Un secolo fa e passa, ai tempi della Grande Guerra e della Seconda Guerra Mondiale nelle cause e negli effetti dei conflitti iniziarono a essere più marcate le ingerenze di ordine economico e le “alleanze strategiche” volte a gestire il business dei dopo-guerra. I conflitti precedenti erano caratterizzati dalla supremazia, dal potere, dall’allargamento dei confini, quei confini che oggi dovrebbero – ma solo in teoria – essere annullati da quella guerra “sottile” inventata dal capitalismo sul finire del secolo scorso, vale a dire la globalizzazione. Quei confini, peraltro, che qualche nostro buon politicante si picca di difendere non dalle guerre ma da deboli e bisognosi esseri umani che finiscono in mare (sopra e sotto) a causa di guerre.
La NATO (ovvero OTAN che dir si voglia) è stata istituita nel 1949, è un sistema di sicurezza collettiva orientato alla difesa e non all’attacco. Oggi ci sono quasi 60 conflitti attivi sul pianeta, molti volutamente ignorati perché il solo parlarne, nei Paesi che sono responsabili, equivarrebbe alla confessione di misfatti atroci, per via dello sfruttamento dei territori e delle popolazioni locali da parte delle cosiddette “grandi potenze” per questioni di “piccioli”, dal petrolio al litio, dai diamanti ai prodotti agricoli, per non parlare delle gravi colpe ataviche nel conflitto israelo-palestinese, a far tempo dall’istituzione del mandato britannico nel 1920.
L’UE è nata dopo, ed è ben diversa da quella immaginata da Erasmo da Rotterdam più di mezzo millennio fa e, più recentemente, da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e dal socialista Eugenio Colorni (legatissimo a Rodolfo Morandi e a Lelio Basso), nel Manifesto di Ventotene. Possiamo affermare che l’Unione Europea non assurge neppure alla condizione di “aborto” rispetto a quei progetti.
Solo che la NATO e la UE vogliono mettere il naso in conflitti che avrebbero avuto o sarebbero prossimi alla definizione diplomatica e pacifica senza il loro intervento, ovvero con interventi più “ragionati” e privi di genuflessione nei confronti di mamma America. Negli ultimi giorni si legge di una resa da parte di Zelensky, che pare abbia affermato “Donbass e Crimea addio: abbiamo perso la guerra”, mentre NATO e UE intendono perseverare. Naturalmente, il mercato delle armi non può subire tracolli rispetto al planning programmato dai Paesi elargitori di armi e sostegni economici (tra i quali, ovvio, c’è anche l’Italia), così come si attende l’insediamento di Trump – notoriamente uomo di pace… – per tentare di sciogliere la matassa dei vari conflitti in Medio Oriente.
È tutta questione di “piccioli”, si direbbe in ambienti mafiosi…ma anche nello scorso secolo, quando ancora c’erano ideali (e se non ci fossero stati, non ci sarebbero state le lotte partigiane e, in Italia, la democrazia), la guerra, premesso che non ne esistono di giuste, come asseriva Erasmo da Rotterdam ne “Il lamento della pace”, riusciva anche a far scrivere pagine che devono far riflettere, non solo statistiche, luoghi e cippi in memoria.
Tutti si riempiono la bocca con il Natale e il suo significato voluto dal capitalismo, e pronunciano con grande disinvoltura la parola “pace”, anche in un Paese come il nostro, nella cui Costituzione la guerra viene ripudiata (ma, di fatto, alimentata con armi e bonifici internazionali). È il festival mondiale dell’ipocrisia, diciamolo, nemmeno dell’odio.
Si riporta qui lo stralcio di un articolo del 15 novembre 2014, dieci anni fa, a firma di Paolo Rastelli, sul Corriere della Sera. Vale molto di più di un secolo di trattative e di guerre per giungere alla pace.
LA TREGUA DI NATALE
“Nel 1914 era da poco iniziata la Grande Guerra ma a Natale l’odio venne messo da parte. Fu un’iniziativa presa dal basso, dai soldati in trincea, che il 25 dicembre di quell’anno uscirono spontaneamente allo scoperto in alcune zone del fronte occidentale per andare a salutare e a fare gli auguri ai «nemici» senza che ci fosse, da parte dei comandi, alcun via libera. Anzi, proprio il contrario. Quando la notizia si diffuse grazie alle lettere dei soldati alle famiglie, i vertici militari di entrambi i contendenti si affrettarono a proibire altre iniziative simili: il generale Horace Smith Dorrien, comandante del secondo corpo d’armata della Bef, la forza di spedizione britannica in Francia, arrivò a minacciare la corte marziale per chi si fosse reso colpevole di fraternizzazione. La tregua di Natale costituì la dimostrazione che gli uomini sono fondamentalmente contrari alle guerre, alle quali sono sempre stati spinti da governi irresponsabili e spesso cinici e fanatici, tanto che appena liberi di farlo avevano scelto la pace e la fratellanza.”

