La regolarità della posizione dei lavoratori e il rispetto delle norme di sicurezza sono oggetto dell’indagine della Procura della Repubblica sulla morte di tre operai precipitati nel vuoto a Napoli il 25 luglio scorso. Agli inquirenti spetta valutare se la parte alta della colonna del ponteggio alla quale era agganciato il cestello ribaltatosi non ha retto al peso eccessivo costituito dalle tre vittime e da materiale (rotolo di bitume). È confermato, a distanza di un paio di giorni da questo ennesimo incidente sul lavoro, che due dei tre operai lavoravano in nero.
Quattro indagati per omicidio colposo plurimo, secondo l’ipotesi investigativa. E tre morti in più in un Paese nel quale la repubblica è fondata sul lavoro, ma non sulla morte dei lavoratori.
Le statistiche più recenti sono sempre più allarmanti. Mentre il governo gioca alla guerra e si autoincensa su inesistenti incrementi di posti di lavoro, spende inutilmente soldi per trasferire migranti in Albania in barba alle norme del diritto internazionale, torna a far credere che la mafia non esiste e si riduce perfino le giornate settimanali delle sedute parlamentari, non trova il tempo di emanare disposizioni non transitorie (e non garantiste per i datori di lavoro!), così come le istituzioni preposte ai controlli sembrano essere “allegre” e forse anche compiacenti.
1041 morti sul lavoro nel 2023, con “zone rosse” rappresentate da un’incidenza superiore del ben 25% rispetto alla media nazionale (intorno all’11%, pari a 34,6 decessi su un milione di lavoratori) che si riferiscono ad Abruzzo, Umbria, Basilicata, Puglia, Molise, Campania e Calabria, con Sicilia ed Emilia Romagna in “zona arancione” e Friuli Venezia Giulia, Marche, Piemonte, Veneto, Sardegna, Lombardia, Liguria e Trentino Alto Adige in “zona gialla”.
1090 morti sul lavoro nel 2024 (+4,7% rispetto all’anno precedente), con la stessa “geografia” del 2023, e con i lavoratori stranieri che hanno un rischio di morte superiore al doppio della media nazionale (74,2%).
386 i lavoratori morti nei primi 5 mesi del 2025, con un incremento del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2024. È un’emergenza sottolineata, non solo sotto l’aspetto puramente statistico, dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering.
Analizzando solo questi ultimi dati si evince che le donne e gli stranieri sono le categorie più vulnerabili (+8% rispetto allo stesso periodo del 2024) e che gli stranieri, spesso impiegati in lavori precari e usuranti, rappresentano il 20% del totale delle vittime. Si evince, altresì, che i lavoratori più anziani (alcuni sono morti nelle scorse settimane a causa delle elevate temperature, nonostante vi siano divieti per alcune fasce orarie) sono quelli più esposti: l’incidenza mortale è di 30,7 su un milione di lavoratori nella fascia che comprende 65 e più anni di età, del 19,1/milione per coloro che hanno da 55 a 64 anni, del 12,1/milione per chi ha un’età compresa tra i 45 e i 54 anni. Ciò è dovuto al peggioramento delle loro condizioni fisiche e ai turni pesanti anche in presenza di documentate patologie.
Le statistiche sugli incidenti sul lavoro raccontano dati e percentuali, dietro ci sono storie. Famiglie, amici, città, luoghi, sogni infranti.
È una “guerra” anche questa, che non si vuole combattere, e le cui vittime cadono nel grande contenitore dell’oblio poco dopo il “burocratico” cordoglio della politica e delle istituzioni pronto a essere reiterato alla successiva tragedia, tassello di una strage silenziosa senza fine.
Ai morti vanno, naturalmente, aggiunti i feriti e coloro che a seguito di incidenti sul lavoro sono rimasti disabili, e va considerato che ogni anno nel mondo muoiono più di due milioni di persone a causa di incidenti o per malattia professionale (si pensi ai tumori derivanti da amianto o da altre materie nocive, alle malattie contratte da chi lavora in miniere, nelle industrie e in agricoltura).

