Al termine della seconda guerra mondiale, la vittoria della democrazia sul totalitarismo razzista trovò la sua prima e solenne espressione nella nascita delle Nazioni unite e, con essa, della formulazione dei diritti umani: civili come sociali, individuali come collettivi. Ad operare in vista del raggiungimento di questo obbiettivo, una struttura operativa permanente. A simboleggiare il suo valore, un’assemblea in cui il voto della più piccola isola del Pacifico contava come quello della più grande superpotenza. A garantire i necessari equilibri politici, un esecutivo in cui il diritto di veto attribuito alle maggiori potenze vincitrici era, oggettivamente, uno sprone per il raggiungimento di accordi che ne garantissero la concreta e necessaria operatività.
Principi, regole, obbiettivi che sembravano acquisiti una volta per sempre. E che, invece, sono scomparsi dal nostro orizzonte; e tutti assieme. Fino a considerare l’Onu un inutile ferrovecchio da relegare in uno sgabuzzino. Capire quando, come e perché tutto questo sia avvenuto fa parte di un collettivo esame di coscienza che tutti noi saremo chiamati a fare. Ma il nostro compito pressante di oggi è di impedire la ripetizione degli eventi che portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale: una continua e consapevole violazione delle regole accompagnata dal silenzio, per non dire dall’esclusione forzata, di chi avrebbe dovuto farle rispettare.
Oggi, l’Onu dichiara di non essere in grado di esercitare le sue funzioni più elementari nella Striscia. In un contesto in cui le autorità israeliane sono in grado di darci ogni giorno l’esatto numero dei “terroristi” ma non degli effetti collaterali delle loro operazioni. Centotrentamila persone tra morti e feriti. Uomini, donne, bambini, colpevoli soltanto di vivere a Gaza.
A sopravvivere generazioni perdute: senza i loro cari, senza luoghi dove rifugiarsi, senza strutture collettive cui rivolgersi, senza voce e senza possibilità di ascolto. E persa tra il ricordo della catastrofe, la paura del futuro che l’attende e il desiderio di vendetta.
E’ la prima volta, nella storia della civiltà moderna, che un’intera comunità viene ritenuta colpevole per le scelte scellerate di pochi. Una sorte che, per inciso, venne risparmiata a tedeschi e giapponesi all’indomani della seconda guerra mondiale.
Tutto questo non può non deve accadere. Per questo l’Onu deve poter rientrare in forze a Gaza: come forza di interposizione tra israeliani e palestinesi; come garante dell’organizzazione degli aiuti; come forza collettivo di promozione e di sostegno di un processo di ricostruzione altrimenti impossibilitato a verificarsi.
Sollecitiamo perciò le forze politiche e il governo italiano ad impegnarsi in tal senso e in tutte le sedi. E, nel contempo, ci impegniamo a sostenere, in tutti i modi e in tutte le sedi, una causa che è nostra ma non ci appartiene, in tutte le sedi e con tutti gli uomini di buona volontà, a partire dagli esponenti delle due comunità
Alberto Benzoni
Presidente di Risorgimento socialista

