Il padre, Vito, era un farmacista di Cutro che durante il Ventennio era stato perseguitato perché socialista e antifascista. In seguito, era stato un fermo punto di riferimento per i contadini prima, durante e dopo le battaglie per l’occupazione delle terre incolte nei latifondi baronali del Marchesato, area corrispondente all’attuale provincia di Crotone. La data della sua scomparsa (24 aprile, venti anni fa) rischia spesso di passare inosservata perché prossima alla Festa della Liberazione, ma è giusto ricordare la figura di un socialista che ha lasciato il segno sul suo territorio portando avanti i valori della solidarietà e dello spirito di servizio, principi che appartengono al socialismo. Il nome di Visconte Frontera, che si era nutrito sin da piccolo di pane e socialismo, è stato inevitabilmente legato alla storia dell’ultima metà dello scorso secolo della città di Crotone, della quale è stato sindaco per due mandati (dal 1970 al 1976 e dal 1985 al 1988) sotto il simbolo del Psi.
Aveva iniziato a fare politica ai tempi in cui frequentava il liceo classico, e già allora era un convinto meridionalista. E il suo impegno politico, come avveniva in quegli anni, era pregno di passione e lo aveva convinto a ritornare nei luoghi in cui aveva sempre vissuto, dopo qualche anno di insegnamento altrove. A trenta anni era stato eletto consigliere comunale sotto il simbolo Psi e nominato assessore, profondendo energie al servizio della comunità animato da un impegno civile che gli veniva ampiamente riconosciuto anche dagli avversari. Ben 37 anni dedicati alla politica, ad una città della quale era orgoglioso perché costituiva il principale polo industriale calabrese grazie agli stabilimenti della Montedison e della Pertusola Sud che garantivano migliaia di posti di lavoro e permettevano alla gente del circondario una qualità di vita decisamente migliore, così come era orgoglioso dello sviluppo del porto industriale e di quello turistico, nonché dell’aeroporto. Uomo di cultura, aveva rigenerato il centro storico e l’area museale e archeologica della città di Pitagora, così viene definita Crotone. Inoltre, sostenitore della valenza della comunicazione, aveva fondato “La Gazzetta di Kroton”, di chiara impostazione socialista, testata sempre molto attenta alle vicende del territorio in cui Frontera ha vissuto e operato.
Se l’attività amministrativa per lui era un dovere civico e di rappresentanza del popolo, nell’ambito del dialogo politico all’interno del Psi aveva fatto parte del Comitato Centrale e aveva sposato il progetto politico autonomistico di Giacomo Mancini quando questi era segretario nazionale. Ma non aveva appoggiato l’ascesa di Craxi nel 1976 alla guida del partito e al socialismo libertario di Proudhon preferiva gli esempi di militanza e pragmatismo che erano di Nenni. Era stato, anni prima, sull’onda dei moti di Reggio Calabria del 1970, un tenace esempio di antifascista nei confronti degli esponenti del Msi, che avevano strumentalizzato la protesta.
Tra i tanti incarichi (vice presidente del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione del crotonese e dell’Opera Sila, consigliere dell’Esac-Ente Sviluppo Agricolo Calabrese, presidente del comitato di controllo sugli atti delle allora Usl) va sottolineato il notevole impegno quale direttore dell’Ardis-Agenzia Regionale per il Diritto allo Studio. A Crotone, nel 1972, aveva presieduto una “storica” consulta antimafia cooptando anche il vescovo, in una realtà in cui l’incidenza del malaffare, favorita anche dall’incremento della ricchezza, che ne costituiva il rovescio della medaglia, era in forte ascesa.
Dopo il 1992, come tanti socialisti, si era sentito orfano di un partito che era stato frantumato nella distruzione della Prima Repubblica. Senza ricusare il suo anticraxismo, nel 1996, aveva aderito al Nuovo Psi facente capo a De Michelis, Boniver e Martelli, intendendo proporre una visione pluralistica di ciò che restava del “suo” partito, ma non si era poi riconosciuto in quel gruppo per via della sua cultura di base legata alla realtà contadina e operaia. Anni dopo, difatti, aveva poi ammesso pubblicamente di aver commesso un errore. In effetti, non aveva dimenticato, e non poteva dimenticare, le battaglie del padre Vito negli anni del dopoguerra. Con Pasquino Crupi, scrittore e giornalista, socialista, uno dei maggiori studiosi della cultura meridionale e calabrese in particolare, nel libro-inchiesta del 1999 dal titolo “I fatti di Melissa – Il sud tra svolta e tramonto”, aveva riproposto la storia delle lotte per la terra che avevano animato la sua infanzia e la sua gioventù.
Quella di Visconte Frontera è una storia come tante, in una realtà “lontana”, di “frontiera”, quella di un compagno socialista fermo sui suoi principi al punto di essere bastian contrario in più occasioni e finanche di ammettere la debolezza di voler essere protetto da un partito – il Nuovo Psi dei postcraxiani – che, di fatto, non esisteva o era anticamera di schieramento a destra, e di riproporre il pensiero e l’azione del socialismo attraverso la storia delle lotte contadine, per accentuarne i valori. La storia di una vita al servizio della politica.

