Jürgen Habermas, filosofo, sociologo e politologo tedesco, oggi novantacinquenne, esponente della Scuola di Francoforte, si è soffermato, studiando e valutando le società industriali, sui conflitti tra “sistema” e “labenswelt” (mondo vitale), già oggetto del pensiero di Edmund Husserl negli anni della rivoluzione industriale. Secondo Habermas “gli imperativi economici e amministrativi trasmessi attraverso il potere e il denaro si introducono, in altri ambiti che in un certo qual modo vengono danneggiati se si rimpiazza l’agire orientato all’intesa (agire comunicativo) con queste interazioni orientate in modo strategico (agire strumentale) dai media del potere e denaro”. E giunge anche lui a individuare in un “nuovo socialismo” l’unico modo per colmare il baratro delle differenze sociali ed economiche, sottolineando che il capitalismo “non ha vinto per sempre” in quanto la logica del profitto non è l’unico criterio che guida il mondo del lavoro.
Le povertà generate dalla globalizzazione, quella presunta panacea che avrebbe risolto tutti i mali sociali grazie al nuovo verbo economico, permettendo più lavoro, più ricchezza, più dignità, devono rappresentare un inequivocabile punto di partenza per riaffermare i valori del socialismo, affrontando i sempre più marcati squilibri tra ricchi e poveri, che non può non tradursi in “padroni e sfruttati”.
Ma bisogna recuperare il valore della lotta di classe, presidio del pensiero socialista dalla seconda metà dell’Ottocento e che nel secolo scorso (fatti salvi gli anni settanta, sull’onda dei movimenti studenteschi e operai) ha gradualmente visto ridurre la sua incidenza nella politica italiana e in seno all’area socialista. A partire da Mazzini, che nel 1864 abbandonò la Prima Internazionale socialista, in contrasto con le differenti posizioni, compresa quella di Garibaldi, su massimalismo, riformismo e lotta di classe. E, in seguito, per essere brevi, la scissione del 1921 permise al Partito Comunista di essere paladino del movimento operaio, mentre il Partito Socialista sposava la causa riformista sulle tesi di Turati.
La storia del socialismo e del movimento operaio è caratterizzata da questo problema, il conflitto tra riformisti e massimalisti, vale a dire sulla lotta di classe. Ma ha ancora senso, oggi, discutere di lotta di classe? Habermas dice, implicitamente, di sì. E nella vicina Francia la sinistra ha inteso dichiarare guerra alle politiche che hanno aumentato le diseguaglianze, che hanno indebolito i servizi pubblici, che hanno oggettivamente ridotto il lavoro e la qualità del vivere. Anche se per brevi periodi e sia pur parzialmente, non dimentichiamolo, la lotta di classe in Italia ha permesso rinnovi di contratto, orari di lavoro ridotti, la formazione. E il Pci, all’opposizione, se ne era assunta la paternità, ma il socialismo ha sostenuto le lotte e l’ala riformista del partito, che era al governo, si è adoperata propositivamente nella stagione delle lotte per legiferare. Nenni, definito “giacobino massimalista”, aveva fondato “Mondoperaio” nel ’48, terminata finalmente la guerra e liberata l’Italia, con l’intento di coniugare il ruolo storico del socialismo con quello che il partito avrebbe dovuto avere, un ruolo significativo per giungere agli obiettivi finali della lotta di classe.
Ha certamente un senso anche oggi la lotta di classe, anzi, oggi più che mai, con le politiche liberiste (usando un eufemismo) che imperano in Europa. Melenchon ha fatto da apripista, ma non basta. In ogni caso la lotta di classe (che non comprende ormai solo la classe operaia, naturalmente) non è un “ferro vecchio” (tale è stato definito da Martelli su L’Avanti! qualche anno fa), non è superata. La forbice tra grandi ricchezze e grandi povertà si allarga, così come si allarga quella tra la valenza del pensiero socialista e il fondamentalismo della destra. È ora di riprendere la lotta, la “mission” socialista è questa.

