazione che duplicò il numero degli alunni in soli sei anni (stabilì la sua gratuità oltre che il carattere laico) e la tanto aspettata federalizzazione della città di Buenos Aires nel 1880, che diventò finalmente capitale.
La presidenza di Roca (e quella del suo successore Celman) fu caratterizzata da un dualismo particolare, che rese il PAN un partito concretamente nazionalista dal punto di vista della politica interna ed estremamente anti-nazionalista in tema di politica economica ed estera. Il Governo argentino autorizzò, dal 1880 al 1900, numerose cessioni di territorio a imprese private (principalmente inglesi), oltre a svendere i pochi pezzi di ferrovia ai capitali britannici ed incoraggiare la fondazione di banche private con capitale straniero. La bolla, nonostante l’economia argentina fosse cresciuta a tassi vicini al 10% annuale nel quinquennio precedente, non tardò a scoppiare e nel 1890 lo Stato si dichiarò insolvente.
Su questo sfondo nacque la Unión Civica, organizzazione politica capeggiata dall’ex presidente Mitre. L’organizzazione, che includeva personaggi dalle molteplici idee politiche, organizzò la Rivoluzione del 1890, con la quale riuscì a far dimettere il Presidente, salvo poi separarsi quando Mitre rientrò nelle fila dei conservatori.
Si creò una spaccatura all’interno del partito, e i radicali più moderati, di ideologia liberale, conquistarono le elezioni provinciali di Buenos Aires nel 1898. Di particolare rilevanza, nella seconda presidenza di Roca, furono i patti del maggio 1902 (coi quali si accordava col Cile a chiedere la mediazione britannica ogni qual volta vi fosse stata una disputa territoriale tra i due Paesi sudamericani) e la Dottrina Drago, ideata dal ministro degli Esteri omonimo, che iniziò il passaggio di consegne tra Europa e Stati Uniti nell’intricato labirinto della dipendenza latinoamericana.[2] Roca agevolò lo sviluppo della rete ferroviaria, unico settore per il quale il PAN riteneva necessario l’intervento statale.
Nel 1905 scoppiò un’ultima rivoluzione radicale, stavolta appoggiata da un’ampia fetta di popolazione, tra cui i numerosi operai. Nel 1896 nacque anche, nel frattempo, il Partito Socialista Argentino. In quegli anni, molti immigrati europei portarono idee rivoluzionarie e si formarono i primi sindacati. Tra questi vi fu la Federación Obrera Regional Argentina (FORA), che aderì alla corrente sindacale anarchica. Ciò causò una divisione interna, da cui nacque la Unión General de Trabajadores (UGT), che preferì inizialmente la linea sindacale socialista, salvo poi convertirsi, tra i primi sindacati al mondo ad aderire, ad una nuova linea, chiamata sindacalismo rivoluzionario.
Per allontanare dunque le masse dal socialismo e dall’anarchismo, il neo-eletto Presidente, Roque Sáenz Peña, si convinse nel 1912 a promulgare la legge oggi conosciuta col suo nome, che sancì il suffragio universale maschile, con voto libero, segreto, personale e obbligatorio. La UCR di Yrigoyen abbandonò l’astensionismo e si rese protagonista di una serie schiacciante di vittorie elettorali; prima provinciali, poi parlamentari e, infine, le presidenziali del 1916, dove Yrigoyen trionfò ponendo fine al ciclo di conservatorismo liberale. La prima presidenza di Yrigoyen segnò un cambiamento epocale nella politica argentina: la UCR era un partito di tutti e per tutti.
La Prima Guerra Mondiale fu inizialmente disastrosa per l’Argentina che dipendeva dall’estero. Una fuga di capitali obbligò il governo ad intervenire per mantenere il peso ancorato all’oro. Allo stesso tempo, le economie degli Stati in guerra cambiarono radicalmente e all’Argentina non fu più possibile esportare. Ciò spinse Yrigoyen ad incoraggiare lo sviluppo di un’industria nazionale. Fu dunque il primo politico sviluppista. Tra le misure più importanti intraprese, vi fu l’imposizione di stringenti controlli alle ferrovie possedute dai capitalisti britannici e soprattutto la creazione di Yacimientos Petrolíferos Fiscales, azienda statale che si sarebbe poi impegnata nell’estrazione del petrolio. Il governo radicale aveva in mente un grandioso progetto legato al petrolio e cercava di nazionalizzarlo, attraverso un monopolio. Molte altre proposte dell’esecutivo si arenarono.
Nonostante la postura mediatrice di Yrigoyen e del suo governo riguardo gli scioperi sindacali e la loro tendenza a risolvere le controversie lavorative attraverso la innovativa pratica della contrattazione collettiva, le rivolte dei lavoratori crebbero. I risultati economico-sociali rimasero motivo di vanto: il PIL nominale aumentò di circa 5 punti percentuali anno su anno dal 1916 al 1922[3] e questo aumento fu accompagnato da una distribuzione della ricchezza tra le classi sociali più vulnerabili, che videro un aumento reale dei loro salari di circa il 40% rispetto al sessennio precedente.
Questo creò inevitabilmente, nel 1924, una spaccatura all’interno della UCR, da cui si distaccò un raggruppamento anti-personalista, ovvero filo-conservatore. I due schieramenti si scontrarono nelle successive elezioni, quando gli anti-personalisti si allearono con il democratici-progressisti, gran parte dei socialisti e i vecchi conservatori in una alleanza liberale. Yrigoyen ottenne una vittoria schiacciante e nel 1928 diventò Presidente per la seconda volta. Il leader radicale si era convertito negli anni in un idolo delle masse. Gli sconfitti non presero bene la sconfitta ed organizzarono da subito una feroce opposizione. Fino a quando, il 6 settembre 1930, sotto la guida del generale Uriburu, alcuni generali eseguirono un golpe, inaugurando una stagione di rovesciamenti dell’ordine costituzionale dal quale il Paese uscì solamente mezzo secolo dopo. Uriburu aveva in mente di creare una società corporativista, come quella che Mussolini aveva costruito in Italia col fascismo. Il suo governo, così come tutti quelli che si susseguirono fino al 1943, fu appoggiato da una coalizione di radicali anti-personalisti, liberal-conservatori e socialisti indipendenti.
Il patto Roca-Runciman, che nel 1933, in piena Grande Depressione, rinegoziò col Regno Unito i termini della collaborazione commerciale tra i due Paesi, consegnando nelle mani degli inglesi un virtuale monopolio sul commercio estero. Inoltre, consegnò in mano britannica centinaia di concessioni, dai mattatoi (agli inglesi fu garantito l’85% del mercato) al trasporto pubblico (non solo ferrovie, ma anche rete tramviaria e il trasporto pubblico di Buenos Aires) e sancì la creazione del Banco Central de la República Argentina (BCRA), la tanto agognata banca centrale con capitali e funzionari inglesi.
L’economista R. Prebisch difese l’accordo citando le gravi condizioni economiche mondiali. Questa umiliazione fu tale da spingerlo per il resto della vita ad ideare teorie economiche che mettessero a nudo le impari relazioni tra potenze egemoni e Paesi periferici. Il lavoro di Prebisch, che fu anche un segretario del Ministro dell’Economia durante il periodo che gli storiografi denominarono Década Infame, sfociò poi nel modello economico dell’industrializzazione per sostituzione delle importazioni (ISI). Tale modello fu, in parte, applicato già durante la stessa Década Infame. Durante questo nefasto periodo storico nacque l’industria argentina e lo Stato iniziò ad intervenire massicciamente nell’economia del Paese, anche se lo fece per necessità e per favorire gli interessi di una fetta risicata della popolazione. I governi di Perón, successivamente, utilizzeranno il modello ISI per dare una ulteriore spinta sviluppista. L’esperienza della Década Infame, dove si perse ogni senso di democrazia, servì come modello ai successivi totalitarismi che si imposero, sia in Argentina che nel resto dell’America Latina.
[1] Cfr. J. C. González, La involución hispanoamericana – El caso argentino (1711-2010), Editorial Docencia, Buenos Aires, 2010, p. 159.
[2] Drago sollecitò l’intervento statunitense, citando esplicitamente la Dottrina Monroe, quando inglesi, tedeschi e italiani bloccarono i porti venezuelani in rappresaglia contro la decisione del governo del Venezuela di non pagare il debito.
[3] Cfr. P. Gerchunoff, L. Llach, El ciclo de la ilusión y el desencanto. Un siglo de políticas económicas argentinas, Ariel Sociedad Económica, Buenos Aires 1998.

