di Gaetano Colantuono
Autolegittimazione delle élite e occultamento ideologico
Primi di dicembre del 2022. Se si cerca “storiografia neoliberista” o “neoliberismo storiografico” sul principale motore di ricerca virtuale in Occidente, non si troverà nessuna attestazione diretta, almeno per quanto riguarda la lingua italiana. In effetti, a differenza di altre correnti culturali generali – afferenti alle diverse confessioni religiose cristiane, al liberalismo classico, al marxismo nelle sue differenti declinazioni – non è diffuso che uno storico di lingua italiana dichiari apertamente e consapevolmente un’adesione ai dettami neoliberisti sul piano valoriale e/o metodologico, salva forse la storia economica. Poche le attestazioni di una “storiografia neoliberale”, in generale di segno critico.
Eppure è un dato di fatto, contestabile solo da immancabili ultrà, che in questi ultimi trent’anni della seconda globalizzazione l’egemonia neoliberale (nelle sue varie articolazioni) abbia pervaso ogni settore culturale, compresi il dibattito pubblico, il cd. “senso comune”, l’impianto delle istituzioni formative e la stessa storiografia: su alcuni aspetti il presente lavoro intende formulare valutazioni critiche. Ciò appare un sintomo di quello che più in generale è il pensiero neoliberale nella sua versione dominante (di cui il neoliberismo in politica economica è una estrinsecazione attuale):[1] un’ideologia occulta, in quanto invisibile ai più, visto che è percepita – mercé la mediazione degli intellettuali accreditati lato sensu, dagli operatori della comunicazione e delle continue riforme scolastiche e universitarie – come visione naturale delle cose. Al pari di altre ideologie forti, quella neoliberale non è soltanto una tecnica di governo, che dall’economia politica tracima sugli altri aspetti della vita umana, ma è anche una visione del mondo, un sistema di pensiero che incorpora una visione di cos’è e cosa deve essere anzitutto la società e di come e da chi deve essere gestito il potere.[2] Essendo egemonica una tale Weltanschauung tanto da non avere significative contestazioni alla radice, essa si sviluppa sul piano politico-culturale mediante morfologie differenti, da quella conservatrice-reazionaria-nazionalista a quella progressista e cosmopolita; di questa doppia natura dell’ideologia neoliberale, che spesso si associa ad un forzoso bipolarismo nei vari stati, Noam Chomsky ci ha dato una definizione particolarmente felice utilizzando la metafora di “due cavalli, un unico fantino”.
Non è certo una novità che le classi dirigenti globali e le variegate sub-élite nazionali provino a riscrivere la storia così da legittimare il proprio ruolo, con i relativi privilegi, e trasformare la propria ideologia in qualcosa di simile ad un approdo inevitabile, secondo un tipico schema teleologico e etnocentrico diffuso nella cultura alta europea, al quale, sia detto per inciso, non è sfuggita neppure larga parte del marxismo.[3]
È il caso di menzionare la continua ripresa, fatta dalle culture ufficiali occidentali a partire dal tardo Settecento, di elementi tratti dalla tarda antichità (allora considerata Basso Impero) e dall’intero Medioevo tesa a legittimare e rafforzare l’invenzione delle proprie tradizioni locali e/o nazionali, pretese territoriali e primati etico-culturali:[4] la storia medievale diventava allora un repertorio e un magazzino di materiali funzionali a obiettivi politico-culturali, nel mentre l’originario movimento patriottico del primo Ottocento si tramutava nel complesso ideologico nazionalista, colonialista e imperialista di fine secolo. Per restare all’Italia, si potrà fare riferimento alla parabola biografica di alcuni seguaci di Garibaldi, in primis Nino Bixio e Francesco Crispi, quali propugnatori del primo colonialismo italiano in Africa orientale e, coerentemente, sostenitori di metodi autoritari e repressivi verso le rivolte popolari, a partire da quella del Bronte durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie per arrivare ai Fasci siciliani. Il colonialismo italiano in Africa trova così una precoce attestazione della sua brutalità in quello interno verso le popolazioni rurali meridionali: una scia di sangue, depredazioni e devastazioni ammantata da una missione civilizzatrice, secondo un modello che abbiamo di recente rivisto all’opera con le guerre Nato e USA nei Balcani, in Afganistan e Iraq.
[1] Non ignoro la presenza di una corrente liberale non liberista in Italia ma evidentemente essa è decisamente minoritaria, tanto da non avere una proiezione politica. È più forte invece la presenza di una corrente liberale nei partiti e movimenti di sinistra radicale sotto la coltre ideologica del progressismo occidentale.
[2] Ampia è la bibliografia critica sul neoliberismo (e spesso sul pensiero neoliberale che lo sovrintende), fra i molti titoli in italiano si citano qui: A. Touraine, Come liberarsi del liberismo, Il Saggiatore, Milano 2000; D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007; N. Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano 2007.
[3] Sul punto e in generale su un ripensamento-rilancio del marxismo cfr. C. Formenti-O. Romano, Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, DeriveApprodi, Roma 2019, passim, da confrontare con G. Colantuono, Altri rami e radici vitali. Marxismi oscurati e rinnovamento del socialismo nel XXI secolo. Note a margine di un volume, in “Il pensiero storico. Rivista internazionale di storia delle idee” 10 (2021), pp. 209-233: si concorda col Romano nell’indicare come possibile antidoto allo schematismo di matrice marxista l’opera feconda di Karl Polanyi. Come sottolineava A. Salsano, curatore italiano dell’opera principale del Polanyi, «per Marx l’affermazione del mercato va di pari passo con la trasformazione della struttura produttiva della società; per Polanyi il mercato si afferma e si mantiene quasi malgrado la società» (Introduzione, in La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 2010, pp. XXIV-XXV)…continua
[4] Cfr. P. J. Geary, Quand les nations refont l’histoire. L’invention des origines médiévales de l’Europe, Paris 2004. Più in generale la riflessione di B. Anderson, Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Laterza, Bari – Roma 1996.

