Tentiamo di schematizzare il disagio sociale, in particolare delle giovani generazioni, presupponendo che chi ne soffre abbia consapevolezza del proprio disagio ma che tale stato non sia di per sé sufficiente ad innescare una risposta, la quale necessita di nuove e prepotenti aspirazioni. Evidenziamo in primo luogo una patologia sociale dettata dall’impotenza della critica, nel senso di un dire di no alla propria condizione ma che rimane un rifiuto fine a se stesso, senza quindi scaturire in una risposta politica. In questo senso anche se è presente una lucidità diagnostica per le cose che non vanno, quindi la comprensione dei problemi della propria esistenza legato al vissuto, alla società al lavoro, vita, società, lavoro, tutto ciò non basta. Infatti sembra esserci una assenza di motivazione, come se ci fosse qualcosa che azzera le energie necessarie per mettere in atto ciò che si è capito. Questo vivere è incubo, in particolare per giovani.
Schematizzato il disagio vagliamo le possibilità di riscatto, ponendoci una domanda fondamentale: c’è qualcosa che dobbiamo fare per superare i limiti che impediscono l’azione politica?
Secondo noi questo qualcosa deve soddisfare due condizioni:
- deve essere qualcosa che restituisca la, almeno vaga, sensazione che la vita è nelle nostre mani, nel senso che controlliamo il nostro destino;
- che questa cosa riesca a incidere sulla realtà, quindi che sia fondamentale per il funzionamento della società, per cui se mi trovo in quella dimensione posso assumere un atteggiamento coerente con il mio «direi di no», quindi agire per cambiare le cose.
Cosa può soddisfare queste due condizioni se non il lavoro? Non è grazie a un lavoro degno di questo nome che ognuno di noi può pensare da un lato di poter fare progetti per il proprio futuro e dall’altro contribuire al funzionamento della società, sentendosi anche in diritto di modificarla se lo si ritenesse necessario?
In questo senso serve un programma di agire politico e speranza sociale che, senza estetizzazioni del lavoro, ponga al centro persone che lavorano e che lottando per migliorare il proprio lavoro riescano a migliorare la propria vita individuale e la propria società.
Da qui occorre capire cosa è diventato il lavoro, che oggi gode della peggiore stampa possibile con la teoria sociale che se ne tiene a largo, per investirci sopra rendendolo vettore di emancipazione sociale.
Il fine è quello di riavviare su larga scala un dibattito sul lavoro al fine di rigenerarlo attualizzandolo.
A tal proposito dobbiamo superare alcuni imponenti ostacoli. Il futuro del lavoro è diventato oggi sinonimo di “fine del lavoro” con argomentazioni che sembrano profezie che rievocano concetti quali metamorfosi, sostituzione ed esaurimento del lavoro. Ma la profezia della fine del lavoro è vecchia quanto il lavoro, usa sempre gli stessi argomenti (sostituzione tecnologica) e soprattutto non si avvera mai;
Una nuova narrazione del lavoro deve quindi superare questa vetusta profezia ridefinendo il lavoro innanzitutto come un oggetto e una attività intrinsecamente conflittuale. Infatti bisogna prendere piena coscienza del fatto che in una società democratica il diritto del lavoro sancisce la subordinazione di esseri umani ad altri e che la gran parte del tempo passato a lavorare è in istituzioni non democratiche, non egualitarie. Quello è il luogo in cui due volontà, dotate della medesima legittimità e aspirazione all’autorealizzazione (economica, morale…) di se stessi, sono strutturalmente in conflitto, e il conflitto deve ritornare ad essere il luogo per una liberazione attraverso il lavoro.
Per tracciare una nuova grande narrazione del lavoro occorre definirne le dimensioni di orientamento, riconoscimento, legittimazione, speranza, mobilitazione, autoaffermazione ed infine egemonia.
Quando il lavoro come categoria politica si è affermato sono nate tre grandi narrazioni: socialista e borghese in conflitto fino al 1989, mentre ora c’è solo quella neoliberale.
Le grandi narrazioni socialista e borghese sono le matrici di una glorificazione del lavoro, o di una valorizzazione del lavoro e del suo potenziale di liberazione. Queste erano antitetiche e alternative, mentre oggi la narrazione unica (neoliberale) è di negazione, rimozione e sintesi perversa delle narrazioni precedenti. La narrazione neoliberale è il de prufundis del lavoro, conta solo la tecnologia che a mano a mano sostituirà il lavoro. Bisogna quindi criticarla e inventarne una nuova a partire dalle grandi narrazioni del passato
La narrazione borghese nasce con nuova forma di vita della società a cui porta il capitalismo, sono capitalistici il nostro modo di pensare, di sognare, lo stile di vita ecc. Le visioni antagonistiche socialista e borghese hanno un terreno comune, lo scontro materiale e simbolico è sul terreno del lavoro.
La narrazione borghese è il prodotto di una classe sociale unica, la borghesia è la prima classe dominante occidentale che lavora (il signore feudale, l’aristocratico, il patrizio non lavoravano), non conservatrice (innova costantemente), che ha bisogno di accumulazione infinita (è la legge di funzionamento del capitale) e che si autorappresenta come classe media (permeabile e “mediocre”).
Con la modernità nasce l’invenzione del lavoro che ha le caratteristiche di:
- valore (ricchezza della società);
- integrazione (i poveri sono tali perché capitalismo polarizza, non per morale)[1]
- autorealizzazione (che trova fondamento nella dialettica servo-padrone)
La rappresentazione è quella di un borghese e di un proletario che lavorano (terreno comune) e lo sguardo sul mondo è di meraviglia per le potenzialità del lavoro nel sistema capitalistico, esemplificato dalle tante pagine che Smith dedica alla descrizione vivida della produzione di uno spillo.
Questo sguardo e questa valorizzazione del lavoro, presenti sia nella rappresentazione borghese che socialista, è il terreno da cui ripartire per tratteggiare il luogo “reale” del conflitto costruito sul terreno lavorista, per poter poi riaffermare una nuova rappresentazione del lavoro, di ispirazione socialista.
[1] Il lavoro è integrazione sociale perché emancipa il povero che non è tale per deficit morale ma per polarizzazione di ricchezze, ed è pericoloso se non integrato

