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L’Italia invertebrata

Rispetto a mezzo secolo fa è palpabile la rassegnazione. Manca una presenza socialista nella società per poter reagire.

Letterio Licordari by Letterio Licordari
Dicembre 7, 2023
in Lavoro
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L’Italia invertebrata
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Mezzo secolo fa si scendeva in piazza per difendere i salari e i diritti, anche se si sbattevano i mostri (presunti) in prima pagina. Le proteste accomunavano spesso operai e studenti e questi ultimi non di rado venivano finanche supportate dai docenti universitari. C’era un’area grigia che rappresentava chi le tutele le aveva, quella della “borghesia”, termine oggi desueto e non solo perché anche quel ceto sociale ora gran parte dei diritti-privilegi li ha visti sfumare.

I governi democristiani sostenuti palesemente o meno dalle forze conservatrici utilizzavano i celerini, ma dietro i lavoratori che protestavano c’erano le organizzazioni sindacali, che all’epoca un peso lo avevano, eccome, ed esprimevano anche autorevoli figure. Lo Statuto dei Lavoratori, peraltro, venne concepito da un ministro, il socialista Giacomo Brodolini, che era stato sindacalista della CGIL-FILLEA, così come lo era stato il suo successore Carlo Donat Cattin, democristiano, dirigente della CISL, attuatore dello “Statuto” (Legge 300 del 20 maggio 1970) dopo la prematura scomparsa di Brodolini. Entrambi sapevano unire il coraggio dei propri ideali con quel pragmatismo necessario ad una vera politica del fare.

Tornando a quegli anni sembra di avvicinarsi ad una realtà romanzesca, una realtà che le generazioni successive non sono state e non sono in grado di cogliere malgrado la storia, specie se consideriamo che nei successivi decenni ciò che era stato a volte soffertamente conquistato in tema di diritti, di dignità nel lavoro e di emancipazione sociale, è stato stravolto, sino ad arrivare al jobs act renziano e all’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori tra il 2014 e il 2016.

Certo, i tempi sono cambiati, la globalizzazione e il mercato del lavoro (e della disoccupazione) non erano pensabili negli anni settanta, quando si riteneva di poter cambiare il mondo accorgendosi poi che era il mondo a cambiare la gente, dopo aver capito che per la classe operaia non poteva esserci nessun paradiso. I tempi sono cambiati, così come è scemato il peso specifico delle organizzazioni sindacali, che costituiscono ora solo una marginale attività di sostegno e tutela dei lavoratori e che non hanno più esponenti in grado di battere i pugni sul tavolo nelle trattative– spesso di facciata – con il governo, e di supportare i lavoratori. La scomparsa di partiti come il Pci, il Psi e la Dc, simbiotici dei sindacati, ha fatto il resto, e lo stiamo toccando con mano. Peraltro, mezzo secolo fa, in Italia vi era una sensibile presenza delle industrie di Stato che, sull’onda della “filosofia della globalizzazione”, sono state privatizzate portando spesso al taglio di teste che è andato a incrementare il nutrito esercito di disoccupati.

Mezzo secolo fa, però, per il caro-bollette e per le motivazioni non del tutto trasparenti che ne determinano aumenti che le famiglie non sono in grado di sostenere, lag ente sarebbe scesa in piazza. Mezzo secolo fa anche gli ormai ex fruitori del Reddito di Cittadinanza legittimi (non certo quelli imbroglioni e le pedine mosse da terzi senza scrupoli) avrebbero occupato le piazze, anche per sottolineare l’ingiustificabile assenza dei Centri per l’Impiego, che spesso non hanno né direttive né personale per poter consentire le opportunità di occupazione.

Ma sarebbero scesi in piazza davvero, non per un mero spettacolo teatrale come le sterili manifestazioni alle quali stiamo assistendo negli ultimi tempi, comprese quelle contro le guerre. Chi scendeva in piazza allora elemosinava una sigaretta, si proteggeva dal freddo con un eskimo e non nascondeva lo stato di difficoltà e a volte di vera e propria indigenza. Oggi i poveri sono tanti e ve ne saranno di più in forza di politiche orientate al «contro-peterpan» perché sono loro a essere depredati di quel poco che hanno per ingrassare sempre di più gli altri, ma vi sono anche finti poveri, sinonimo di evasori fiscali, che indignano quelli veri quando li vedono girare con i Suv pur presentando dichiarazioni dei redditi e ISEE da mensa della Caritas.

I tempi sono cambiati, ma in Italia sono spariti ideali, coraggio, coerenza e determinazione. Il popolo sembra invertebrato, incapace di reagire, rassegnato e sempre più egoista, sempre meno solidale. In poche parole, sono sparite le palle e ci si chiede cosa bisognerà ancora attendere per rivedere la gente in piazza con lo spirito di un tempo. Le motivazioni ci sono, e non sono poche. E ci si rende conto di quanto manchi nella società e nella politica italiana la vera presenza socialista, l’unica in grado di poter costituire alternativa ad un neo-regime del fascio sempre più pressante e antidemocratico, che sta facendo esplodere il divario tra le grandi ricchezze e le grandi povertà, nonché tra il nord e il sud del Paese.

 

Tags: lavoromanifestazionesciopero
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