Credibilità. Questo concetto è apparso improvvisamente nel ragionamento politico per descrivere una delle doti da ascrivere ai soggetti che si candidano alle funzioni di governo. Il riferimento, a prima vista generico, sottintende una specifica misura di valutazione perché la parola politica possa essere considerata legittima. Gli investitori privati dovranno ratificare le scelte di indirizzo politico in base alla conformità con i dettami della costituzione economica. Quindi i partiti o le singole personalità che si candidano alla guida di un paese dovranno esibire una sorta di certificato di qualità. L’essere affidabili nei confronti della giustizia di mercato. Si chiede dunque di acquisire una professionalità di governo adiacente a una mentalità manageriale che sappia districarsi all’interno delle limitazioni poste dal vincolo esterno e professarsi appunto credibile.
Il mandato imperativo sta nel chiarire alla popolazione che il raggio d’azione della politica non potrà in nessun modo contraddire il principio cardine della civiltà dei mercati, la spoliticizzazione dell’economia. I neo-liberali per assicurarsi questo obiettivo pianificarono una costruzione istituzionale cosiddetta a multilivello. Nella quale accanto agli ordinamenti nazionali si affiancavano organismi internazionali con potere cogente. In tal modo la forma democratica risultava in apparenza intatta ma spogliata della sua sostanza conflittuale. Si assecondava così un altro elemento portante di quella dottrina. L’essere umano è portatore di diritti e doveri non in quanto cittadino politico che rivendica la propria collocazione nel tessuto produttivo con coscienza personale e di classe, ma nella veste di consumatore. Il neo-liberalismo quindi immagina un popolo omogeneo affrancato nella sua totalità, senza distinzioni socio-economiche, da un consumo responsabile. Anche per questo motivo l’azione di governo non terrà conto delle spinte di giustizia sociale.
In questo contesto nasce un altro dogma della razionalità di mercato, quello della governabilità, gemello della credibilità. Essenziale sarà rendere da un lato ermetico il dibattito pubblico perché non scada in nessun modo nella polveriera delle rivendicazioni di classe e dall’altro stabile l’azione degli esecutivi. Per tali obiettivi occorreva verticalizzare il sistema politico o con leggi elettorali maggioritarie o con leggi proporzionali dagli alti sbarramenti. E contemporaneamente sfilare competenze alle assemblee legislative, tanto da ridurle a organi ratificatori dell’iniziativa governativa. Così da costringere le forze politiche ad alleanze e fusioni in grado di stemperare le posizioni critiche più radicali, per renderle permeabili alle influenze degli operatori di mercato. Lo stato multilivello così aveva mano libera nell’applicazione della costituzione economica, senza troppe riluttanze nell’ambito nazionale. Si invertiva quel processo caratteristico del dopoguerra che aveva consentito alle masse popolari di essere rappresentare dentro le istituzioni.
I partiti politici da organizzazioni di massa che operavano nella consapevolezza del conflitto sociale, diventavano contenitori affini ‒ le tensioni si abbreviavano in affettazioni morali o istintive ‒ capaci di selezionare personale politico professionale e appunto credibile per i mercati. La competizione elettorale si riduceva a una kermesse spettacolarizzata e ingigantita dai mezzi di comunicazione. Una messa in scena adatta a organizzazioni ormai immiserite nel fiancheggiare differenti interessi privati. Ogni candidato aveva l’urgenza di personalizzare il conflitto e di raccontarsi attraverso narrazioni sulle proprie capacità manageriali. Centrali, nel processo di privatizzazione della politica, si scoprirono le agenzie di marketing e di comunicazione, in grado di confezionare i cosiddetti storytelling. Nella sbornia comunicativa i sondaggi acquisivano la facoltà di dettare l’agenda politica, sempre però su temi sovrastrutturali o essenzialmente impolitici.
Le organizzazioni partitiche quindi rinunciavano al proprio rilievo pubblico così come era stato disegnato dai costituenti, per reinventarsi comitati elettorali permanenti, abbracciati metaforicamente alla figura di un leader carismatico che intermediava nel rapporto coi privati. Il corpo elettorale, nella sua configurazione omogenea di consumatore, doveva essere sedotto attraverso stratagemmi manipolatori e convinto della bontà di un’offerta politica. Cosicché si potessero concentrare le strategie di propaganda proprio per i settori della popolazione meno impegnati e più indifferenti alla vita sociale. In una sorta di chiamata alle armi estemporanea e volatile per elettori marginali sempre pronti a essere ammaestrati da novità all’ultimo grido.
La commercializzazione dell’offerta politica introietta in questo modo lo spirito aziendale nella gestione della sfera pubblica e contribuisce a privatizzare il diritto costituzionale. Considerato questo scenario la politica interna agli stati si rende innocua di fronte al personale tecnico posto al vertice del sistema incarnato dal multilivello. Quest’ultimo, affrancato dal nesso con la sovranità popolare, potrà agire in forma anonima, equiparando scelte del tutto ideologiche a mera tecnica di gestione amministrativa ed economica. Così da relegare i governi nazionali a un’accondiscendenza robotica delle raccomandazioni loro dettate. In modo che governino il vuoto. Le linee politiche vincenti alle tornate elettorali così risultano talmente inabitate dall’agibilità da essere logore in tempi brevissimi. Perché tale impotenza sia offuscata alla popolazione o si ricreano le condizioni per continue sfide elettorali promuovendo l’ideale di un’alternanza posticcia o si cala il richiamo a continue emergenze che dovranno essere prese in carico in prima persona da tecnici del mercato, espressione diretta del livello superiore, senza alcuna verifica popolare.
La messa in sicurezza della giustizia di mercato è altresì completata attraverso l’esternalizzazione delle fonti del diritto. Organi giurisdizionali e legislativi internazionali deliberano dirimendo le controversie insorgenti tra interessi pubblici e interessi privati, con lo scopo di innalzare il criterio della libera contrattazione a caposaldo di un’autentica democrazia liberale. Il libero commercio, compreso nella nutrita gamma dei diritti umani, è così innalzato al rango di tratto distintivo delle democrazie liberali. Arbitrati internazionali, il Parlamento Europeo, la Corte di Giustizia Europea, i regolamenti del WTO, per citarne alcuni, contribuiscono a privatizzare il diritto pubblico. E a giustificare la colonizzazione delle imprese commerciali sugli stati sovrani del tutto equiparati a soggetti privati che operano in dinamiche liberalscambiste.
Un esempio calzante di questo assetto lo si può riscontrare nella logica di funzionamento del Parlamento Europeo nel quale sono accreditate, come fossero soggetti istituzionali, circa 14.000 società di lobby. I casi di corruzione che emergono a causa dello stretto intreccio tra legislatori e operatori di mercato sono tendenzialmente raccontati come cadute personali in appetiti criminali. Ma al contrario è proprio il sistema ispirato all’emancipazione del mercato dalle limitazioni della democrazia a fornire un terreno agibile nel quale gli affari e i profitti sono elevati a diritti costituzionali e quindi etici.
Ed è proprio la morale d’impresa a suggestionare il rapporto tra politica, società e dimensione personale nell’era della civiltà di mercato.
Tratto dai Quaderni di Risorgimento Socialista

