L’addentellato tra progresso ed evoluzione individuale presente nella didattica di mercato, ha dato alla luce una nuova retorica divulgativa, diffusasi capillarmente grazie ai contenuti della manualistica manageriale e sublimata in valore supremo dai mezzi di comunicazione, dall’industria culturale e dai messaggi pubblicitari. Solo pochi anni fa si pensava alla pubblicità quale mezzo capace di glorificare ogni oggetto, non solo quello reclamizzato.[1] Ma l’obbligo all’iniziativa caratteristico della società di prestazione necessitava di un robusto aggiornamento lessicale, capace di invogliare il soggetto all’accoglimento compiacente della logica del saper essere. Motivo per cui le agenzie di comunicazione oggi legano le merci ad adescamenti argomentativi sempre più esistenziali, dove il prodotto sembra essere lo stesso essere umano, promuovendo incessantemente un determinato stile di vita.
È una grammatica delle opportunità che la vocazione concorrenziale può offrire a un’esistenza proiettata esclusivamente in una dimensione rinnovata del presente; che estirpa un pericolo esiziale, la chiusura mentale verso il nuovo. Si fa appello a una carica emotiva dell’individuo sedotto dalla forza emancipatrice della libertà nel mercato. Così tutte le conseguenze tiranniche dovute alla liberazione dei capitali potranno essere introiettate come sillabari della felicità.[2] La produzione di contenuti del discorso capitalista quindi è per forza di cose rivolta a un’istanza ritenuta irrinunciabile per il soggetto. L’inclusione. L’individuo deve rivendicare inclusione nella civiltà mercantilista, in una spirale che conduce al diritto di esigere diritti. Sarà il mercato a identificare di volta in volta quelle categorie di persone vestite delle giuste cause per richiederli o le tematiche ritenute sensibili. Indispensabile sarà desiderare integrazione individuale nel sistema o raccomandarsi a una gestione etica e trasparente del capitale, ma mai politicizzare le battaglie egalitarie o per la giustizia sociale.
Quindi l’autopromozione del sistema concorrenziale dovrà fare riferimento all’individuazione di soggetti fragili ‒ innalzati a paradigma della buona esistenza per tutti ‒ invogliati a partecipare delle leccornie vitali espresse dalla competizione, i quali avranno l’obbligo morale di pretendere riconoscimenti. Ma visto sotto questa angolazione il concetto di inclusione appare illimitato e senza fine. Qualsiasi individuo o gruppo che si ritiene discriminato in ordine alla proprie aspettative potrà richiedere inclusione.[3] Il punto però è che questo riconoscimento viene concesso proprio perché quelle minoranze agognano pari trattamento all’interno dei meccanismi del commercio. Quindi sono trattate alla stregua di beni strumentali, in quanto considerate militanza del libero mercato. L’opposto di quanto avveniva per le richieste di eguaglianza che si concretizzavano al fine di mettere in discussione e in casi estremi di rovesciare l’ordine concettuale del capitalismo.
Attenzione però, qui non si sta parlando di non proteggere, come riferisce la Costituzione italiana, la dignità sociale dell’individuo che fortunatamente avanza a seconda della mutata percettività collettiva. Non si vogliono rinverdire vecchie spartiture confessionali capaci di imprigionare esistenze in un eterno annichilimento. Si vuole fare riferimento a una vero e proprio culto dell’inclusione che sopravanza qualsiasi altra problematica soprattutto di natura conflittuale e di classe. Un ideale condensato nella locuzione resilienza, con la quale si vuole indicare all’individuo un’assunzione di responsabilità nel saper affrontare e superare un trauma.[4] Ma sconnesso dall’ambito psicologico e trasportato nel sociale, l’approccio risulta in chiara antitesi con atteggiamenti resistenti o rivoluzionari.
L’apparato neo-liberale dunque ha bisogno di proteggere questa predisposizione d’animo attraverso un linguaggio capace di ordinare la discorsività pubblica su binari che non deraglino mai dall’approccio esistenziale incoraggiato, pena l’inciviltà. L’inclusione rappresenta la meta finale del percorso auto-formativo del soggetto, che apprende dal mercato le nozioni per solidificarsi come impresa. E che ha piena sovranità nella gestione della propria autonomia di fronte alle autorità terze preposte alla regolazione della vita.[5] La lusinga proposta perché lo scollegamento dalla realtà sociale risulti del tutto spoliticizzante è manifestata in un ipotetico diritto al sogno. Si devono sognare viaggi, realizzazione, successo, indipendenza, esperienze, lussi, solidità emotive, tutto declinato sulla propria forza di volontà. Un’ipnosi onirica dove ognuno potrà chiedere tutto e prendersi tutto. Risuonano le parole di un indimenticato cantautore: «Anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno».[6]
L’itinerario narcotizzante del soggetto è presidiato da un’illusione vitale, protetta costituzionalmente ma generata dalle promesse del mercato. Quella appunto della felicità. Perché sia continuamente desiderata si ricorre a una manipolazione continua sui corpi e sulle menti degli esseri umani, i quali dovranno introiettare una sorta di esistenzialismo pop in grado di insonorizzare il malcontento sociale all’interno di una gabbia che educa alla formazione di un io-felice, in una rilassatezza guidata dall’alto. Si dovrà combattere per il raggiungimento di una beatitudine da misurare di continuo nell’ambito esclusivo della vita quotidiana. Per questo motivo gli psicologi ‒ soprattutto comportamentisti ‒ rappresentano gli alter ego dei tecnici della sfera economica, poiché dovranno razionalizzare e rendere etico un individualismo sempre più condizionato da una espansione bulimica dei desideri. Una schiavitù che ordina l’individuazione di diritti soggettivi quanto mai particolareggiati.[7]
Questo l’ambito in cui si è espanso il vocabolario politicamente corretto. Una rigida e inviolabile classificazione di termini, questioni, comportamenti, concetti, critiche, pensieri che non devono trovare alcuna rappresentazione perché non sia mai disallineata dalla volontà individuale la centralità esistenziale dell’inclusione. Con la conseguenza di proiettare all’esterno l’esistenza di un Impero del Bene che concede una estrema forma consolatoria di protezione e di riconciliazione rispetto a veri e propri nemici del genere umano.[8] Ma la retorica politicamente corretta assolve a un’altra funzione essenziale. Permette all’occidente di disintossicarsi dalle colpe del passato. In questo modo gli spettri coloniali, le persecuzioni razziali, le oppressioni di classe si sciolgono in una nuova verginità purificatrice. Che si trasforma in nuovo esempio etico da utilizzare come paternale per il resto del mondo, in grado così di giustificare rinnovati intenti di colonizzazione civilizzatrice su popolazioni arretrate e recalcitranti nell’accettare l’impianto valoriale regolato dai liberi mercati, santificati da una missione etica e progressista.[9]
Il mondo della cultura si è dimostrato il più qualificato nel riprodurre questo approccio ideologico. Nei testi letterari contemporanei, nel pianeta giornalistico, nella fabbrica cinematografica, l’Impero del Bene assume una forza prorompente. Le idee creative fanno continuamente riferimento a personaggi stereotipati, scevri dall’apparizione del Male. Si muovono all’interno di un percorso didascalico nel quale l’essere umano non vive più di alcuna contraddizione emotiva o che ha sempre bene in mente a quale condotta morale è giusto appellarsi perché il progresso felice possa essere custodito. Una codificazione sistematica delle argomentazioni e degli intrecci narrativi. Chi non si attiene a questa classificazione nozionistica della sensibilità può in qualsiasi momento essere oggetto di abiura e scomparire dall’universo culturale.
La censura così torna a sforbiciare testi e pubblicazioni perché non rispondenti al sentire comune. Negli Stati Uniti d’America si epurano dalle biblioteche molti autori classici poiché veicolano nel presente un passato a noi insopportabile, nel quale bene e male si rapportavano dialetticamente secondo canoni interpretativi che oggi appaiono indicibili oppure perché le vite personali degli stessi sono giudicate insidiose e non irreprensibili se rapportate ai canoni morali dell’inclusione.[10] Oggi i comportamenti privati dell’artista influiscono direttamente sulle opere creative, respinte così da un mercato indignato e segnato da un nuovo puritanesimo. Un ritorno di fiamma per il comune senso del pudore. Ma in più gli autori contemporanei si adeguano in partenza agli imperativi del saper essere. Nell’intento di compiacere le istanze dettate della nuova sensibilità, arrivano a destreggiarsi in un’abile autocensura che squarcia qualsiasi atteggiamento ostile alla correttezza politica.[11]
Nell’ormai variegato arcipelago audiovisivo il fenomeno descritto è enfatizzato dalle piattaforme digitali, la cui proprietà appartiene a grandi gruppi privati, che riescono a sostituire la funzione critica attraverso la selezione dei prodotti culturali esercitata da algoritmi. Con una logica solo apparentemente neutrale, poiché si dà preminenza a confezioni di semplice commercializzazione e di immediata fruibilità. Che non affrontano quindi troppe complessità. In questo modo la cultura sociale non è semplicemente riprodotta ma artatamente indirizzata a un pubblico sopito da uno spirito critico compiacente o del tutto assente.[12]
Interessante notare come proprio le grandi corporations siano in prima linea nella diffusione della sensibilità inclusiva. Quel ceto globale, capace nel sistema dei mercati liberi di accaparrarsi la quasi totalità della ricchezza mondiale, mentre continua a praticare metodi di barbarie disumanizzante, per esempio licenziando nello spazio di un attimo migliaia di dipendenti o depredando risorse energetiche, è molto attento nel promuovere campagne su tematiche nobili.
Tratto dai Quaderni di Risorgimento Socialista
[1] La riflessione si deve principalmente a J. Baudrillard, Il sogno della merce, Lupetti, Bologna 1995.
[2] Si pensi alla percezione che si ha oggi dell’emigrazione, non più vista come dramma sradicante che accresce una condizione alienante direttamente connessa allo sfruttamento, ma come esempio di coraggio e di sfida, di un’esperienza vivifica, anche quando comporta umiliazioni e povertà. Un tempo, al contrario, proprio gli intellettuali più vicini alla nuova sinistra degli anni ’60 così ragionavano: «Io credo che noi due siamo venuti quassù proprio per questo, per tentare la mediazione. Se tu ci sei venuto con l’idea di sistemarti nel ventre di vacca della cosiddetta grande città, ti sbagli di grosso e ti ripeto che sei un provinciale. Quassù noi siamo venuti allo stesso modo che se si fosse preso il treno per Matera. In una zona depressa siamo venuti, credilo pure, e ben più difficile che la Lucania: perché là la depressione salta subito agli occhi, mentre qui si maschera da progresso, da modernità». (L. Bianciardi, La trilogia della rabbia – L’integrazione, Feltrinelli, Milano 2022, p. 142; ed. orig. 1960) .
[3] Ne fa riferimento L. Ricolfi, La mutazione – Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano 2022, p. 96.
[4]Esempio plastico dell’ideologia dell’inclusione che promuove il concetto di resilienza è portato dalla sovraesposizione della sportiva portatrice di handicap Bebe Vio. Nei suoi interventi pubblici e nella narrazione che se ne fa, si calca sempre la mano sulla straordinaria capacità di sopportazione per gli eventi sfortunati e sulla dedizione necessaria per superarli attraverso la forza di volontà individuale. In questo caso appare lampante l’intento pedagogico sull’intera collettività per ammonirla in ordine a quello che viene definito rancore sociale, cioè quell’atteggiamento di frustrazione e di invidia per chi ha raggiunto il successo da parte di chi non si è dimostrato abbastanza intraprendente.
[5] Ne fa riferimento E. Capozzi, Politicamente corretto – Storia di un’ideologia, Marsilio, Venezia 2018, p. 138.
[6] Verso de L’anno che verrà di Lucio Dalla del 1979.
[7] Sul tema della manipolazione dei sentimenti e dei corpi perché nasca un’illusorietà della felicità assoluta molto ricche le riflessioni di W. Davies, L’industria della felicità, Einaudi, Torino 2016, pp. 27-33. Sul meccanismo che porta alla propensione del diritto ad avere diritti si legga C. Formenti, La variante populista, DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 104-110.
[8] P. Muray, op.cit., p. 51.
[9] È bene rammentare che anche ai tempi delle colonizzazioni di fine ‘800 e di inizio ‘900 l’accento era sempre incentrato sulla cosiddetta civilizzazione del buon selvaggio.
[10] Per un resoconto sulla guerra di civiltà nel mondo culturale statunitense e sulla rinnovata sbornia censoria si consiglia C. Rizzacasa d’Orsagona, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Laterza, Bari-Roma 2022
[11] L. Ricolfi, op.cit., p. 128.
[12] È chiarissimo sul tema V. Codeluppi, Mondo digitale, Laterza, Bari-Roma 2022, pp. 51-52.

