La “rivoluzione” della destra al potere in Italia non si estrinseca solo attraverso i Def che, in barba alle promesse elettorali, vanno a colpire (come sempre) le fasce più deboli, in origine destinatarie di più eque misure atte a ridare dignità alle esistenze di coloro che vi appartengono. Né attraverso l’implicito ritorno ad uno “stato di polizia” che fa il paio con i periodi bui di Scelba e Tambroni, giusto per non scomodare la storia di anteguerra. La “rivoluzione” si estrinseca con i tagli alla sanità, alla scuola, con un finto perbenismo e una finta autorevolezza e una altrettanto finta emotività rispetto alle tragedie dei migranti e allo stato di indigenza di sempre più larghi strati della popolazione.
Eppure la gente italica è contenta, il “popolo bue”, gode. Digerisce tutto senza bere l’amaro o fare ricorso al maalox. Giorno dopo giorno si autoconvince che il 25 aprile e il I maggio non sono altro che una data sul calendario, che le fucilazioni dei partigiani da parte dei nazisti erano storie prese da qualche numero dei fumetti di Sturmtruppen, che si deve parlare utilizzando solo la lingua italiana (chi può, usa la cadenza catanese), che si può tornare a dire che la mafia non esiste, che il razzismo e la discriminazione esistono ma è preferibile non dirlo per ovvi motivi. E tanto altro, a partire dal fatto che anche l’Italia deve contribuire a spezzare le reni a qualcuno e che, pertanto, le tasse e i tagli servono per comprare qualche bel carro armato (anche se non ancora inversione ibrida).
Ma la “rivoluzione” è ancora alle prime fasi. Forse quella che consentirebbe di unire la Sicilia con l’Italia non sarà cosa facile, per questione di piccioli, nonostante la comune convinzione che sarebbe cosa buona e giusta. Difatti, da un po’ di tempo non esistono più i vari “traghettatori”, si vuole rendere il termine obsoleto. E poi c’è qualcosa che rimane in sospeso: il presidenzialismo, divenuto cavallo di battaglia della destra al potere sia per quanto riguarda il Capo dello Stato che attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Diciamo la verità, Mattarella è anche amato e “torna comodo” in molte circostanze, perché la sua autorevole figura nel Paese (pardon…in Patria) e all’estero è positiva, e anche perché sopperisce alle “distrazioni” per non dire alle “gaffes”, e tenta di richiamare la popolazione alla riflessione sulla guerra e su molti altri argomenti, morti sul lavoro compresi, codice sugli appalti compreso.
Mattarella “torna comodo” ed è in prorogatio, ma potrebbe essere l’ultimo presidente della Repubblica Italiana che, secondo la Costituzione, come recita l’art. 87, “rappresenta l’unità nazionale”. Con la “rivoluzione” del presidenzialismo, sarebbero gli elettori a compiere le scelte. L’attuale capo dell’esecutivo trattò questo argomento in occasione del suo primo discorso alla Camera dopo aver vinto le elezioni, ritenendolo imprescindibile. Prepariamoci, quindi, anche a questa “rivoluzione”. In molti Paesi, europei e non, vi sono repubbliche presidenziali o semipresidenziali, per l’Italia sarebbe una novità, e probabilmente ci sarà un percorso accelerato per realizzarla. Sarebbe azzardato fare dei nomi, e anche dei cognomi, ma bisognerà considerare se la gente italica sarebbe disposta a convincersi, in contrasto con il “pensiero” renziano, meloniano, salvinesco, arcoriano e piantedosiano che, in fondo, non è la Costituzione che va cambiata, ma chi la gestisce.
Letterio Licordari

