Ennio Flaiano, scrittore, giornalista, umorista e critico cinematografico, era noto per l’ironia e il sarcasmo. A ben più di mezzo secolo fa (è scomparso nel 1972) risale un motto da lui coniato (“La situazione politica italiana è grave ma non è seria”) che oggi, rileggendolo, assume una valenza diversa, soprattutto per ciò che attiene alla “serietà”.
Flaiano era sempre acuto e imparziale, osservava la società e la politica con la lente di ingrandimento, convinto assertore della libertà di stampa e, quindi, anche della satira. “Difficile est non scribere saturam”, richiamando Giovenale, vale a dire “è impossibile non fare satira, quindi è necessario fare satira”.
Ma la satira, che risale al tempo dell’Impero Romano, è “arte nobile” che deve fungere da pungolo per i personaggi ai quali è diretta e, naturalmente, per i lettori, contribuendo alla formazione di un pensiero critico.
Il motto coniato da Flaiano, che non ha mai manifestato apertamente il suo pensiero politico, ma che era fermo antifascista e anti-totalitarista, è legato a un periodo in cui la realtà sociale era decisamente diversa ma oggettivamente migliore di quella attuale, oggi ci fa soffermare non tanto sulla gravità (comunque molto marcata) ma sulla “serietà” degli attori della politica.
Nella Prima Repubblica era considerato un “istrione” solo un personaggio, che pur evidenziava uno spessore importante, Marco Pannella, leader del Partito Radicale. Gli esponenti della politica erano compassati, seri, autorevoli, a volte carismatici, sia che si trattasse di un democristiano (Aldo Moro su tutti) che di un esponente del Psi (Nenni, De Martino, Lombardi, Pertini), del Pci (Pajetta, Ingrao, Amendola) o di qualsiasi altro partito.
Erano rappresentanti del popolo e di un’idea, erano e sono stati pronti (come nel caso del presidente Leone o del ministro Donat Cattin) a dimettersi, l’uno per lo scandalo Lockheed (al quale risultò estraneo), l’altro per frequentazioni del figlio con esponenti delle BR, del tutto ininfluenti ai fini della carica di ministro che ricopriva.
Il concetto di “serietà”, oggi, è venuto meno anche nei comportamenti che un rappresentante degli elettori “deve” mantenere. Si passa tranquillamente da un ministro “narciso” frequentatore di sagre e esperto di mojito (oggetto, peraltro, di una pubblicazione satirica, la “Salvineide” di Carlo Cornaglia) a una (“presunta”) frodatrice dell’Inps e dello Stato che essa stessa rappresenta.
Così come c’è la diffusione della menzogna di Stato dalla quale pendono fanatici supporters e la ridicola (!) incompetenza di ministri della Cultura, degli accanimenti verso i migranti che diventano boomerang e contrappassi, del pericoloso ritorno ad una scuola che ricalca i manuali fascisti di un secolo fa. Senza dire dei grandi soloni della destra portatori di verità nelle tv di regime, che sparano sciocchezze (proponendo finanche assegnazioni di premi Nobel…), abbaiano, si dichiarano amici dell’Ucraina e di Israele per compiacere, come fanno – appunto – i cani, il loro padrone.
La mancanza di serietà, unita alla gravità, è espressione di una crisi di identità che investe tutti, non solo gli esponenti della politica (ai quali vanno aggiunti presidenti e consiglieri delle Regioni e anche molti sindaci), una precarietà cronicizzata e apparentemente senza vie di uscita, con “gravi” responsabilità da parte degli elettori. In sintesi: una situazione estremamente pericolosa.
E allora, se Flaiano fosse ancora vivo oggi cosa direbbe? Risponderebbe con un altro dei suoi aforismi: “Non chiedetemi dove andremo a finire perché già ci siamo”.

