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Oggi a Roma, oggi a Parigi

Un nuovo intervento di Alberto Benzoni sulla politica internazionale, il cessate il fuoco e la lotta alle politiche di guerra

Gaetano C by Gaetano C
Settembre 30, 2024
in Politica, Primo Piano, Riflessioni
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Oggi a Roma, oggi a Parigi
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“Oggi a Parigi, domani a Roma” è stato l’auspicio e quindi la parola d’ordine di quanti hanno creduto, dagli albori del Risorgimento in poi, che gli esempi d’Oltralpe dovessero risvegliare le energie sopite del nostro popolo. Che si trattasse delle rivoluzioni dell’Ottocento o, ai tempi nostri, dell’unità delle sinistre, dell’avvento di Mitterrand con l’annesso annuncio che ciò avrebbe “cambiato la vita” dei francesi o, calando calando, della vittoria di Hollande nel 2017. Una parola d’ordine che, per inciso, non avrebbe sortito, almeno di recente, alcun effetto. Non fosse altro perché le luci accese a Parigi si sarebbero ben presto spente: l’unità delle sinistre rotta dai comunisti, il cambiare la vita declassato, tempo due anni, a politica del rigore, Hollande finito nelle braccia di industriali e finanzieri, per essere successivamente tradito dalla persona, leggi Macron, che aveva chiamato a suo soccorso.

Rimaneva, però, a confortare la sinistra, la constatazione che le “anomalie” del nostro paese – lo stato imprenditore, la programmazione, il Mezzogiorno come problema nazionale, l’interpretazione geograficamente limitata e difensiva del patto atlantico, la scala mobile, i diritti estesi a sempre nuove categorie di cittadini, per citarne alcune – fossero  un elemento di distinzione e di vanto. A denunciarle, invece, il centro laico e moderato: a partire dal timore che il distacco dall’Europa si sarebbe trasformato in catastrofe geopolitica, staccando l’Italia dalle Alpi per farla precipitare chissà dove; e che l’eccesso di concessioni avrebbe portato alla nostra rovina, morale oltre che materiale.

Oggi, i tempi sono completamente cambiati. E a confrontarsi non sono più, con il ritorno in campo e in forze della destra, la sinistra e il centro moderato e conservatore ma i conformisti, anzi i benpensanti, seguaci del pensiero unico – tra i quali giocano un ruolo importante i socialisti europei e, nel nostro paese, gli epigoni del Pci – e gli incazzati di ogni ordine e grado, molti dei quali cui la fine di ogni fiducia nel presente e di ogni speranza nel futuro porta al rifiuto dei politici e della politica.  In attesa del ritorno in campo di una sinistra degna di questo nome.

Secondo i primi, l’anomalia italiana è tutta negativa. E, in assenza di bersagli alternativi (ci sarebbe il papa ma è meglio ignorarlo, anche perché dice sempre le stesse cose) si scarica tutta sul governo: accusato di non aver rotto i ponti con il passato fascista ma soprattutto di essere populista e sovranista, nonché (leggi perché, N.d.A) tiepido nel sostegno all’Ucraina e renitente rispetto ai vincoli di Maastricht. Mentre alla sinistra si rimprovera, da parte degli stessi media di regime, di non essere fino in fondo a fianco di Zhelensky, oltre che di albergare (fantomatiche) posizioni antisemite.

A far eco a queste critiche, il nostro Pd. Che, non a caso, ha dei problemi nel votare Fitto ma ha accettato, senza problemi, di far parte, assieme a tutti gli esponenti del Pse, di un esecutivo tra i più reazionari e bellicisti che la storia ricordi: a partire dalla von der Leyen; continuando con la responsabile esteri, un’estone dedita a progetti di smembramento della Russia; per finire con il nugolo di esponenti dei paesi baltici, specialisti del rigore. Oltre che della russofobia più viscerale (anche se comprensibile).

Si dirà che, all’interno del Pd coesistono, in particolare sulla questione ucraina (ma anche mediorientale), posizioni diverse. Ma sono questioni che andrebbero risolte in un congresso, unico legittimato a scegliere la “linea generale” cui tutti dovrebbero attenersi e non con un ecumenismo ipocrita e paralizzante.

Per effetto di tutto questo, la sinistra è all’opposizione ma non è alternativa. Non ci si può stracciare le vesti sui saluti romani o sulle uscite infelici di questo o quel membro del governo e tacere sulle guerre; per non dire della liquidazione, prima anticipata, poi condivisa dell’eredità della prima repubblica (Costituzione compresa).  In un contesto in cui la retorica della Schlein rischia di sortire lo stesso effetto delle pillole antidolore pubblicizzate in Tv: curare i sintomi ma non la malattia; e per un tempo limitato.

Il tutto mentre la Meloni, lungi dal divenire il paria d’Europa, come auspicava Macron in una delle sue tante giravolte isteroidi, è diventata meta di pellegrinaggi da parte di impensati e improbabili ammiratori della sua gestione dell’immigrazione (e magari anche dell’ordine pubblico).

Che fare allora? Come reagire? Dove trovare l’esempio e il modello della sinistra del futuro? Una ricerca che ha avuto due tappe intermedie: prima Corbyn, poi Sanders. Il primo vittima del “character assassination” con l’attivo concorso del Mossad; e non perché antisemita, tutt’altro!, ma in quanto attivo nell’attività di boicottaggio di Israele per la sua politica nei territori occupati. Il secondo, troppo gratificato dalla linea di politica economica e sociale portata avanti da Biden per potersi impegnare, come avrebbe dovuto, nel contestare le sue scelte belliciste su scala mondiale.

E, allora, si ritorna fatalmente a Parigi e all’esperienza del Nuovo Fronte Popolare, animato da Mélenchon. Alla sua attrazione, riportando al voto vasti ceti popolari; al diniego costante di gruppi e persone rispetto ai doni avvelenati offerti da Macron; alla capacità di coinvolgere il centro e la destra repubblicana per sbarrare la strada al Rassemblement National; e, infine, alla natura del suo programma economico e sociale, riproposizione aggiornata del più classico repertorio socialdemocratico.

Se guardiamo però alla realtà, la nostra stima rimane intatta ma il nostro entusiasmo scema. Perché, a votarlo, è stato appena un terzo del corpo elettorale; perché, a conclusione della vicenda, avremo un governo di destra, con un programma di destra, che, se necessario , potrà ricorrere alla benevolenza di una Le Pen, oggettivamente sdoganata perché ritenuta “meno pericolosa” di Mélenchon, a rafforzare un processo che dovrebbe portare alla sua vittoria nelle prossime elezioni politiche; perché un programma, quintessenza del riformismo di sinistra è stato ritenuto “folle”; e, infine, perché le grandi manifestazioni  organizzate dopo la formazione del nuovo governo – manifestazioni che un tempo avevano un impatto assai rilevante – sono state bellamente ignorate, in nome della superiore legittimità garantita dal voto per Macron.

Nel frattempo in Argentina Milei fa macelleria sociale mantenendo inalterata la sua popolarità, lodato (dal Foglio) per la qualità della sua democrazia, oltre che sempre più apprezzato dai mercati. Mentre il canadese Trudeau, quintessenza del politicamente corretto, sta per essere travolto sotto la duplice pressione dei conservatori e dei separatisti del Quebec. E Starmer fa il suo debutto a Roma per farsi insegnare dalla Meloni “come si fa”; perdendo per strada buona parte dei (mediocri) consensi conseguiti nello scorso luglio. In aggiunta a tutto questo, il Parlamento europeo punta sulla vittoria di Zhelensky, le “sinistre per Israele” si estasiano di fronte ai nuovi massacri ultratecnologici in corso, la Harris rincorre Trump nello sparare a vista; mentre, sull’altro fronte, cadono un po’ dappertutto le barriere che separano i “liberali” dalla destra radicale, purché occidentalista e filo ucraina. Il tutto, senza particolari reazioni da parte dei partiti di regime, tutti insieme a bamboleggiare, in nome di un volutamente evanescente “riformismo”, denunciando non meglio identificati “sovranisti” e “populisti”.

Viviamo in un ambiente in cui manca l’aria e in cui non c’è più alcun rapporto tra le parole e le cose; e cioè tra la politica e la realtà. Per non rimanere soffocati occorre allora aprire le finestre; e per recuperare la nostra identità, ascoltare le voci del passato.

Le più autorevoli e pertinenti sono quelle che vengono dal periodo d’oro dell’internazionalismo socialista: quello che intercorre tra la fondazione dell’Internazionale nel 1889 e lo scoppio della prima guerra mondiale

In questo periodo, il dibattito in seno all’IS si concentra su due argomenti che, possiamo rendercene conto subito, sono, ancor oggi, di attualità.

Il primo a che fare con i rapporti da tenere nei confronti dei governi e dei partiti “borghesi” e si conclude con il sì a un dialogo finalizzato a garantire il libero processo di emancipazione del mondo del lavoro ma salvaguardando l’alterità del movimento rispetto all’antagonista. Il secondo si concentra sulla lotta contro il pericolo della guerra e della cultura della guerra, ritenute connaturate con il capitalismo. E ripudiate non solo per le catastrofi umane e materiali che determinano ma anche per la devastazione culturale e morale che le precede, l’accompagna e la segue. E indica la rivolta comune delle organizzazioni proletarie per contrastarle nel momento decisivo.

Per inciso, a mancare all’appuntamento fu la socialdemocrazia tedesca, sino ad allora maestra di dottrina e di pratica del marxisticamente corretto; anche perché sedotta, come raccontò, qualche anno dopo, l’allora cancelliere Bethmann Holwegg, dal fatto che i crediti di guerra erano stati chiesti contro la Russia…

Quanto bastò per spaccare il movimento operaio. Ma non per ridurre, in particolare nel secondo dopoguerra, l’impegno dei socialisti, in particolare ma non solo italiani, per la distensione e la pace.

Oggi, questo patrimonio è stato svenduto a prezzo di saldo. Per essere sostituito da quell’interventismo democratico un tempo rappresentativo della sinistra mazziniano/garibaldina dell’Ottocento; ma oggi riproposto in versione atlantista e, peggio, come episodio della lotta tra Bene e Male.

Una involuzione strutturale cui ex comunisti e neosocialisti non hanno offerto la minima resistenza: i primi inseguendo la storia futura a Washington e a Londra; i secondi, rassegnati al ruolo subalterno a loro assegnato all’interno del sistema esistente anche perché ormai incapaci di individuarne un altro.

E questo perché alla loro ritirata si accompagna la progressiva perdita dei loro tradizionali punti di appoggi nella società. Così il proletariato, la parola come la cosa; così la classe operaia come classe generale sostituita da ceti medi, tanto friabili come punti di riferimento quanto lo è la loro coscienza politica; così il lavoro, dato e tolto, alle condizioni e secondo gli interessi dei padroni (pardon dei “datori di lavoro”); così uno stato che, a tutti i livelli, ha rinunciato al suo ruolo di protagonista del processo di sviluppo e di riduzione delle disuguaglianze per confinarsi nel ruolo di tutela degli interessi dei potenti e di mediatore tra le varie spinte corporative; così, infine, per una dimensione internazionale, totalmente abbandonata dalla sinistra e a disposizione di chi comanda e perciò stesso orientata a ignorare i bisogni e lo stesso diritto alla vita dei governati. Si aggiunga il consolidato tabù all’introduzione di nuove tasse e a qualsiasi ipotesi di redistribuzione del reddito e il quadro, nelle sue grandi linee, è completo. E vale sia per i “socialisti che si contentano” (fino a collocarsi, rispetto alle tragedie in atto in Ucraina e nel Medio Oriente sulla linea del “sì ma non troppo”, costantemente spostata verso l’alto) che per le nuove formazioni che, sia a livello sindacale che politico/partitico, si stanno affermando in tutta l’Europa occidentale, nel contestare sia la destra che la sinistra di governo. E che, proprio per questo, devono avere tutta la nostra simpatia.

Qui e oggi, però, di fronte ai pericoli, anzi ai disastri per lo stesso consorzio umano, causati dalla guerra e dalla cultura della guerra, la nostra lotta deve, pena l’irrilevanza, deve compiere un salto di qualità.

Per questo, non ha alcun bisogno di strategie discusse nei convegni o comunque elaborate a tavolino. Perché abbiamo a disposizione la già citata esperienza della Seconda Internazionale nonché la sensibilità propria di un movimento, unica nell’ambito della sinistra storica ad opporsi costantemente alla guerra come “male in sé” a prescindere dalla natura di contendenti (sola eccezione, la seconda guerra mondiale; ma perché condotta contro ideologie e personalità che vedevano la guerra come funzionale alla loro stessa esistenza).

Ora, che cosa ci suggeriscono questa esperienza e questa sensibilità?

Primo, che il nostro impegno, per essere efficace, deve superare i limiti tradizionali, siano essi geografici o politico/partitici.  E cioè unire, da subito, a livello internazionale e contare sul contributo attivo non solo delle nuove formazioni della sinistra socialista con i loro alleati ma anche di quanti intendano impegnarsi, a livello individuare e collettivo, nella lotta contro la guerra, i guerrafondai e i loro complici.  Il tutto all’interno di qualcosa che assomigli ai vecchi fronti popolari, con le relative formule associative.

In secondo luogo, e questo dovrebbe essere chiaro, anche se per ora non lo è anche per responsabilità nostra, noi non chiediamo la pace ma la fine della guerra: una tregua, un cessate-il-fuoco che ponga fine al massacro e apra la via ad un negoziato. E di un negoziato che non coinvolga soltanto le parti – scelta suicida – ma la collettività internazionale e, al suo interno, le grandi potenze (quelle che lungo tutta la seconda metà del secolo scorso sono costantemente intervenute per porre fine alle guerre mediorientali e per cercare soluzioni ragionevoli alle crisi tra la Russia e i suoi vicini).

E non chiediamo la pace perché questa non c’è mai stata nel passato (Medio Oriente) e perché ci vorranno anni perché si possa parlare di rapporti normali tra Mosca e Kiev. Ma anche perché non intendiamo in alcun modo avallare, anche indirettamente, il vergognoso autoinganno di chi parla, nel caso ucraino, di “pace vittoriosa” e di chi segue Netanyahu nel ritenere, modello Antico Testamento, che la pace consista nella distruzione totale dell’avversario e del suo popolo, trasformato in “scudo umano”.

Infine, è doveroso constatare che il bellicismo strumentale delle classi dirigenti europee, perché funzionale alle loro politiche interne non è condiviso ma nemmeno contestato dai loro popoli. Questi, per dirla nel modo più sintetico possibile, non credono in alcun modo all’arrivo prossimo venturo dei cosacchi in Piazza San Pietro; ma nemmeno colgono il nesso che c’è tra la cultura della guerra e la costante riduzione delle risorse, delle conoscenze e degli spazi d’intervento a disposizione dei governati.

Ricostituire questo nesso, sino a farlo valere nella generalità delle coscienze, è dunque un passaggio essenziale: soprattutto nel quadro di una lotta che, per essere vincente, deve coinvolgere la generalità dei cittadini.

Siamo, ovviamente, ancora sulla linea di partenza; ma, se non si parte bene, non si arriva da nessuna parte.

Oggi a Roma, oggi a Parigi. Ma anche oggi a Londra e oggi a Berlino. Ci dicono e ci ripetono che la voce dei popoli è fiato sprecato. A noi di dimostrare il contrario.

 

Alberto Benzoni

Presidente di Risorgimento socialista

Tags: Benzoni Politica internazionale socialista Pace
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