Era la sera del 14 settembre del 1924. Gli antifascisti di tutta Italia avevano avuto notizia del ritrovamento, un mese prima, del cadavere di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso il 10 giugno di quell’anno dai gerarchi del regime per ordine del Duce.
Gli squadristi presidiavano Cosenza, come tutta l’Italia. Sulle scalinate di Via Sertorio Quattromani, nell’attuale centro storico della città, quella sera le rappresaglie nei confronti degli antifascisti si conclusero con una sparatoria e Paolo Cappello, muratore socialista, convinto antifascista, fu colpito al petto da un proiettile, riportando una ferita che si rivelò essere da subito molto grave, tant’è che venne portato a braccia all’ospedale civile da alcuni passanti. Un altro antifascista cosentino, quella stessa sera, Nicola Adamo, fraterno amico di Cappello, intendendo soccorrerlo, venne pestato a sangue dalla milizia e venne anch’egli ricoverato all’ospedale, riuscendo però a sopravvivere.
Cappello morì dopo una settimana di agonia, ma al suo funerale furono circa diecimila coloro che vi parteciparono, nonostante le restrizioni adottate dai gerarchi per il mantenimento dell’ordine pubblico, compresi i divieti per le bandiere e i discorsi.
La figura di Paolo Cappello, figlio di ignoti cresciuto nel popolare quartiere della “Massa”, a distanza di cento anni dalla sua morte, è sempre viva e costituisce un punto di riferimento storico e ideologico per i socialisti e per i cosentini. Dopo aver sposato le idee repubblicane, nel 1914 aveva aderito al socialismo, facendo parte del Direttivo della Sezione Socialista cosentina. Da più pubblicazioni (giornali dell’epoca, ricerche storiche, ecc.) si legge che “non vi fu piccola lotta cosentina, economica o politica, che non lo rinvenne nella prima linea, sempre pronto a sguainar l’anima dritta là dove si lotta per il pane e per l’Idea”.
Cappello, appena dopo l’aggressione, prima di essere portato all’ospedale, indicò al Procuratore del Re il miliziano che gli aveva sparato, tale Antonio Zupi, che venne arrestato in attesa del processo. I fatti di quella sera erano stati preceduti da altri episodi, emersi anche in sede di istruttoria processuale: il primo risaliva al 17 marzo di quello stesso anno, quando venne arrestato, assieme ad altri compagni, tra i quali Nicola Adamo, con l’accusa di aver sfregiato il fascista Giuseppe Carbone, ma venne riconosciuto innocente e assolto con formula piena nel successivo mese di giugno dalla Corte di Cassazione, con i fascisti che avevano minacciato di far pagare a caro prezzo l’offesa subìta, il secondo alle ore precedenti l’agguato risultato poi mortale, quando il milite fascista Francesco Bartoli aveva strappato dalla giacca di Francesco Mauro, compagno di Cappello, il garofano rosso, storico simbolo socialista ma, in quel periodo, utilizzato soprattutto dai lavoratori, ai quali era proibito riunirsi e manifestare liberamente, e che apposto sulla giacca, costituiva segnale per unirsi a coloro che intendevano reprimere idee e azioni.
Nonostante le oggettive prove a carico dello Zupi, i processi vennero celebrati secondo i riti “di regime”, con interpolazione dei capi d’accusa e passaggi di competenza, assolvendo l’imputato e altri, sino ad arrivare addirittura al 16 marzo del 1945, qualche settimana prima della Liberazione, quando la Suprema Corte di Cassazione, a fronte delle conclusioni del P.G. Battaglini dichiarò l’inconsistenza giuridica della sentenza di assoluzione emessa il 10/11/1925 dalla Corte d’Assise di Castrovillari, non mancando di sottolineare l’influenza esercitata sulla decisione dallo stato di coercizione morale determinato dal fascismo e dalle modalità in cui il dibattimento si svolse. Non molto tempo dopo, però, gli imputati fruirono dell’amnistia emanata da Togliatti.

