Per fortuna dell’Italia, non siamo più al tempo in cui l’autore de La secessione dei ricchi, il Prof. Gianfranco Viesti, lamentava «il silenzio tombale del mondo dell’informazione radiotelevisiva» (Il Messaggero, 11.02.2019). Grazie al meritorio lavoro quotidiano di gruppi di cittadini che si sono appositamente organizzati e all’opera di specialisti della materia, si è diffusa una documentata conoscenza circa i contenuti e i rischi delle autonomie differenziate. I risultati sono evidenti. Sono state raccolte più del doppio delle firme necessarie per un referendum abrogativo della legge Calderoli; ci sono stati i ricorsi indirizzati da alcune Regioni alla Corte Costituzionale; c’è stato il pronunciamento della medesima Corte, che in pratica ha demolito la legge voluta dalla Lega (e non solo). In tal modo, si è sventato il rischio paventato dal professor Viesti nel medesimo articolo: se va in porto il progetto di autonomia differenziata, «i cittadini si troveranno a vivere in un Paese completamente diverso senza nemmeno saperlo».
È già accaduto altre volte, per questioni di enorme rilevanza: per esempio, l’attuale art. 81 della Costituzione fu votato dal Parlamento nel 2012, ma i cittadini non furono informati circa le sue conseguenze. Quell’articolo ha stravolto l’intero impianto operativo del testo costituzionale (la politica di spesa non ha più potuto funzionare secondo la logica voluta dai Padri Costituenti e le negative conseguenze sono ricadute sulla gran parte dei cittadini).
Se fossero state definitivamente tradotte in legge, le autonomie differenziate avrebbero raggirato sotto molti aspetti il dettato costituzionale: avrebbero infatti distrutto l’unitarietà della Repubblica -con le Regioni trasformate in piccoli Stati dentro uno Stato generale svuotato di funzioni essenziali-; frantumato la scuola pubblica e annientato la sua specifica funzione; approfondito le disuguaglianze territoriali -con diritti differenziati per territorio (meno scuole, meno sanità e via dicendo nei territori più svantaggiati) e un Meridione in crisi permanente e senza rimedi-; trasformato la ratio costituzionale della Repubblica (da solidale a iper egoistica); imposto una retorica opposta ai fatti tramite la rivendicazione del cosiddetto “residuo fiscale”.
È il caso di soffermarci su questo punto, perché si tratta di un’idea balzana, coltivata dai vertici del mondo leghista e considerata come dato reale e indiscutibile dalla base di quel partito. È noto che alcune Regioni, a trazione leghista o comunque a ratio leghista anche se dirette da altre forze, oltre al trasferimento di competenze fin qui proprie dello Stato, hanno chiesto di trattenere per sé il sunnominato “residuo fiscale”, ossia la differenza tra le imposte che lo Stato percepisce in quei territori e quanto l’amministrazione statale restituisce loro in termini di spesa pubblica. Si tratta di una richiesta senza fondamento sia sul piano contabile sia su quello politico (nonché sul piano storico). La ricchezza prodotta in quelle regioni e il relativo gettito fiscale -oggi come ieri- non appartengono infatti in toto a quelle regioni, perché in realtà sono frutto delle dinamiche economiche che si sviluppano nell’intero sistema-Italia. Sul tema sono intervenuti, tra gli altri, la SVIMEZ e alcuni studiosi (il Prof. Gianfranco Viesti e il Prof. Guglielmo Forges Davanzati), mettendo in evidenza che quella richiesta si basa su un errore logico e contabile. Con i loro calcoli, quelle Regioni andrebbero a prendere anche ciò che appartiene ad altre Regioni.
Un altro punto estremamente critico, del tutto inaccettabile sia in linea di principio sia sul piano della ratio costituzionale, era costituito dalla procedura individuata per le intese Stato-Regioni. Si pretendeva che tali intese fossero stipulate tra i presidenti di Regione e il governo, scavalcando di fatto il Parlamento. Nelle intese bilaterali, infatti, il Parlamento non doveva praticamente avere voce in capitolo circa i contenuti. Doveva limitarsi ad accettare o respingere in blocco le intese raggiunte, senza possibilità di apportare modifiche. Si era insomma stabilito che potevano prendersi decisioni di capitale importanza escludendo il titolare del potere legislativo, che peraltro rappresenta la sovranità popolare. Per di più, gli accordi tra Regioni e governo erano pressoché intangibili anche nel tempo, potendo essere modificati solo con il consenso delle due parti.
In definitiva, il progetto delle autonomie differenziate, che ha preso le mosse dalla sconsiderata riforma del Titolo V della Costituzione, per la sua specifica natura finirebbe col creare pesanti danni per tutti, a Nord e a Sud. A tal riguardo, il professor Guglielmo Forges Davanzati (uno dei pochi -insieme al professor Viesti- a sollevare il tema quando era trascurato dalla stampa e dagli intellettuali) dice esplicitamente che l’autonomia differenziata è sbagliata perché, accentuando il divario tra tutte le Regioni, finirebbe per danneggiare l’intero sistema-Paese. L’impostazione di politica economica della Lega è «una scommessa perdente», perché «storicamente l’Italia è sempre cresciuta quanto più bassi sono stati i divari regionali tra Nord e Sud del Paese. (Guglielmo Forges Davanzati, Quotidiano di Lecce, 3 ottobre 2019). Nell’interesse del Paese nel suo complesso, quindi, bisognerebbe andare nella direzione opposta a quella implicita nella legge Calderoli. Ma la matrice della legge non è legata al suddetto interesse. La Lega, infatti, antinazionale per spirito d’origine (nonostante la recente conversione nazionale di facciata) e per mancanza di consapevolezza storica, cerca la disarticolazione dello Stato e la divisione del Paese: ieri con la secessione aperta, oggi con la scorciatoia costituita dalle autonomie differenziate. Spetta alle forze dotate di spirito di responsabilità contrastarne l’azione.
Certamente la Costituzione italiana riconosce e promuove il decentramento amministrativo, ma si tratta di un decentramento ragionevole, finalizzato a favorire una migliore amministrazione della cosa pubblica, non già a disarticolare lo Stato e dividere il Paese in cittadini con pieni diritti e cittadini con diritti indeboliti.
Santo Prontera
Risorgimento socialista

