Trapela cauto ottimismo per il referendum confermativo che si terrà nella prossima primavera. Non bisogna incorrere nell’errore, però, di considerarlo alla stregua di quello del 2016, quando l’elettorato bocciò il tentativo di stupro della Costituzione (ancorché oggetto di modifiche “soft” successive) di Renzi da Rignano, poiché in quella circostanza anche parte della destra sostenne le ragioni del “NO”. Ma stavolta l’elettorato che ragiona si troverà di fronte un muro solido costituito dai nuovi padroni dell’Italia che con il termine democrazia, oggettivamente, non riescono proprio ad andare d’accordo, e sono pronti a muovere le loro corazzate e finanche i prossimi militari di leva per contrastare ogni iniziativa avversa alle decisioni adottate in Parlamento volte a modificare la legge di riforma costituzionale riguardante la separazione delle carriere dei Magistrati.
Il referendum (e sarebbe un errore considerarlo solo a livello superficiale) non è solo un “NO” al governo e alle bramosie giuridiche del ministro Nordio e della premier filotrumpiana. Va ben inquadrato in un contesto di civiltà e democrazia, di “garantismo sociale”.
In base all’art. 138 della Costituzione le leggi di revisione che interessano la carta principale del nostro ordinamento democratico sono sottoposte a referendum popolare allorquando entro tre mesi dalla pubblicazione ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500.000 elettori, ovvero cinque Consigli regionali (il referendum, com’è noto, non è previsto se la legge viene approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei componenti).
La “Riforma Nordio” modifica l’art. 104 della Costituzione integrando l’attuale testo: (“la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”) con “ed è composta dai Magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Tale modifica comporta per i Magistrati una scelta da effettuare all’inizio della propria carriera, in via definitiva, irrevocabile, sull’esercizio delle proprie funzioni quale Giudice o quale Pubblico Ministero. La riforma prevede, altresì, che l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (presieduto dal Capo dello Stato, unico organo di autogoverno), viene scisso in due organi distinti, con le funzioni disciplinari affidate alla Alta Corte, espressamente istituita (prevista con modifica dell’art. 105, e che toglie spazio al lavoro comune in più ambiti del CSM e della Corte di Cassazione). Inoltre, ma ci sarà tempo e luogo per discuterne meglio nei prossimi mesi, la riforma introduce il meccanismo dei sorteggi per i consiglieri del CSM.
Tutto qui? La destra tende a sminuire gli effetti della riforma in questione ma, si sa, quella che sta governando l’Italia ignora la realtà del Paese, si sente padrona, non vuole avere contraddittori, dà sempre la colpa a qualcuno anche quando le colpe sono proprie (amando sottolineare che tutto ciò che c’è di negativo in Italia è ascrivibile alla sinistra), svicola sulle conferenze stampa, tradisce il proprio elettorato non mantenendo le promesse, si genuflette a Trump e Orban, è votata all’armamento e agli affari bellici, ingrassa i ricchi, sponsor del governo, e tollera le evasioni fiscali mentre ringhia sui più deboli, anche di salute, con discutibili politiche sulla sanità pubblica, ha una visione godereccia del potere, tra balletti elettorali e mojito di rappresentanza, ha una fissazione per il ponte sullo Stretto perchè le mafie premono per gli appalti, non perchè hanno attenzioni per il sud, buono a riempirne di voti i serbatoi.
Nel 1931, quasi un secolo fa, ci furono 12 professori universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Oggi 41 professori universitari di procedura penale manifestano dissenso verso la riforma, sottolineandone l’aspetto sociale: “toglierà garanzie agli imputati deboli”. Secondo loro, che saranno in prima linea nei comitati per il “NO” al referendum assieme alle espressioni politiche non riconducibili alla destra, la separazione delle carriere non è necessaria per attuare il giusto processo per come recita l’art. 111 della Costituzione, in quanto non fornisce contributo alcuno alla risoluzione dei problemi che affliggono storicamente la giustizia penale, durata dei processi interminabile compresa. La riforma, quindi, rischia di generare un mutamento genetico del P.M., destinato a essere considerato organo legato a istanze di repressione, con un rafforzamento del ruolo che porterà all’indebolimento delle garanzie per indagati e imputati, specie se non abbienti. I 41 professori hanno redatto un documento critico che costituisce una delle basi di partenza per spiegare all’elettorato, offuscato dalla bontà della riforma emergente dalla propaganda della destra imperante, che la riforma Nordio è (sarebbe) un pericoloso inizio volto ad abbattere i principi contenuti nella Costituzione per pervenire alla realizzazione del disegno di un presidenzialismo che mina la rappresentatività popolare e va ad apparentarsi con democrazie “di carta” e non sostanziali.

