Non è facile associare ad un preciso genere letterario la serie Diario di una schiappa, tuttavia identificarla solo come romanzi per ragazzi appare riduttivo: il lettore accorto noterà nella trama di quei volumi e nei dettagli narrativi un costante riferimento a questioni rilevanti mediante il registro dell’ironia e della comicità.
Nel volume più recente Vuoto Cosmico (originale: Diary of a Wimpy Kid. No Brainer, 2023), il tema affrontato è la sorte della scuola media statunitense in cui il protagonista “studia”. Se ho ben compreso l’intenzione dell’autore (un intellettuale poliedrico della costa atlantica degli USA), è descritto con un tono lieve se non parodistico il degrado delle istituzioni scolastiche e forse anche paventare una loro parabola distopica. Nello sguardo di Greg, il protagonista della serie, le interminabili ore scolastiche appaiono non dedicate a una seria, organica proposta formativa ma a tenere occupati i bambini e a ritardare lo sviluppo della loro intelligenza. Anche il reclutamento dei docenti lascia a desiderare: fra questi il professore del corso di latino, pur capace di attirare l’attenzione di Greg, si scopre essere un impostore che ha insegnato una sua lingua inventata; quei pochi che vogliono insegnare qualcosa “col metodo tradizionale” (p. 11) sono ignorati; al posto di docenti assenti, gli alunni sono parcheggiati in un laboratorio di informatica sponsorizzato da un privato. La valutazione dell’istituto affidata a prove standardizzate (da cui le “nostre” Invalsi), inevitabilmente negativa, porta alle proteste dei genitori e alla sostituzione della preside: ne deriveranno vicende che, in un crescendo parossistico che strappa a ogni pagina una risata, porteranno lo stesso Greg a trovarsi preside e a finire in un istituto addirittura peggiore, dove anche leggere l’orologio è elemento distintivo fra gli alunni. Carenze di finanziamenti pubblici, risparmio su tutte i materiali, sul riscaldamento e su un adeguato equipaggiamento, una biblioteca in cui anche i fumetti per adolescenti sono censurati da genitori bigotti per futili motivi [Fa qui capolino una (opportuna) critica ironica agli eccessi della cultura woke e alla cancel culture.], controlli degli alunni all’ingresso e proliferazione di regole immancabilmente non rispettate, la creazione di un club per alunni privilegiati in caso di buoni voti o, meglio ancora, di finanziamenti familiari, stipendi insufficienti per i docenti e una scuola ricoperta dalle pubblicità degli sponsor compongono il quadro esilarante di una scuola, il cui fondatore-imprenditore è in carcere per furto alla stessa scuola, mentre al posto dei bidelli è acquistata una macchina lava-e-aspira.
Leggendo il volume, ci si può chiedere se questo modello statunitense descritto in modi ovviamente ironico-comici non sia una sorta di diagnosi estrema della parabola che potrebbe assumere la scuola “pubblica” italiana a seguito delle continue dosi di “riforme” e di “rivoluzione passiva”. In altre parole, quanto altro neoliberismo e/o americanizzazione può assumere ancora la scuola italiana?
Provo a concettualizzare in poche battute.
Definanziamento pubblico = aumento delle diseguaglianze sia sociali sia territoriali; necessità di reperire ulteriori risorse (= consolidamento della prassi del contributo volontario delle famiglie; ruolo di finanziatori non sempre meri filantropi ma spesso forme di evergetismo locale teso all’aumento del prestigio di famiglie e associazioni facoltose).
Ingresso degli “stakeholder” ossia dei privati nella proposta formativa (scuola dell’autonomia e della parità; PCTO ex alternanza scuola-lavoro), segmenti della formazione appaltati ai privati (fondazioni per gli ITS), ruolo sempre più rilevante non già di tutte le famiglie ma solo di quelle dotate di un discreto “capitale sociale” o “hub relazionali”.
Necessità di figure apicali (i dirigenti scolastici) sempre più disgiunti dalla pratica didattica collegiale e assorbiti dalle funzioni manageriali, i cui compiti principali sono il reperimento dei finanziamenti e la contrazione delle spese. In questo quadro, le residue prerogative degli organi collegiali si contraggono anche per l’assenza di figure conflittuali (fra le RSU e nei collegi o consigli di istituto) per effetto di una cultura behaviorista del disimpegno e del conformismo diffusa fra gli stessi docenti: tale contrazione dei diritti si lega a un successivo intervento normativo che – nelle intenzioni dei legislatori – dovrebbe chiudere la stagione della scuola democratica e formalizzarne una verticistica e manageriale. Possibilità dei ds di scegliere il proprio personale e fidelizzarlo = passaggio dalla scuola aziendale a quella clientelare [Come già notavo in occasione della controversa gestazione della legge 107-2015 (la “buona scuola”), voluta dal PD renziano: https://www.tecnicadellascuola.it/dalla-scuola-azienda-alla-scuola-clientelare-un-destino-irreversibile ].
L’affermazione dell’autonomia differenziata sarebbe la nuova cornice istituzionale post-costituzionale di questi processi già in atto e solo parzialmente respinti.
Gaetano Colantuono

