Il regime fascista aveva messo al bando ogni possibile avversario politico. Il PSI venne ricostituito nel Luglio del ’42, clandestinamente, per le aree dell’Italia centrale e meridionale. Si ricominciò da capo, quasi al buio, nello studio romano di Olindo Vernocchi, che era un incallito e “inguaribile” giornalista antifascista (era all’ Avanti! negli anni venti) ed era stato segretario del Partito Socialista per un biennio, dal ’25 al ‘26.
Era il 22 luglio del 1942 e all’incontro parteciparono Oreste Lizzadri, sindacalista già tesserato PSI, Giuseppe Romita (che diventerà in seguito Ministro del Lavoro e poi dell’Interno nei primi governi De Gasperi dell’Italia repubblicana), Nicola Perotti ed Emilio Canevari, che aveva alle spalle l’esperienza nel Partito Socialista Unitario con Matteotti, Turati e Treves. Il “Gruppo dei Cinque” iniziò a riallacciare i contatti con i vecchi militanti in tutto il centro-sud e divenne molto attivo nella città di Roma, diffondendo clandestinamente volantini e giornali a sostegno degli scioperi, in particolare di quello del 1º maggio 1943 che vide protagonisti i giovani universitari.
Il 26 luglio 1943, vale a dire il giorno dopo l’arresto di Mussolini, liquidato e sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo, Vernocchi e Romita andarono, in rappresentanza del PSI in seno al Comitato delle Opposizioni, dal re Vittorio Emanuele III° a chiedere lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista. Fu proprio Vernocchi a convincere il riluttante De Gasperi a inserire nel Comitato delle Opposizioni anche esponenti del PCI.
Si usciva, piano piano, allo scoperto, ma la guerra era ancora in corso e iniziava il periodo più pericoloso, ma si stava riscrivendo la storia reinserendo nel libro le pagine strappate dall’infame regime fascista.
L’11 settembre 1943 venne pubblicato il primo (e unico) numero del giornale “Il Lavoro d’Italia”, che sostituiva il precedente “Lavoro Fascista”, nel quale si esortavano i lavoratori italiani alla resistenza contro i nazisti. Il foglio era diretto congiuntamente da Vernocchi, dal democristiano Alberto Canaletti Gaudenti e dal comunista Mario Alicata, ed era espressione del Comitato Sindacale Interconfederale, un segnale inequivocabile della volontà dei maggiori partiti antifascisti di concentrare le forze sindacali in un unico soggetto, un progetto – in fondo – mai realizzato.
La figura di Vernocchi è stata spesso sottovalutata e meriterebbe una attenta rilettura. Va ricordato, peraltro, che nel ’47, un anno prima della sua scomparsa, nel congresso che diede luogo alla “scissione di Palazzo Barberini” evidenziò in maniera secca la sua posizione unitarista affermando “Noi abbiamo dei doveri nei riguardi del proletariato che trepida al pensiero che il nostro partito possa scindersi.” E forse aveva visto lontano, molto lontano…forse aveva previsto anche la diaspora che tuttora caratterizza le espressioni del socialismo e della sinistra tutta in Italia.

