Donald Tusk, presidente del Consiglio della Polonia, afferma (fonte CNN) che “la guerra non è più un concetto del passato, è reale ed ha avuto inizio nel febbraio del 2022” e, in un’intervista al periodico tedesco “Die Welt”, che “l’Europa attraversa un’oggettiva fase prebellica”. Gli scenari, secondo l’esponente del gruppo politico del suo Paese (Piattaforma Civica), che si colloca nel centrodestra e che ha una marcata matrice europeista, sono imprevedibili e una situazione come quella attuale risale al 1945.
La situazione politica europea è stata oggetto di attenzione anche da Bjarke Smith-Meyer, ex archeologo e storico della marina militare, che si occupa di economia (su “Politico”, network statunitense) ed ha rapporti di consulenza con il gotha di Bruxelles: ritiene anche lui che l’Europa si stia preparando alla guerra.
Riusciamo a cogliere, nonostante vengano fornite rassicurazioni ai cittadini sul disimpegno oggettivo da parte dell’Italia, segnali da parte del governo a guida Meloni che portano ad assecondare il war thought dell’Euroaccozzaglia priva di identità, di peso specifico e di una politica comune armonizzata, che a distanza di anni non riesce a lanciare nessuna linea guida unitaria e che serve solo per le decisioni della BCE in economia, non risultando esserci il peso reale di un orientamento giurisdizionale consolidato/consolidabile. In effetti, anche in Italia si è tornati a parlare di leva obbligatoria, oltre a finanziare le campagne di guerra sottraendo risorse preziose per la scuola e la sanità (proviamo a scorrere i numeri).
Dopo la caduta del muro di Berlino (correva l’anno 1989) la gran parte dei Paesi dell’occidente ha soppresso il servizio militare obbligatorio. La Spagna nel 2002, l’Italia (Paese dalle contraddizioni ispirate dalla schizofrenia) lo ha mantenuto, ma vi è la sospensione prevista dalla L. 226 del 23 agosto del 2004, mentre la Germania ha seguito la Spagna nel 2011, durante il cancellierato della Merkel. Ma Macron sta già predisponendo un SNU (Service National Universel) che rappresenta l’anticamera della fase preparatoria ad attività belliche che il presidente francese stesso sta proponendo “orgogliosamente” da tempo. E nel Regno Unito, dove le guerre sono storia e dove la storia è fatta solo di guerre, i sudditi del Re devono essere pronti a scendere in campo. Per Grant Shapps, ministro della Difesa inglese, conservatore, la guerra è prossima e il generale britannico Patrick Shanders già dallo scorso gennaio ha iniziato a mobilitare la nazione e a rimpinguare l’esercito di professionisti.
Ma i cittadini di questa Europa nel cui Parlamento bramano di entrare le solite facce, nonché notissimi impresentabili, richiamandosi senza pudore a gruppi denominati popolari, liberali e socialisti, chiamati alle urne tra non molto, non sembrano essere proprio convinti degli indirizzi degli attuali leader dei Paesi che ne fanno parte, ormai in gran parte espressioni della destra. Si vota per eleggere i rappresentanti a Bruxelles pochi mesi prima delle elezioni negli Stati Uniti e Trump, nella sua campagna elettorale, sottolinea che non intende finanziare le guerre degli altri: ergo, se dovesse vincere (ma anche Biden sta pensando a qualcosa del genere) l’Europa dovrà muoversi da sola e le spese militari avranno un’impennata notevole, e Macron & Co. vorrebbero avere la leadership in una guerra senza il sostegno di mamma America e, di conseguenza, della NATO. E con le guerre, si sa, ci si arricchisce(!).
Sono le formazioni di destra a sostenere fortemente il concretizzarsi di scenari che ai benpensanti e a chi crede nella democrazia fanno venire i brividi. La sinistra europea ha una vocazione pacifista, come ben sappiamo, e mai impoverirebbe lo stato sociale per aumentare le spese militari. La destra sta indirizzando i cittadini europei, attraverso i media e con qualche decisione già adottata, sulle posizioni reazionarie che in passato (la storia è storia) hanno procurato danni ingenti all’umanità.

