L’oblio è un alleato della criminalità organizzata, e rimane – nonostante l’interpretazione del garantismo da parte della destra e del potere economico – di estrema attualità il principio del seguire la pista del denaro, che proprio Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano reso operativo, sulla base delle strategie per contrastare la mafia avviate dal Procuratore Gaetano Costa, riprese dal Consigliere Rocco Chinnici e legiferate grazie al deputato Pio La Torre.
Di estrema attualità perché, con il ricorso al PNRR divenuto indispensabile se non per la crescita almeno per attenuarne le riduzioni rispetto a quella attesa del PIL e dell’azienda Italia più in generale, trascurando però gravemente gli aspetti più reali della società e del mondo del lavoro, non si può non paventare che il fiume di denaro possa costituire un oggetto del desiderio da corruttori e corrotti. Di questo avviso, peraltro, sono anche molti esperti della finanza pubblica e studiosi della criminalità organizzata. I magistrati siciliani inseguivano il denaro, ricostruendo i legami tra le famiglie mafiose e documentando investimenti e sistemi di pagamento, false fatturazioni, appalti truccati, connivenze con esponenti della politica o prestanomi degli stessi. I risultati arrivarono, sudati, con un lavoro certosino presso banche, finanziarie, notai, imprese, enti locali, duomi e cattedrali. Ma proprio dentro il Palazzo di Giustizia quel lavoro non risultò “gradito”, anche perché le inchieste sulla mafia (della quale si affermava ancora l’inesistenza!) stavano “mettendo in ginocchio l’economia della Sicilia, e non solo della Sicilia(!)”.
Si, perché la mafia non era solo radicata in Sicilia. Attraverso la tracciabilità delle operazioni finanziarie di Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta, della Camorra, della Sacra Corona Unita, si ebbe conferma di un comune modus operandi finalizzato all’accumulazione del denaro e, soprattutto, del potere. L’illegalità diffusa e il ricorso al riciclaggio hanno messo a soqquadro l’economia di un Paese (e oggi, grazie a sistemi raffinati e alla tecnologia, anche oltre i nostri confini, la medaglia d’oro spetta alla‘Ndrangheta) e, di conseguenza, la società, le istituzioni, la politica, la Pubblica Amministrazione.
Falcone, Borsellino e altri magistrati, avvalendosi anche del contributo di pentiti, avevano scoperchiato le pentole che contenevano la storia dei traffici illeciti di Ciancimino, di Sindona e di diverse stragi di Stato spesso volutamente collocate nell’urna dell’oblio, per depistare. La realtà delle relazioni tra poteri ufficiali e poteri mafiosi non è stata di tanto modificata. L’uccisione di Falcone, di Borsellino, di Francesca Morvillo (della quale spesso si parla poco) e dei tanti giudici, carabinieri e poliziotti, figli del popolo, impegnati nel contrasto alla “criminalità eletta”, ha – di fatto – riportato indietro nel tempo, anche se nel frattempo di sangue se n’è versato poi di meno. Ma, si sa, oggi si adottano sistemi sofisticati, grazie anche alla tecnologia avanzata: le lupare ormai sono superate, anche se ci si muove ancora con i pizzini. Ecco perché il pericolo della reiterazione di contratti tra le mafie e il potere ufficiale non va sottovalutato. Il denaro del PNRR è un boccone ghiotto. Per tanta gente, per troppa gente. E quando in un Paese ci sono sempre più poveri e il ristretto gotha della ricchezza, costituito dagli “amici degli amici” (come si usa tra i mafiosi), ingrassa a dismisura, il pericolo è notevole.
Nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”, Giovanni Falcone scrisse: “La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli, maestri cantori, gente intimidita e ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.”
Letterio Licordari

