di Federico Greco
Il 19 aprile del 1923 nasceva a Tricarico (Matera) Rocco Scotellaro, poeta, militante e socialista lucano. E moriva nel dicembre del 1953. Perciò il 2023 mette in fila un doppio anniversario, il centenario della nascita e il settantennale della morte di un uomo che Carlo Levi, suo grande amico, amava definire di “amorosa intelligenza”.
Levi lo descrisse così sulle pagine de l’Avanti! nel 1984:
«Io ho conosciuto Rocco nell’inverno-primavera del ‘46, quando lui aveva già letto il mio Cristo si e` fermato a Eboli ed era già sindaco di Tricarico. Io ricordo sempre quel giorno in cui io che non conoscevo la sua esistenza arrivai a Tricarico per la prima volta e mi venne incontro un giovane che sembrava quasi un bambino, piccolo, rosso di capelli, che mi riconobbe proprio come uno dei personaggi della sua immaginazione, e passò l’intera giornata con me. (…) Quello che fu il punto di partenza di una che non posso chiamare neanche amicizia, ma addirittura certamente fraternità. (…) Esiste questo senso della nostra somiglianza e dell’amore per la somiglianza, che si estende ai compagni, ai poveri, ai contadini, ma che si può allargare a tutti gli uomini dei quali si comprendono e si amano anche i peccati, anche il male, che è quello che fa di Rocco Scotellaro un personaggio straordinario e unico, che non è soltanto un politico militante, non è soltanto un poeta che racconta e che canta i valori del mondo in cui vive, ma è qualcuno che a questo mondo è legato proprio da questo unico rapporto possibile, che è un rapporto di somiglianza, di comune esperienza e quindi di fratellanza e di comprensione totale, comprensione che comporta anche la severità di giudizio, ma che insieme porta a questo rapporto che è un rapporto di identità e di distacco da chi ci è simile e uguale».
Scotellaro non è molto conosciuto a livello nazionale, eppure in Basilicata è oggetto di un’adorazione quasi al limite del cristologico. Lo stesso Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato a Eboli, lo rese protagonista assoluto di quella che Mario Soldati, Renato Guttuso e Italo Calvino definivano in uno straordinario documento audiovisivo,[1] in modi diversi, l’opera pittorica più importante del ’900: “Lucania ’61”. Si tratta di un telorio di circa 20 metri per 3, esposto presso Palazzo Lanfranchi a Matera e commissionato a Levi nel 1960 per conto del Comitato per le celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia proprio da Mario Soldati, uno dei più grandi scrittori, romanzieri e registi cinematografici italiani. Anche lui militante, iscritto e candidato al partito socialista dopo il delitto Matteotti del 1924. Neppure venti anni dopo Scotellaro, appena ventenne, si iscrisse anch’egli al partito socialista e di lì iniziò la sua grande battaglia a favore dei contadini lucani sullo sfondo delle tragiche e insieme entusiasmanti vicende dell’occupazione dei latifondi e della successiva “Riforma agraria” del ’50, che mai divenne del tutto operativa.
Nel mastodontico quadro di Levi, Scotellaro è ritratto morente (in una composizione che richiama la Pietà, laddove la madre Francesca Armento, colpita da una tragica luce dolorosa allo stesso modo del volto del figlio, lo piange circondata dalle donne del paese). Nella sezione intermedia del dipinto vi è Rocco bambino, dal viso lentigginoso, incastonato in un panorama lucano di povertà e dignità. All’estrema destra invece Scotellaro è adulto e arringa la folla di contadini e lavoratori col piglio del sindacalista nella piazza del paese. A osservare la scena da un angolo i cosiddetti “grandi morti di Lucania”, Fortunato, Nitti e D’Orso, i meridionalisti che insieme a Salvemini ed Einaudi hanno affrontato a cavallo di ’800 e ’900 quella che viene definita la questione nazionale d’eccellenza, la “questione meridionale”: «la redenzione delle plebi dalla supina ignoranza e dalla estrema miseria, più che un bisogno, è una imprescindibile necessità nostra» e più avanti «il paese non è solido finché le classi inferiori sono prive d’ogni tutela, d’ogni patrocinio, d’ogni bene della civiltà».[2]
Ma Scotellaro, abbiamo detto, è stato anche poeta e romanziere. Parlando con la gente di Tricarico in occasione dei sopralluoghi per il mio prossimo film, dedicato proprio a Rocco, mi sono reso conto che – non poi così paradossalmente – il senso profondo della sua vita e delle sue azioni è rintracciabile più nella sua produzione letteraria che nelle sue azioni politiche. Eppure Rocco ha preferito la prassi all’analisi: come sindaco del suo paese ne ha fondato l’ospedale, ha lottato a fianco dei contadini per le terre ed ha fatto esperienza della prigione a causa di accuse infamanti che poi si sono rivelate infondate.
Ma è dentro i suoi lavori, tutti postumi, che possiamo sentire palpitare la vena rivoluzionaria dell’uomo. Lavori che più passa il tempo e più diventano chiari, efficaci, emotivamente intensi. Tra questi Uno si distrae al bivio (1974), L’uva puttanella (incompiuto, 1955), È fatto giorno (1954). Vale la pena ascoltare di nuovo Levi, che ha saputo descrivere con lucidissima analisi il senso dell’urgenza poetica di Scotellaro.
«Secondo me la produzione di Rocco Scotellaro acquista, agli occhi del lettore, valore più tempo passa. (Scotellaro) è forse l’unico esempio nella letteratura italiana di poeta che non è un poeta che parla di contadini perché gli piacciono, ma perché lui stesso è nato lì dentro, perché la sua natura è quella, perché non può che parlare di se stesso, e allora questa poesia non assomiglia a nessuna delle poesie neanche del realismo, o dell’ermetismo, o dello sperimentalismo, o di tutti gli altri ismi che sono andati per la maggiore in bocca ai critici in tutti questi anni».
A ulteriore conferma di quanto appena affermato, Scotellaro è stato anche l’iniziatore di una nuova e moderna forma di inchiesta (Contadini del sud – 1954), anche questa incompiuta per la sua morte precoce. È ancora Levi a coglierne l’aspetto chiave, nell’intervista all’Avanti!. Qui ci pare anche di individuare le ragioni che spinsero lo scrittore e pittore torinese a rappresentare Rocco nel suo quadro per come lo abbiamo descritto:
«È l’intenzione del tutto realizzata secondo me da lui (…) di far nascere l’inchiesta dal di dentro delle cose, e di far parlare quelli che non parlano e di far raccontare la propria vita. E questo spiega la sua capacità di suscitare negli altri una presenza e un senso del valore della propria esistenza, che è la qualità stessa della poesia in fondo. Quei contadini che egli interrogava e di cui trascriveva sui foglietti le confessioni e i discorsi erano tutte persone che fino a quel momento non avevano neanche creduto di esistere, non si erano mai accorti che c’erano, e dal contatto con Rocco avevano avuto questo senso prezioso del proprio valore e della propria esistenza. Tant’è vero che, e io ne ho molti di questi, hanno continuato per anni a scrivere i racconti della propria vita anche dopo la morte di Rocco Scotellaro; io ho molti di questi quaderni dove i contadini raccontano la propria vita accorgendosi proprio per la spinta data loro da Scotellaro che queste cose esistono e hanno valore, cosa che loro non avevano mai sospettato prima».
Scotellaro insomma, abbiamo visto, ha fatto in trenta anni di esistenza ciò che tutti non farebbero neppure in una intera vita. Per questo la sua morte improvvisa, dovuta pare a un ictus, ha lasciato tutti impreparati e sgomenti.
Su di essa abbiamo testimonianze dirette dei suoi amici, Gilberto Marselli e Rocco Mazzarone, e della madre. Anche le circostanze tragiche della sua scomparsa ci dicono molto su di lui. Francesca Armento era la scrivana del paese ed era stata lei a stimolare il figlio verso la scrittura. Anni dopo, come a restituire il dono, Rocco spingerà la madre a scrivere. La poesia quindi anche come forma di salvezza esistenziale all’interno delle complesse dinamiche familiari dei due e un cerchio che si apre e chiude.
«Mettiti a scrivere anche tu; tanto, che devi fare? Tanto, ti divaghi -. Io rispondevo: – Spìegami che devo fare e io faccio quello che tu vuoi -. Quando gli facevo qualche racconto, come era contento! Faceva leggere ai suoi compagni: – Vedete mia madre, quasi di settant’anni, come mi sa fare questi racconti!».[3]
Francesca Armento ha circa settanta anni quando Gilberto Marselli, il compagno di stanza del figlio a Portici, la raggiunge nella sua casa di Tricarico per dirle che Rocco non si è sentito bene. In realtà Gilberto mente: non ha il coraggio di dirle la verità pur essendo andato da lei per quel motivo. Francesca però, da madre, sente che qualcosa non va. Nel viaggio in treno verso Napoli, presa dal terrore per la salute del figlio, rammenta i momenti più importanti della sua vita con lui, le presenze e le distanze, il dolore del carcere e delle infamanti accuse e i suoi successi come poeta, sindaco e militante socialista.
Quando, qualche ora più tardi, alla stazione di Napoli si presenta ad accoglierla Rocco Mazzarone, medico e scrittore, anche lui grande amico di Rocco Scotellaro, Francesca non ha bisogno che siano spese altre parole: che suo figlio sia morto adesso è certezza.
«Io, povera madre, sul treno sempre a piangere. Non vedevo l’ora che arrivassi. Credevo trovarlo vivo. Quando scendemmo dal treno, vidi Mazzarone scolorito, il suo viso malinconico; e gli dissi: – Portatemi presto dal mio figlio, lo voglio presto vedere -. Lui mi prese col braccio e mi disse: – Meglio che lo ricordi com’era-. Al sentire queste parole: – Allora è morto! Il mio tesoro! Portatemi presto!».[4]
Inoltre il rapporto tra i due non era tra i più semplici e questo ci rivela ancora di più del poeta di Tricarico.
«Come vuoi bene a una madre
che ti cresce nel pianto
sotto la ruota violenta della Singer
intenta ai corredi nuziali
e a rifinire le tomaie alte
delle donne contadine
(…)
Mi mandasti fuori nella strada
con la mia faccia.
La mia faccia lentigginosa ha il segno
delle tue voglie di gravida
e me la tengo in pegno».[5]
Quando Rocco Scotellaro morì, settanta anni fa, di una morte «così ingiusta e improvvisa da non essere creduta vera dai contadini, o ritenuta, come tutte le più gravi sventure, un tradimento degli uomini o un capriccio funesto del cielo nemico»;[6] quando Rocco morì appena trentenne non gli sopravvisse solo il ricordo di un poeta contadino. Gli sopravvissero soprattutto i contadini che lui aveva raccontato e che da lui avevano imparato a raccontarsi. E dunque a esistere nel mondo. Gli sopravvissero i loro quaderni, quaderni di «uomini le cui bocche si sono aperte, il cui destino è diventato valore».[7]
[1] https://www.youtube.com/watch?v=gnI18bgKQ7U
[2] G. Fortunato, Dieci anni di vita politica, i partiti storici e la XIV legislatura, Zanichelli, Bologna 1891.
[3] F. Armento, Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro, Congedo, Galatina 2011.
[4] Ibidem.
[5] R. Scotellaro, È fatto giorno, Mondadori, Milano 1954.
[6] C. Levi, L’uva puttanella, Laterza, Bari 1964.
[7] Ibidem.

