Presentazione tavola su Lavoro e relazioni sindacali (Teatro Flavio, 4 novembre 2023)
Alcuni punti di confronto.
1.È inscindibile il nesso fra un partito socialista e le organizzazioni (sindacali ma anche mutualistiche o di altro tipo) dei lavoratori. Senza una componente organizzata dei lavoratori non può darsi quel partito socialista che manca in Italia da troppo tempo e senza una caratterizzazione socialista e costituzionale non vi è un sindacato all’altezza delle sfide ma una sorta di caf a domanda individuale o per logiche neocorporative.
2.Superare la dimensione eterea, liberale dei partiti, anche della sinistra sedicente radicale, nella seconda repubblica: movimenti di opinioni, di gruppi di scopo temporanei, legati magari da personalità ritenute carismatiche. Tornare a considerarsi partiti con una dimensione di classe – intesa ovviamente in modo differente dal passato del compromesso socialdemocratico: non solo operai autoctoni con contratto formalizzato, con eventuali possibilità di migliorare mansioni e qualità di vita e con una crescente partecipazione dei processi produttivi in ciascun momento, ma lavoratori di varia natura/tipologia, per lo più con contratti eterogenei anche nello stesso ambiente di lavoro e a parità di mansioni, ripiombati in una situazione generalizzata di incertezza sul piano salariale e degli stessi diritti (a cominciare dalla disponibilità di una adeguata pensione sostenuta dalla fiscalità pubblica).
3.Il sindacato, così come il partito, non può limitarsi a una specifica categoria di lavoratori ma deve avere come obiettivo la ricomposizione – per via contrattuale e/o legislativa e giuridica – del mondo del lavoro. Ciò vale per i rapporti fra cd. garantiti (in part. prima del Jobs act e del sistema previdenziale solo contributivo) e precari, fra autoctoni e migranti. Anche in tal senso occorre sostenere la proposta di salario minimo con agganciamento all’inflazione.
4.Ai lavoratori migranti si devono molte delle lotte sociali più incisive nell’ultimo decennio di relativa acquiescenza dei lavoratori in Italia: è il caso dell’agricoltura e della logistica. Il padronato, quasi incredulo, ha reagito violentemente servendosi delle cd. forze dell’ordine, di propria teppaglia, infine dei media ufficiali. Come lavoratori socialisti riconosciamo e sosteniamo il notevole contributo dei migranti e l’ “economia morale” delle loro lotte.
5.I sindacati italiani, a cominciare dalla principale organizzazione, la CGIL, vanno stimolati, criticati, incalzati, non se ne può prescindere. C’è un diffuso deficit di capacità politico-culturali fra i gruppi dirigenti che coinvolge tanto la CGIL quanto i sindacati di base: la nostra attività nelle assemblee e negli organismi dirigenti può contribuire a una rinnovata consapevolezza che i sindacati non devono occuparsi esclusivamente di specifici contratti ma di vita dei lavoratori, di qualità democratica dei processi decisionali e di quelli produttivi, di relazioni fra lavoro e territorio. I contratti soprattutto nazionali vanno riaffermati come strumento principale ma non unico di tali processi democratici.
6.La nostra presenza sindacale deve contestare non già specifici governi né tanto meno sostenere presunti “governi amici” ma avere gli interessi e i bisogni delle classi popolari come stella polare. È la politica istituzionale dell’intera seconda repubblica con l’egemonia neoliberale l’oggetto di contestazione radicale che in quanto socialisti intendiamo riaffermare. Le ricorrenti revisioni costituzionali – sia esplicite (autonomie differenziate, premierato) sia più coperte (legge elettorale maggioritaria e/o con insostenibili soglie di sbarramento; riduzione numero parlamentari) confermano tale prospettiva radicalmente critica della deriva post-costituzionale.
Rispetto all’attuale legge di bilancio noi formuliamo una serie di osservazioni critiche (fonte: Eliana Como e Luca Scacchi):
Accanto alle promesse non mantenute (soprattutto in termine di rinnovi contrattuali nella PA e di rinnovi ridotti altrove o contratti scaduti da tempo), vi sono tendenze negative: il taglio del cuneo fiscale e il compattamento delle aliquote fiscali più basse (fino ai 28mila), ossia un minore finanziamento dei servizi pubblici (tanto più in un contesto di inflazione persistente) e una minore progressività fiscale. Resta il tema della perdita del potere d’acquisto valutabile intorno al 20% a cui va aggiunta la diminuzione del salario indiretto e sociale.
Per le pensioni si notano peggioramenti, sia pure fra oscillazioni quotidiane nel governo: il passaggio a quota 104 (con almeno 41 anni di contributi) e l’anticipo dello sblocco del meccanismo della Fornero (adeguamento alla speranza di vita media) che porterebbe a circa 43 anni e 7 mesi di contributi. Le risposte dei sindacati non sembrano all’altezza, benché restino da avanzare idee organicamente alternative nelle forme e nei contenuti della proposta sindacale.

