Li definiscono pure “onorevoli”! Si definiscono pure “onorevoli”! Il Parlamento non è all’altezza di rappresentare gli italiani, c’è un marcato diaframma di ordine sociale e territoriale, anche per via delle liste preconfezionate, cosiddette “a pacchetto” e non più rappresentative della base, del popolo, “grazie” a una legge elettorale che tutti vorrebbero cambiare ma che resta sempre la stessa.
Gli spettacoli ai quali assistiamo da tempo, ma più frequentemente nel corso di questa legislatura, sono inguardabili, ancorché non vi siano contenuti politici. Come se fuori dagli ovattati ambienti di Palazzo Madama e di Palazzo Montecitorio non esistessero conflitti internazionali, crisi energetiche, morti sul lavoro, disoccupazione, mafia e corruzione. Naturalmente, considerati i numerosi impegni dei “rappresentanti del popolo” si è pensato bene di proporre la settimana extra-corta per i parlamentari, meglio dire “long week end”, anziché ridurla a chi lavora davvero o, quantomeno, garantire a questi ultimi diritti, sicurezza e dignità.
Manca il pudore, abbondano le parolacce, si assiste a diatribe infantili in totale astrazione dalla realtà. Prevale la cultura dell’apparenza, mentre scema sempre più la conoscenza della lingua italiana. Eppure vengono definiti “onorevoli”.
La definizione “onorevole” è una prassi consolidata, un’abitudine che ha permesso di far gonfiare il petto e di stabilire distanze con il volgo per affermare la vanità e, soprattutto, il “potere”. Il termine “onorevole”, riferito agli eletti (prima solo ai deputati, poi ai consiglieri regionali, oggi finanche ai sindaci e ai loro portaborse fatti laureare online…) non è mai stato istituito, né risulta nei testi “sacri”, la Costituzione e altre Leggi. Tutto iniziò nel 1848, nella seduta dell’11 maggio, quando alla Camera Subalpina (stiamo parlando dei tempi di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, vigente lo “Statuto Albertino” definito “legge fondamentale perpetua ed irrevocabile della Monarchia sabauda”) venne letta una missiva del deputato Pasquale Tola, un magistrato sassarese, indirizzata ai colleghi di quel parlamento, nella quale esordiva con un “onorevoli deputati” che da quel momento sarebbe stato più contagioso di un virus.
Nella seduta successiva, difatti, ad una interpellanza del deputato Ferdinand Palluel, il ministro degli Affari Esteri, Vincenzo Ricci, rispose: «Je suis charmé de pouvoir donner une réponse satisfaisante aux interpellations del’honorable député». E appena due giorni dopo, nel corso dei lavori del 13 maggio, il ministro di Grazia e Giustizia, Federigo Sclopis di Salerano, reiterò il termine in un suo intervento: «Trattandosi di processi spetterebbe al ministro di Giustizia a prendere la parola; ma siccome il mio onorevole collega il ministro della Guerra è qui presente, così a lui appartiene dare le spiegazioni occorrenti». Una prassi diffusa e alquanto inflazionata, quindi, che venne abbandonata (o meglio, ne venne imposta la non osservanza) durante il ventennio fascista, per tornare a consolidarsi ulteriormente e prepotentemente non più sotto l’insegna monarchica ma agli albori della democrazia, nell’immediato secondo dopoguerra, quando l’Italia divenne repubblicana, forse anche sull’onda della prassi anglosassone, considerato che nella House of Commons ci si rivolge (tuttora) ai colleghi con l’espressione “honourable members”.
Giusto un secolo dopo la lettera del deputato Tola, il termine “onorevole”, oltre che dai deputati alla Camera, venne mutuato anche dagli eletti al Consiglio Regionale della Sicilia, regione che nello statuto (speciale) definisce “deputati” coloro che fanno parte dell’Assemblea Parlamentare dell’Ente, teoricamente i soli a potersi “fregiare” del titolo di “onorevole” al pari dei 400 “colleghi” seduti a Palazzo Montecitorio di Roma.
Tra gli “onorevoli” anche i ministri – prevalentemente tecnici – non appartenenti alle due Camere. Ben diversa la condizione di “senatore”, ritenuta di maggior “peso” rispetto a quella di “onorevole” che è contemplata nella Costituzione (art. 59) anche riguardo ai senatori di diritto e a vita: di certo tra essi non ci sarà un cavallo senatore come quello nominato da Caligola negli anni del suo impero, ma va ricordato che negli anni sessanta, soprattutto, i politici di qualità venivano comunque definiti “cavalli di razza”.
Ha del grottesco una proposta di legge presentata nel 2015 con la quale si intendeva dare corso all’abolizione del titolo di “onorevole”, proposta che non ebbe (e non poteva avere) alcun seguito in quanto, non essendovi alcun riferimento giuridico, non si possono – chiaramente – abolire leggi che non esistono. L’esercito dei rappresentanti dei cittadini aumentò poi nel 1970, quando vennero eletti i consigli delle regioni a statuto ordinario, poco più di mezzo secolo fa, con una ulteriore diffusione del titolo di “onorevole” che, in seguito, si è poi estesa ai consiglieri provinciali, ai sindaci delle grandi città e infine anche ai sindaci dei borghi più piccoli della Val Brembana o a quelli dei paesini sperduti del Molise. Usare il termine “onorevole”, naturalmente, non costituisce reato né millantato credito, al pari dell’appellativo di “Governatore” (il riferimento è alle regioni, naturalmente), che non potrebbe essere abolito non essendo neppure questo contemplato in alcuna normativa ma solo (anche qui per prassi) “scimmiottato” da quello attribuito ai presidenti degli stati confederati statunitensi.
Per quanto riguarda la Camera dei Deputati va detto, per la verità, che recenti presidenti dell’assemblea (Bertinotti, Boldrini, Fico) hanno spesso modificato il modo di rivolgersi ai colleghi con “signora deputata” o “signor deputato” in luogo di “onorevole”. Negli ultimi lustri più che in passato non sono pochi i casi in cui gli “onorevoli” si sono comportati in maniera tale da non tenere fede a questo “titolo” e ne sono prova non solo le inquisizioni o gli avvisi di garanzia (fatto salvo il garantismo dovuto) per reati anche gravissimi e per collegamenti con le mafie, ma anche sotto il profilo comportamentale, con la Camera, il Senato e gli altri consessi, regionali, provinciali e locali, che qualcuno ha equiparato al mercato palermitano della Vuccirìa o a quello napoletano di Poggioreale.
Piuttosto, quello di “onorevole”, un titolo da meritare “a posteriori” per aver tenuto fede agli impegni assunti nei confronti degli elettori deleganti e/o per aver adempiuto al mandato con zelo e nell’interesse della collettività, non una “penna di pavone” e non certo per mantenere i privilegi della casta, compreso l’irrinunciabile vitalizio.
Ma il vero comportamento “onorevole” sarebbe quello che dovrebbe presiedere tra gli elettori nel proporre idee e persone “nuove” anziché scegliere (quando si va a votare, se si va a votare) sul ben fornito catalogo tra un finto nuovo e l’usato usurato. E, soprattutto, evitare che le Camere non rappresentino il popolo e siano espressione di democrazia, considerato che in Italia il potere legislativo, a loro spettante, rischia di essere esercitato con modalità pericolosamente diverse.

