Relazione introduttiva della conferenza telematica
LA GUERRA IN UCRAINA NEL SUO DECIMO ANNO. PROSPETTIVE SOCIALISTE
Gaetano Colantuono
Come per tutte le vicende belliche, anche la guerra russo-ucraina in corso, tanto più se è corretta la tesi di fondo per cui essa è iniziata nel 2014 e continuata con alterne vicende fino all’ingresso delle truppe russe nel febbraio 2022 (quindi già ponendosi su una dimensione di media durata), presenta analogie plurime e interpretazioni multiscalari.
Le analogie più stringenti tra le attuali vicende belliche a livello mondiale rimandano alle premesse del primo conflitto mondiale e nulla hanno invece a che spartire con il contesto e le premesse del secondo conflitto mondiale. Per chi ha deciso programmaticamente di ricollegarsi alla tradizione del socialismo italiano è impossibile non richiamare quello che i nostri maestri, i nostri predecessori ci hanno insegnato 110 anni fa, tanto in occasione delle avventure coloniali quanto, successivamente, dell’entrata in guerra dell’Italia nella grande guerra. Allora, due efficaci formule furono impiegate dal gruppo dirigente socialista nel fuoco di quelle tragiche vicende. La prima con cui abbiamo presentato la nostra opposizione intransigente in Parlamento e nel Paese all’avventura libica giolittiana: né un soldo né un soldato rispetto alle vostre avventure coloniali, alle vostre avventure militaresche. La seconda espressa nel corso del ‘15: né aderire né sabotare. Per il partito, infatti, si trattava sostanzialmente di mantenere con coerenza, e anche con lungimiranza, la propria posizione neutralista e antimilitarista senza peraltro spingere ad una repressione, la più feroce possibile!, nei confronti dei militanti nelle istituzioni conquistate dal movimento dei Lavoratori nei decenni precedenti. Nell’inverno fra il ‘17 e il ‘18 un nostro rappresentante parlamentare, nostro perché noi lo rivendichiamo!, come il Treves, poté dire “Caporetto è vostra”: non ha nulla a che spartire con la nostra agitazione politica e sociale per la pace, per la fuoriuscita dell’Italia dal conflitto e della rete di relazioni rilanciata con le conferenze in suolo svizzero, nel mentre pochi mesi prima un documento ufficiale pontificio aveva chiamato la guerra in corso “inutile massacro”.
Questa tradizione dei socialisti italiani va rivendicata, mentre constatiamo, direi con assenza di stupore, come in realtà l’attuale socialismo mainstream in Europa occidentale sia invece una variante del progressismo guerrafondaio, segnato da caratteristiche xenofobe, neocoloniali, suprematiste del bianco occidentale inserito in un contesto tardo-capitalista e nella cornice del relativo declino della potenza-guida, gli USA. Noi, invece, proponiamo un’altra visione, anche attraverso questo incontro, che vuole essere a metà strada fra il divulgativo e il didattico, nonché di auto-formazione politica per noi stessi che vi partecipiamo, al di là dei ruoli di relatore o appunto di partecipante.
La domanda che muove questo mio intervento è sostanzialmente la seguente: come potremmo spiegare questo conflitto russo-ucraino tenendo conto che la Storia, dal punto di vista del metodo, si può fare a cose già fatte, sulla base di documenti a disposizione dello studioso, compresi i documenti riservati dei vari soggetti coinvolti. Noi, invece, la stiamo facendo in atto, nella sua processualità, non sapendo come andrà a concludersi e non sapendo neppure se questa guerra in realtà non sia altro che un tassello di qualcosa di molto più grave e quindi non solo una parentesi. Possiamo, anzi, già escludere in realtà che questa guerra sia una parentesi, perché altrimenti le parentesi sarebbero troppe; considerando che in corso non c’è soltanto la guerra russo-ucraina, ma ce ne sono fra le 30 e le 40 attive nel resto del pianeta e proprio l’area euro-asiatica e mediterranea non è priva di attestazioni belliche e parabelliche diffuse. Allora c’è qualcosa che possiamo fare: non solo partecipare attivamente al movimento per la pace, ahimè non come voce significativa ma come un tassello del movimento contro la cobelligeranza che ha ben altri soggetti animatori in questo momento; in esso intendiamo dare il nostro apporto politico-culturale, che deve contribuire a quella che potremmo dire la lotta delle idee e non lasciare la narrazione della guerra e poi anche la sua trascrizione storiografica, e infine quella nella manualistica scolastica, ad altre componenti esplicitamente o implicitamente filo-bellicistiche che trovano sostanzialmente nella sinistra progressista internazionale italiana e nei suoi organi di informazione le proprie punte di lancia.
La guerra attuale necessita di interpretazioni plurime perché è una guerra che ha ormai quasi dieci anni e ha delle radici che gli analisti più attenti hanno avuto modo di mostrare a partire dal colpo di Stato, tutt’altro che pacifico, compiuto da una alleanza niente affatto rara tra gruppi liberali filo-europei e filo-atlantici con gruppi dichiaratamente nazionalisti e neonazisti; non è una rarità, non è un unicum, avviene anche altrove, sia pure in forma non così esplicita. È questa alleanza che poi ha provocato una risposta, una reazione anch’essa armata, auto-difensiva delle popolazioni del Donbass e anche una occupazione fulminea della Crimea da parte delle truppe russe. Ma questo è soltanto uno dei livelli di lettura e forse neppure, potremmo dire, quello che a medio e lungo termine dovrebbe essere prevalente, perché ormai è chiaro che si tratta di una guerra per procura tra la Nato e l’Unione Europea, che si manifesta essere un protettorato della NATO, nei confronti della Russia. E potremmo dire, seguendo uno dei pochi e dei principali soggetti del movimento per la pace, il vescovo cattolico di Roma Bergoglio, che c’è stato un “abbaiare alla Russia” con una progressiva estensione dei confini della NATO ai confini della Russia stessa. Esiste, poi, un altro livello di lettura, se volete più raffinato, che necessita di ulteriori attestazioni e documentazioni, quello appunto di una guerra degli Stati Uniti nei confronti di un’Europa divisa almeno in tre blocchi: un’Europa che non dobbiamo far coincidere con l’Unione Europea, bensì un’Europa nella quale abbiamo, in primo luogo, una componente decisamente antirussa e pro-guerra, formata dal Regno Unito, dalla Polonia e dagli stati baltici; una seconda componente che questa guerra non la vuole, perché la sente come negativa per i propri interessi materiali nazionali, e penso da questo punto di vista al ruolo dell’Ungheria, guidata da un esponente di una certa destra; e ci sono, infine, i paesi che avevano fondato l’Unione Europea e che si trovano nel bel mezzo di questi due blocchi europei, costretti a trovare delle mediazioni che talvolta sfidano anche il ridicolo: recentemente un presidente, quello spagnolo, socialista dal punto di vista nominale, è andato a Kiev a promettere nuovi armamenti che consistono in cinque, di numero, carri armati; sostanzialmente, potremmo dire, qualcosa che sarebbe adatto soltanto a procrastinare la guerra di poche ore rispetto al consumo di materiale che avviene sui territori contesi.
Possiamo anche parlare di una guerra fra gli Stati Uniti e il resto del mondo e qui la tesi che ormai dobbiamo prendere in considerazione è quella della guerra russo-ucraina come uno dei principali tasselli segnalatori di una crisi della globalizzazione unipolare egemonizzata dagli Stati Uniti e dal suo modello socio-economico; e questo rimanda, poi, a quel recupero che alcuni studiosi hanno fatto della trappola di Tucidide. Non c’è il tempo qui per articolare meglio la critica che muovo a questo impiego attualizzato di Tucidide, visto che non si capisce chi dovrebbe essere Sparta e chi Atene fra i due reali contendenti, gli Stati Uniti e la Cina, e che dovrebbero poi trovare in Taiwan il proprio punto di caduta. Vi è poi la linea di interpretazione che parla di una guerra civile interna al popolo ucraino, come era stato previsto tra l’altro proprio da uno dei maggiori teorici dell’egemonia statunitense come Samuel Huntington: si rileggano le pagine 38-39 dell’edizione italiana del suo Lo scontro della civiltà, in cui già prevedeva per l’appunto una divisione su base etnica della Russia, il cui riscontro è negli eventi del 2014.
Altre due considerazioni. Noi non possiamo rinunciare alla tesi per cui ogni guerra, e questa è una guerra di occupazione della Russia nei confronti di una parte del territorio ucraino, essendo guerra fra Stati capitalistici, sia una guerra inter-imperialistica; e, come è avvenuto nel primo conflitto mondiale, sarebbe opportuno per chi sta dalla parte delle classi popolari e del movimento dei Lavoratori non partecipare, non tifare, non sostenere in alcun modo lo sforzo bellico dell’una o dell’altra parte; piuttosto evadere dal blocco bipolare che contrappone in modo binario fra “Chi è per la pace è putiniano” a “Chi è per la guerra è a favore della Resistenza ucraina” e che ritrovo in tanti ambiti, per esempio anche in chat del movimento pacifista o di un comitato per i diritti dei lavoratori; anche in posti impensati ritrovo questo schema binario che abbiamo già visto in atto in altri momenti di crisi, per esempio sul tema dei vaccini, sul quale tante volte ha riflettuto il nostro Pier Paolo Caserta, per cui dovevi essere o pro-vax al mille per mille, o, altrimenti, eri per forza no-vax e quindi complottista e antiscientifico. C’erano possibilità intermedie? Sì, perché dobbiamo rinunciare proprio all’idea che tutto sia racchiudibile in uno schema binario e bipolare. C’era chi propose un movimento alter-vax…
L’altra considerazione: ogni guerra, data l’unitarietà della specie umana, dovrebbe essere considerata una guerra civile e su questo forse non abbiamo ancora riflettuto a sufficienza, schiavi di visioni che si suol definire “geopolitici”. C’era arrivato il movimento pacifista negli anni ‘80-‘90, poi c’è stato il grande contributo del movimento ecologista: ogni guerra è anche guerra all’ecosistema, già fortemente compromesso dall’Antropocene. Eppure l’abbiamo dimenticato, l’abbiamo disimparato. La guerra è guerra civile ed è guerra all’ecosistema. Per alcuni questa visione universalista sembrerebbe porsi in contrasto col dettato marxiano per cui il motore della storia è la lotta sociale, la lotta fra interessi e bisogni delle classi sociali in lotta fra di loro, fra le élite possidenti e la massa dei subalterni. Qui tuttavia dovremmo introdurre esplicitamente, anche nella nostra concreta attività didattica, la distinzione fra la guerra come elemento militare e la lotta sociale che può esprimersi in altre forme che non quelle propriamente militari, ossia quello che ci ha insegnato il movimento dei lavoratori. Su questo punto vorrei insistere perché, sostanzialmente, la legittimità della lotta sociale, anche radicale, e l’illegittimità della guerra hanno trovato in alcune carte costituzionali, fra cui quella italiana, una propria sanzione che si sperava definitiva e che invece abbiamo visto ridimensionarsi attraverso tutta una serie di forsennate attività di revisione costituzionale in Italia o neppure di revisione ma di reinterpretazione alla costituzione, come nel recente e inquietante caso giapponese.
Tocchiamo altre due questioni, in primo luogo la grande tesi della Arendt, per cui nessuna guerra ha mai stabilito diritti ma ha semplicemente riconfigurato poteri; tale modificazione dei poteri fra élite (e quindi torniamo a ribadire come anche questa guerra sia strumento delle élite) si collega alla grande revisione della polemologia fatta da Michel Foucault negli anni Settanta. Come tutti noi studenti più o meno valenti alle superiori sapevamo, la guerra era il tentativo di occupare i territori tra due Stati con confini, bandiere, determinati protocolli identitari ecc., quindi fra due realtà esterne. E se invece leggessimo la guerra come il tentativo più forte e più abile delle élite di ciascuno stato coinvolto in guerra di controllare/reprimere il resto della popolazione? Da questo punto di vista la tradizione socialista non aveva avuto bisogno della revisione, per altro geniale e del tutto opportuna, di Foucault negli anni Settanta; queste cose erano state già capite e smascherate nel tornante fra fine Ottocento e inizi Novecento. Da questa prospettiva appare criticabile, per esempio, la disciplina che va tanto di moda tra gli opinionisti del mainstream, la geopolitica; che magari produce anche delle analisi molto interessanti – penso a quelle fornite in Italia da una specifica rivista come Limes; ma sarebbe il caso di dire che la geopolitica è una delle tante discipline che l’élite, o meglio una parte di esse, ha creato per legittimare determinate azioni e determinate strategie e, quindi, delegittimare la critica che invece noi esponenti del pensiero critico e delle alternative, compresa quella di dare spazio agli interessi e ai bisogni delle classi popolari, possiamo produrre.
A questo punto, tocco solo un’ultima questione, per ragioni di tempo, un concreto esperimento didattico. Recentemente sono stato commissario d’esame e vari ragazzi hanno voluto parlare della prima guerra mondiale e dello scontro in Italia fra interventisti e neutralisti, un vero conflitto civile e sociale, fatto anche di moti di piazza e di morti in piazza. È significativo come, allorché si parlava di neutralisti, si citavano i cattolici, si citava anche una parte, cosa che mi ha colpito in positivo, dell’imprenditoria, che era contraria all’interventismo, e mi sono chiesto chi attualmente dovrebbe essere il corrispondente di Giolitti nell’imprenditoria neutralista contraria alla guerra per proprio interesse. Ho pensato, indubbiamente, all’ultimo Silvio Berlusconi, il rappresentante funzionale, strumentale, quello che si vuole, di quest’imprenditoria commerciale. Nessuno dei ragazzi ha citato un partito che allora era presente in Parlamento e che animò importanti lotte sindacali e sociali per impedire l’ingresso in guerra, che espulse tutti i propri, peraltro pochi – si possono contare sulle dita delle mani – rappresentanti ambigui sul tema della guerra, a cominciare da un certo Benito Mussolini. Non ne faccio, a questi studenti, una colpa. Storicisticamente, ritengo che essi stessero proiettando l’attuale assenza di un movimento socialista, neutralista, a favore dei diritti sociali, sui tempi di cui stavano parlando e questa è forse un’ulteriore nota dolente e sulla quale anche questo seminario potrebbe forse invitare a riflettere.
Avrei molte altre cose da dire ma credo che per ragioni di tempo sia opportuno fermarmi, ricordandovi che quella tradizione va recuperata in tutte le sedi. E suggerisco quest’ultimo elemento, la biografia di Matteotti durante la prima guerra mondiale. Noi abbiamo un po’ “museificato” Matteotti come martire dell’antifascismo, e facciamo benissimo, ma il Matteotti neutralista radicale intransigente della prima guerra mondiale va ricordato. Era consigliere provinciale eletto a Rovigo, quando prende la parola contro la guerra, contro il massacro dei proletari e solerti carabinieri lo prendono di peso, lo portano in prigione e a lui spetterà poi un lungo confino in Sicilia. La pratica del confino come punizione giudiziaria non la inventa il fascismo. Il fascismo la moltiplica numericamente, la estende, la dà come strumento pedagogico di massa, ma non era certo nata col fascismo.
Coeva di Matteotti fu l’azione di Rosa Luxemburg in Germania, ma penso di poter concludere questo mio intervento con un pizzico di rammarico: noi non ci siamo, non siamo in alcun modo all’altezza rispetto ai compiti storici che ci poniamo, rispetto ai nostri maestri, rispetto ai bisogni e gli interessi delle classi popolari che partono appunto dal concetto di pace per poi arrivare a quello di uguaglianza, non solo all’interno di ciascuno Stato, ma anche fra popoli.
Relazione introduttiva della conferenza telematica svoltasi il 5 luglio 2023, a cura del Risorgimento Socialista della Puglia, sul tema LA GUERRA IN UCRAINA NEL SUO DECIMO ANNO. PROSPETTIVE SOCIALISTE, disponibile sul canale YouTube del partito.

