Un mercoledì di dicembre a Bari. Non molti spettatori, tutti assorti, in una piccola sala cinematografica e con un’unica proiezione giornaliera, hanno avuto la fortuna di guardare l’ultimo film di Antonio Albanese, già noto al grande pubblico soprattutto per la sua vena comica – da Frengo a Cetto La Qualunque. Che a pensarci, Cento domeniche (regia e sceneggiatura dello stesso Albanese, che interpreta anche il protagonista), film drammatico per i contenuti e l’epilogo, può essere considerato come quella forma estrema del comico che è il sarcasmo o il surreale.
Un lavoratore – un apprezzato tornitore da poco in pensione che arrotonda con vari lavoretti, separato e amante di una donna facoltosa e soprattutto padre innamorato di una ragazza che sta per sposarsi – nel giro di poche settimane perde tutti i suoi risparmi, compreso il TFR, depositati nella banca del territorio, il cosiddetto “confessionale”, che da banca di raccolta dei risparmi si è tramutata – per via di un management cinico e avido – in un casino legalizzato che trasforma i risparmiatori in azionisti inconsapevoli. Il frutto del lavoro vivo – già di per sé privato della quota di valore giornalmente “donata” al padroncino – si volatizza per effetto di una finanziarizzazione tanto aleatoria quanto truffaldina che arricchisce nuovamente pochi privilegiati dotati degli strumenti gnoseologici e delle reti relazionali che contano.
Tutto crolla, o quasi. Crolla il mondo interiore del protagonista, incapace di risollevarsi nonostante un percorso di psicoterapia e l’affetto di quasi tutti i suoi cari, a partire dall’amata figlia. Crollano l’autostima, l’orgoglio: il sogno di una vita – condurre la figlia all’altare e permetterle una festa adeguata – non è più possibile. Crolla la fiducia nelle istituzioni private e quel che è peggio pubbliche: è la parola “fiducia” la più ricorrente della seconda parte del film, dopo il perturbamento del fallimento della banca, e si associa spesso ai sensi di colpa del protagonista e ad una crescente rabbia. Una rabbia montante che esprime la condizione del lavoratore che prende consapevolezza – lentamente, confusamente e purtroppo solo individualmente – di essere stato da sempre truffato, derubato. Dal plusvalore ai risparmi diventati titoli spazzatura.
Crolla infine una comunità, perché nei momenti di crisi riemergono le differenze di classe e la segreta lotta fra esse: il direttore della filiale bancaria è solidale col padroncino che ha modo di ritirare i propri risparmi poco prima della bufera; l’amante facoltosa si rifugia nel proprio mondo abbandonando il proprio amante nel momento del bisogno. Restano gli amici della bocciofila, il barista che prova ad aprire gli occhi ai suoi clienti, la figlia, perfino l’ex moglie. Ma non può bastare.
Il sangue che scorre nelle ultime scene è metafora di un ritorno dal surreale al reale, all’intimo; un tentativo estremo di ricondurre il reale ai propri sogni e bisogni. Il fallimento di ogni forma individualistica di reagire alle crisi. Occorre allora ricostruire uno strumento diverso, collettivo, politico: sindacato, associazione dei consumatori ma soprattutto partito. Un partito ci vuole per i lavoratori se non altro per sentirsi meno esposti alla fragilità dell’esistente e per dare un senso alla propria esistenza. Altrimenti, come testimoniano film come Cento domeniche o il mirabile En guerre (regia di Stéphane Brizé, 2018), il peso sul singolo lavoratore della sconfitta – che è in realtà la vittoria delle classi possidenti sul lavoro vivo – può avere come epilogo il sacrificio estremo.
Gaetano Colantuono
Redazione Quaderni di Risorgimento socialista

