Quando, nel 2019, il Parlamento Europeo – con una risoluzione molto discussa – equiparò il nazismo al comunismo, pur con tanti altri problemi oggettivi sul tappeto, ci si rese conto che l’unica “armonizzazione” di un consesso privo di identità e di strategie politiche (nel senso più nobile del termine) era l’applicazione di una sorta di “Eurocencelli” per non far pendere da una sola parte gli equilibri (presunti) tra i gruppi cattolici, gli ambientalisti, la destra conservatrice, la sinistra e i riformisti, senza dare un peso oggettivo alla storia, quella dal dopoguerra in poi soprattutto. Una sorta di “terrapiattismo indotto” per affermare tutto e per non affermare nulla, senza costi aggiuntivi per ogni poltrona occupata.
Le violenze sono violenze, da qualsiasi parte provengano, si sa, ma non si possono certo equiparare la pur deprecabile invasione russa nella primavera di Praga del ’68 e gli agghiaccianti massacri delle foibe a tutto ciò che ha determinato la follia nazifascista negli anni drammatici della seconda guerra mondiale. Auschwitz e Dachau sono stati soltanto la punta di un immenso iceberg, e Norimberga rimane per molti versi un risarcimento per l’umanità alquanto parziale. Il fascismo e il nazismo non sono mai stati un pensiero politico, ma solo, esclusivamente, espressioni criminali. Poi, ci sono state e ci sono le “democrazie in maschera” e storie di presunte civiltà, come negli Stati Uniti d’America, dei quali l’Europa “atlantizzata” è succube, dove si è assistito al genocidio dei nativi pellerossa e alla “nascita” del razzismo, sino ad arrivare alle torture nel Vietnam e al poliziotto col ginocchio sul collo del presunto falsario (di colore, naturalmente). In ogni angolo del pianeta, però, sventolano bandiere iridate con la scritta “peace”, ma solo per far finta di sentirsi a posto con la coscienza.
Le guerre in atto, che non possono non essere mondiali, avvengono nell’era in cui vi è un implicito conflitto tra la “genialità” della globalizzazione e il mancato riconoscimento del fallimento della stessa. Non ci si può ostinare nel considerare un fallimento, difatti, quella “grandiosa” panacea che avrebbe dovuto risolvere i problemi dell’economia mondiale, permettendo gli scambi e abbattendo i costi, migliorando la comune qualità della vita, finanche riducendo la fame nel terzo mondo. Le sanzioni adottate da quella stessa UE che equipara il comunismo al nazismo (auspicando che l’assimilazione non venga allargata alla democrazia) sono un boomerang preventivato ed è la società che – naturalmente – ne paga (care) le conseguenze, perché – se pur è vero che le guerre generano grandi guadagni (dei soliti pochi) – le disparità sociali aumentano e si arriverà al punto di non ritorno, sempre più vicino. La stessa politica energetica, già ante invasione ucraina, volta a privilegiare la mobilità elettrica in danno di quella a trazione petrolifera, presenta problematiche complesse e ingestibili. E mentre, paradossalmente, il qualunquismo dilaga e si teme l’abbattimento di diritti civili e libertà (di culto, di stampa, di pensiero) faticosamente conquistati, il capitalismo trionfa con i suoi riti e i suoi grandi sacerdoti al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico. Chi vuole che le guerre abbiano fine e chi vorrebbe la prosecuzione per secondi fini inauditi? Probabilmente in molti non si sono accorti che il diaframma è storico, lo studieranno nei prossimi anni i ragazzi a scuola (se sarà loro permesso di avere testi di storia non di regime).
Intanto, nel nostro Paese, assistiamo a ridicole ricusazioni del fascismo da parte di fascisti. Ma in democrazia e in uno stato di diritto ancora vigente è permesso. Come ricordiamo, un giorno Giorgio Pisanò (repubblichino, poi esponente del Msi e in seguito fondatore del movimento “Fascismo e Libertà”, molto vicino alle organizzazioni neonaziste), incontrando Vittorio Foa, esponente della sinistra e, soprattutto, partigiano, gli disse: “Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano”. Foa gli rispose: “E’ vero, abbiamo vinto noi antifascisti e tu sei potuto diventare senatore, aveste vinto voialtri, io sarei ancora in carcere. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante.”
Letterio Licordari

