È sempre più evidente la necessità di riprendere un’analisi critica dialettica delle dinamiche che legano la scienza ad una società le cui necessità si finge coincidano con quelle del modello economico e produttivo dominante.
Poiché la scienza viene finanziata dal capitale, i margini nei quali essa lavora e quindi i margini dentro ai quali si deve proiettare sono limitati dall’immaginario di una società capitalistica. Il fatto stesso che chiunque finanzi un progetto di ricerca si senta in diritto di delineare i confini entro i quali é concesso proiettare le soluzioni ai problemi posti – ad esempio, al fine di salvaguardare gli interessi in gioco – e che a questo tipo di dinamiche
siamo talmente abituati che ci risultano essere normali, è gravissimo. Non solo perché questo è un largo e duro bastone tra le ruote del metodo scientifico di cui in maniera ipocrita continuiamo a dichiararci portavoci, ma anche (e forse soprattutto) perché rivela che l’interesse finale non
è mai davvero scientifico, ma puramente tecnico: l’approccio dominante al problema del collasso climatico ne è la prima gigantesca evidenza.
Qual è il livello del dibattito interno alla comunità scientifica? Quello sulle fonti di energia. Davanti a un problema sociale si chiede una risposta tecnica. Per la miopia di non voler nemmeno pensare di mettere in discussione il sistema produttivo ed economico dominante, mentre il mondo brucia ci si illude e gratifica con soluzioni che da sole non sono che fantocci: pensiamo ai progetti di geoingegneria, fusione nucleare e l’intera impalcatura (circense) che si intende quando si parla di “transizione ecologica”.
In questo senso l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è problematica proprio partendo dalla terminologia: non esiste nessuno sviluppo sostenibile, abbiamo esaurito le risorse,
l’unica alternativa è quella di immaginare e cominciare a costruire una società post-capitalistica a partire da una decrescita dei consumi, dalle comunità energetiche e da tutta una serie di alternative reali che ci si presentano dinnanzi come necessarie, se non vogliamo l’estinzione della specie umana.
Perché non esiste sviluppo sostenibile?
L’intero Decoupling Debunked[1] dimostra come lo sviluppo sostenibile non sia che un miraggio e come l’ideologia del decoupling – il disaccoppiamento tra PIL e pressioni ambientali – rimanga appunto un’ideologia e sia smentita da semplici analisi delle condizioni materiali.
Timothy Garrett[2], fisico del clima all’Università dello Utah, calcola che occorrerebbe produrre un 1GW al giorno di nuova energia per poter continuare a crescere ai rate attuali senza produrre CO2, circa una centrale nucleare di medie dimensioni al giorno.
È necessario difenderci con tutte le nostre forze dai numerosi tentativi di salvezza che ci vengono offerti dallo stesso sistema che ci ha portato al collasso. Si inserisce in questo discorso il dibattito sulle fonti di energia del futuro, quando si parla di reattori modulari, fusione nucleare, cattura del carbonio.
Per rispondere a tali miraggi può esserci utile rammentare ai nostri interlocutori il paradosso di Jevons, che ci spiega come aumentare l’efficienza di una risorsa corrisponde ad una diminuzione di costi che quindi fa aumentare il consumo di quella risorsa. Ovviamente si tratta di un paradosso solo per delle persone inquadrate in questa epoca storica e che non hanno una comprensione del funzionamento del sistema capitalistico.
Inoltre abbiamo bisogno di soluzioni attuali, non tra 50 anni, quando queste fantomatiche tecnologie avranno – avranno? – raggiunto un livello tale da poterci garantire la produzione di energia pulita.
Come comunità scientifica dobbiamo smetterla di farci imporre l’area in cui la nostra opinione ha una validità, farci ghettizzare per poterci tirare fuori dal cilindro quando serve l’idea geniale per salvare un pianeta al collasso. Occorre prendere posizioni forti, scioperare per il collasso climatico, occupare i luoghi del sapere, fornire strumenti non alle élite per accumulare e produrre fino a quando il cambiamento climatico lo permetterà, bensì alla società, al 99% che non prende parte ai processi decisionali che guidano l’andamento dell’economia mondiale.
Occorre ripetere fino alla noia che il punto non è la fonte di energia, è il sistema produttivo alla base e che l’unico modo per salvarci dal collasso è smettere di produrre, di consumare, di crescere e passare immediatamente ad un modello di società non basato sul profitto, bensì sul benessere, dove con benessere si intende il pieno soddisfacimento dei bisogni primari.
Bisogna rifiutare di farsi impelagare in sterili discussioni su quale fonte di energia ci permetterà di continuare a produrre in modo da rimandare il problema di qualche anno e inquadrare il problema così come è. Bisogna avere il coraggio di dire che il socialismo non è un’ ideologia, è una necessità materiale. Bisogna avere il coraggio di dire che il re è nudo prima che il re ci condanni a morte tutti quanti.
[1] https://eeb.org/library/decoupling-debunked/
[2] https://journals.plos.org/plosone/article/file?type=printable&id=10.1371/journal.pone.023767

