estratto dal terzo numero Quaderni di Risorgimento Socialista
di Juan José Zara
Il seguente scritto è frutto di un’analisi politico-economica dell’Argentina (dalle sue umili origini coloniali fino ai giorni nostri), che non vuole essere onnicomprensiva, ma che è incentrata sul tema cardine della dipendenza.
Riprendendo il leitmotiv di ciò che è stata la fiamma incendiaria delle rivoluzioni latinoamericane, nonché il fulcro delle idee di molti coraggiosi pensatori regionali tra gli anni Venti e Settanta del secolo scorso, il testo si propone di illustrare quali siano le origini della dipendenza argentina, e come i motivi, gli attori e le circostanze si siano evolute nel tempo.
Mentre nella prima sezione si propone una breve storiografia del Paese, il secondo (attraverso un’analisi dell’attuale situazione politico-economica) si costituisce come ponte tra passato e presente, nell’intento di colmare i vuoti del passato necessari a capire il presente.
Storia coloniale, indipendenza e origini dell’influenza straniera
La scoperta del Río de la Plata e del territorio circostante, che successivamente andò ad integrare la Repubblica Argentina, risale alla spedizione di Juan Pedro Díaz de Solís nel 1516.
I conquistatori proseguirono verso sud-ovest, fino a quando non si imbatterono in ciò che gli sembrò un braccio di mare privo di salinità (che battezzarono Mar Dulce), che era l’estuario dei fiumi Uruguay e Paraná, che insieme formano una delle più grandi estensioni di acqua dolce al mondo, larga più di 200 km.
Re Carlo I autorizzò varie incursioni, la prima delle quali, quella dell’adelantado Pedro de Mendoza del 1536, rimase nella storia per la fondazione (non ufficiale) del villaggio di Santa María del Buen Ayre. Partita dalla Spagna con quattordici caravelle e milleduecento uomini, fu una spedizione dalle altissime aspettative. Essa, però, finì in malo modo cinque anni dopo, quando il territorio inospitale e privo di risorse, nonché i cattivi rapporti con i locali (che smisero di fornire di provviste i coloni, causando una carestia) forzarono Mendoza ad intraprendere delle azioni che portarono alla fondazione dei porti fluviali di Asunción e della Candelaria, sul fiume Paraguay, e spinsero la Corona spagnola a concentrarsi sulla conquista del Perù e dell’Alto Perù.
Si dovrà aspettare il 1573 perché, da Asunción (e dunque non più dall’Europa), si organizzasse una nuova spedizione per popolare la vasta pianura che circondava il fiume Paraná. Toccò all’hidalgo Juan de Garay, che fondò Santa Fé e successivamente, nel 1580, si spinse a valle per fondare Ciudad de la Trinidad (attuale Buenos Aires).
La vita a Buenos Aires fu fin dall’inizio molto dura, in quanto gli abitanti della città (in seguito denominati porteños) erano lontani da tutti i centri commerciali. La città rioplatense, nonostante le precarie condizioni in cui versava, aveva una potenzialità enorme. Rappresentava la porta alle ricchezze del continente e subì un processo di continuo discredito da parte di Lima che si vedeva minacciata.
Lima, che era la capitale del Vicereame del Perù, introdusse una serie di dazi per le merci che transitavano nel territorio del Río de la Plata e del Paraguay, costruendo in ultima istanza una dogana a Jujuy. Così facendo, delimitò quelli che poi furono i confini delle Province Unite del Río de la Plata.
Un ulteriore passo arrivò nel 1776, quando fu creato il vicereame del Río de la Plata. Furono emanati (tra il 1777 e il 1778) dei decreti reali che stabilivano un regime di libero commercio nel porto. La dogana di Buenos Aires (nata nel 1779) assunse un ruolo fondamentale.
La Corona britannica si interessò alla regione da subito. La Spagna non aveva né una capacità marittima sufficiente a contrastare le numerose imbarcazioni inglesi, né un’industria nazionale in grado di soddisfare il fabbisogno americano. Questo portò appunto la città di Buenos Aires a vivere in condizioni di semi-povertà, barattando pellami e carne bovina per prodotti finiti.
La Pace di Utrecht del 1715 conferì agli inglesi il cosiddetto Asiento de Negros, il monopolio per l’esportazione di schiavi africani nelle colonie spagnole. Ciò fu prontamente seguito dalla rivoluzione industriale in Inghilterra, che permise ai britannici di produrre una quantità di beni molto superiore al fabbisogno nazionale. Questo fu il contesto dal quale scaturì l’invasione inglese del Río de la Plata, che gli storiografi tradizionalmente dividono in due tranche (la prima nel 1806, la seconda l’anno successivo), ma che in realtà fanno parte dello stesso tentativo da parte della Corona britannica di accaparrarsi un nuovo mercato.
Tutto ciò ebbe conseguenze devastanti per le autorità spagnole. Mentre l’Impero britannico si concentrò sulla subordinazione economica del continente, ottenendola nel 1809 in occasione del trattato Apodaca-Canning.[1]
La rivoluzione del maggio 1810, non fu una proclamazione repubblicana, né un sollevamento popolare, ma più una risposta americana ai concomitanti fatti europei: Ferdinando VII era stato deposto da Napoleone, che aveva designato suo fratello Giuseppe come re di Spagna. La notizia giunse al Río de La Plata, dove la volontà popolare spodestò il viceré, sostituendolo con una giunta. Fu in questo punto della storia che risorsero antiche rivalità: Córdoba, così come Salta, Montevideo e Asunción, oltre che l’Alto Perù (ancora molto al vicereame del Perù) non riconobbero la giunta porteña, e scoppiò una guerra civile.[2]
Nel caso delle province che qualche decennio dopo si riunirono nella Confederazione Argentina, la mano britannica si insinuò nello scontro tra unitari (liberali e liberoscambisti, sostenitori del ruolo di Buenos Aires come centro politico) e federali (protezionisti sostenitori dell’indipendenza delle province e dell’industria locale).
[1] Stabiliva che in cambio di aiuti militari per la liberazione dei territori caduti contro le truppe napoleoniche, la Spagna avrebbe garantito agli inglesi la facoltà di commerciare liberamente nei territori ispanoamericani.
[2] Cit. Félix Luna, Breve historia de los argentinos, Grupo editorial Planeta, Madrid 1993, pp. 53-57.
Juan José Zara
Il seguente scritto è frutto di un’analisi politico-economica dell’Argentina (dalle sue umili origini coloniali fino ai giorni nostri), che non vuole essere onnicomprensiva, ma che è incentrata sul tema cardine della dipendenza.
Riprendendo il leitmotiv di ciò che è stata la fiamma incendiaria delle rivoluzioni latinoamericane, nonché il fulcro delle idee di molti coraggiosi pensatori regionali tra gli anni Venti e Settanta del secolo scorso, il testo si propone di illustrare quali siano le origini della dipendenza argentina, e come i motivi, gli attori e le circostanze si siano evolute nel tempo.
Mentre nella prima sezione si propone una breve storiografia del Paese, il secondo (attraverso un’analisi dell’attuale situazione politico-economica) si costituisce come ponte tra passato e presente, nell’intento di colmare i vuoti del passato necessari a capire il presente.
Storia coloniale, indipendenza e origini dell’influenza straniera
La scoperta del Río de la Plata e del territorio circostante, che successivamente andò ad integrare la Repubblica Argentina, risale alla spedizione di Juan Pedro Díaz de Solís nel 1516.
I conquistatori proseguirono verso sud-ovest, fino a quando non si imbatterono in ciò che gli sembrò un braccio di mare privo di salinità (che battezzarono Mar Dulce), che era l’estuario dei fiumi Uruguay e Paraná, che insieme formano una delle più grandi estensioni di acqua dolce al mondo, larga più di 200 km.
Re Carlo I autorizzò varie incursioni, la prima delle quali, quella dell’adelantado Pedro de Mendoza del 1536, rimase nella storia per la fondazione (non ufficiale) del villaggio di Santa María del Buen Ayre. Partita dalla Spagna con quattordici caravelle e milleduecento uomini, fu una spedizione dalle altissime aspettative. Essa, però, finì in malo modo cinque anni dopo, quando il territorio inospitale e privo di risorse, nonché i cattivi rapporti con i locali (che smisero di fornire di provviste i coloni, causando una carestia) forzarono Mendoza ad intraprendere delle azioni che portarono alla fondazione dei porti fluviali di Asunción e della Candelaria, sul fiume Paraguay, e spinsero la Corona spagnola a concentrarsi sulla conquista del Perù e dell’Alto Perù.
Si dovrà aspettare il 1573 perché, da Asunción (e dunque non più dall’Europa), si organizzasse una nuova spedizione per popolare la vasta pianura che circondava il fiume Paraná. Toccò all’hidalgo Juan de Garay, che fondò Santa Fé e successivamente, nel 1580, si spinse a valle per fondare Ciudad de la Trinidad (attuale Buenos Aires).
La vita a Buenos Aires fu fin dall’inizio molto dura, in quanto gli abitanti della città (in seguito denominati porteños) erano lontani da tutti i centri commerciali. La città rioplatense, nonostante le precarie condizioni in cui versava, aveva una potenzialità enorme. Rappresentava la porta alle ricchezze del continente e subì un processo di continuo discredito da parte di Lima che si vedeva minacciata.
Lima, che era la capitale del Vicereame del Perù, introdusse una serie di dazi per le merci che transitavano nel territorio del Río de la Plata e del Paraguay, costruendo in ultima istanza una dogana a Jujuy. Così facendo, delimitò quelli che poi furono i confini delle Province Unite del Río de la Plata.
Un ulteriore passo arrivò nel 1776, quando fu creato il vicereame del Río de la Plata. Furono emanati (tra il 1777 e il 1778) dei decreti reali che stabilivano un regime di libero commercio nel porto. La dogana di Buenos Aires (nata nel 1779) assunse un ruolo fondamentale.
La Corona britannica si interessò alla regione da subito. La Spagna non aveva né una capacità marittima sufficiente a contrastare le numerose imbarcazioni inglesi, né un’industria nazionale in grado di soddisfare il fabbisogno americano. Questo portò appunto la città di Buenos Aires a vivere in condizioni di semi-povertà, barattando pellami e carne bovina per prodotti finiti.
La Pace di Utrecht del 1715 conferì agli inglesi il cosiddetto Asiento de Negros, il monopolio per l’esportazione di schiavi africani nelle colonie spagnole. Ciò fu prontamente seguito dalla rivoluzione industriale in Inghilterra, che permise ai britannici di produrre una quantità di beni molto superiore al fabbisogno nazionale. Questo fu il contesto dal quale scaturì l’invasione inglese del Río de la Plata, che gli storiografi tradizionalmente dividono in due tranche (la prima nel 1806, la seconda l’anno successivo), ma che in realtà fanno parte dello stesso tentativo da parte della Corona britannica di accaparrarsi un nuovo mercato.
Tutto ciò ebbe conseguenze devastanti per le autorità spagnole. Mentre l’Impero britannico si concentrò sulla subordinazione economica del continente, ottenendola nel 1809 in occasione del trattato Apodaca-Canning.[1]
La rivoluzione del maggio 1810, non fu una proclamazione repubblicana, né un sollevamento popolare, ma più una risposta americana ai concomitanti fatti europei: Ferdinando VII era stato deposto da Napoleone, che aveva designato suo fratello Giuseppe come re di Spagna. La notizia giunse al Río de La Plata, dove la volontà popolare spodestò il viceré, sostituendolo con una giunta. Fu in questo punto della storia che risorsero antiche rivalità: Córdoba, così come Salta, Montevideo e Asunción, oltre che l’Alto Perù (ancora molto al vicereame del Perù) non riconobbero la giunta porteña, e scoppiò una guerra civile.[2]
Nel caso delle province che qualche decennio dopo si riunirono nella Confederazione Argentina, la mano britannica si insinuò nello scontro tra unitari (liberali e liberoscambisti, sostenitori del ruolo di Buenos Aires come centro politico) e federali (protezionisti sostenitori dell’indipendenza delle province e dell’industria locale).
[1] Stabiliva che in cambio di aiuti militari per la liberazione dei territori caduti contro le truppe napoleoniche, la Spagna avrebbe garantito agli inglesi la facoltà di commerciare liberamente nei territori ispanoamericani.
[2] Cit. Félix Luna, Breve historia de los argentinos, Grupo editorial Planeta, Madrid 1993, pp. 53-57.

