Il Regno Unito realizzò, nel corso dell’Ottocento, la politica dello splendido isolamento: tenersi fuori da alleanze e impegni formali nell’Europa continentale, favorendo nella regione un equilibrio dinamico tra le parti. Londra fu molto attiva nel promuovere la propria ascesa commerciale, finanziaria e tecnologica. Le classi dirigenti britanniche non mancarono di pragmatismo. Nel 1812 si arrivò a un conflitto con i neonati USA, ma già pochi decenni dopo i rapporti tra le due potenze si erano normalizzati.
Londra voleva tenere aperti i mercati, la sicurezza dei mari e dei porti. Ogni conflitto realizzava delle barriere che avrebbero ostacolato il commercio mondiale. La strategia di frammentazione tornò più volte nel corso dei decenni: marcata nell’indipendenza brasiliana, così come nel conflitto brasiliano-argentino, nell’indipendenza dell’Uruguay o nell’intervento di Argentina, Brasile e Uruguay in Paraguay (unico Stato in quegli anni retto da un governo nazionalista e che favoriva la formazione di un’industria nazionale). La mano lunga di Londra si vedeva nel commercio mondiale del cotone. Ad esempio, in concomitanza con la Guerra di Secessione negli Stati Uniti, che ne bloccò l’arrivo dal Nord Atlantico, si rafforzò la coltivazione dello stesso in India e si favorì l’intervento in Paraguay, grande esportatore del desiderato tessuto.
Sul finire dell’Ottocento con l’unificazione della Germania e la modernizzazione in corso in Russia, USA e Giappone, il Regno Unito dovette far fronte all’ascesa di nuovi rivali. La Germania passava dalla prudente politica di Bismarck, tutta concentrata sul continente europeo e i suoi equilibrismi diplomatici, a una politica oceanica. In pochi anni, sotto la direzione del kaiser Guglielmo II e del cancelliere Bernhard von Bülow, la Germania puntò tanto alla creazione di una potente flotta, quanto all’apertura dei mercati stranieri.
Gli investimenti di Berlino si concentrarono sull’asse mediorientale, in particolare sulla traiettoria da Costantinopoli a Baghdad, attraverso le ferrovie.[1]
La rivalità anglo-tedesca caratterizzò tutta la prima metà del Novecento e portò all’affermazione degli Stati Uniti come potenza mondiale. Lentamente l’Europa si auto-marginalizzò sul teatro della storia mondiale spingendo in modo inconsapevole la decolonizzazione e la crescita dei mercati extraeuropei. Ancora una volta, possiamo osservare come sia il capitalismo stesso a realizzare i fattori di crisi dei vari cicli egemonici.[2] In finale, possiamo notiamo come la competizione, l’instabilità e un ordine dinamico, siano i fattori fondativi del sistema-mondo capitalista.
La Prima guerra mondiale si concluse con una vittoria di Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Italia a discapito degli Imperi Centrali (Germania, Austria e Ungheria, Impero Ottomano). I governi vincitori giocarono con le loro opinioni pubbliche la carta della guerra democratica: non si combatteva tra potenze imperialiste rivali, ma una battaglia democratica, per la giustizia. Il conflitto come momento di liberazione per le etnie oppresse. Gli imperi diventavano un retaggio del passato e il mito della nazione si affermava per giustificare la guerra irredentista. I soldati italiani non andavano a combattere un conflitto per Trento e Trieste, ma contro un mostro medievale che accorpava rumeni, polacchi, cechi, slovacchi, tedeschi, ebrei, ungheresi, italiani, serbi, croati, sloveni tutti sotto la stessa bandiera. L’unico impero che sopravvisse al conflitto fu quello russo, che con la Rivoluzione d’ottobre si era convertito in Unione Sovietica.
Gli USA avevano supportato materialmente ed economicamente l’Europa durante il conflitto. Tanto i vincitori quanto i vinti avevano ora un ingente debito verso il gigante di Oltreoceano.
L’economia statunitense si stava avviando verso il primato mondiale. La conclusione della Guerra di secessione aveva risolto il nodo della schiavitù e favorito l’economia mercantile e industriale del Nord a discapito di quella agricola del Sud. Un capitalismo più moderno aveva prevalso su un modello ancorato allo schiavismo e all’esportazione di prodotti non lavorati (il cotone del Sud finiva in Inghilterra per essere lavorato nell’industria tessile di Manchester).
Un decennio dopo la guerra civile fu risolta la questione indiana portando a termine la distruzione del tessuto sociale nativo.
Gli Stati Uniti potevano contare su una popolazione giovane e in crescita, un mercato del lavoro e di consumatori vorace e in espansione (anche per la forte emigrazione europea), vasti territori interni poco popolati e poco sfruttati, ampie risorse naturali e una diffusa mentalità capitalista. Si è molto parlato dello spirito della frontiera statunitense, di come i pionieri nel loro lento spostarsi verso Ovest avessero forgiato la mentalità del capitalismo locale. I nuovi arrivati non trovarono nella corsa verso il West latifondi o proprietà della Chiesa Cattolica; ma i nativi. Nel complesso il territorio fu trattato come terra di nessuno, inaugurando una stagione di massacri, rimossi psicoanaliticamente in nome del profitto.
Giova ricordare che il capitalismo statunitense non si forgiò a partire da un presunto spirito pionieristico, ma dallo sfruttamento di milioni di esseri umani. Si avvantaggiò delle profonde divisioni etniche tra i gruppi per frammentare il movimento dei lavoratori e quindi favorire un’accumulazione fondata, almeno fino agli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, sullo sfruttamento intensivo.[3]
Durante gli anni Venti si posero le basi per il predominio USA sul mondo. L’Impero britannico concesse parti di potere alle colonie più avanzate attraverso il meccanismo dei dominion e Londra cedette lo scettro del capitalismo mondiale a New York, pur conservando un ruolo di primo piano nel mercato dell’oro e in quello assicurativo (in cui ancora oggi il Regno Unito vanta un ruolo significativo). Le comuni radici e la reciproca compenetrazione economica favorì un avvicinamento, dopo la burrasca della Guerra d’Indipendenza, tra USA e vecchia madrepatria. Si ponevano le basi per quel centro egemonico che sarebbe diventata l’Anglosfera o Five Eyes (Cinque occhi): Canada, Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti d’America.
I partner che, con le dovute differenze, contano un’omogeneità nella classe dirigente: bianca, anglosassone e protestante; quattro di questi Stati riconoscono nel monarca del Regno Unito il capo di stato; tutti sono stati parte dell’impero coloniale britannico e hanno come lingua ufficiale l’inglese. I più variegati in termini etnici, linguistici e storici sono per certo gli Stati Uniti d’America, l’unica repubblica e in qualche modo dominus dell’alleanza.
[1] Lungo la stessa linea oggi vediamo correre il corridoio da Nord a Sud tra India e Russia, la collana di perle, la Nuova Via della Seta cinese e la collana di diamanti indiani. Il collegamento tra Est e Ovest del grande continente è ciò a cui mira ogni potenza industriale e terrestre della massa afroeuroasiatica. A questa via si oppongono le potenze concentrate sui mari, ruolo storicamente ricoperto dal polo anglosassone: Regno Unito, USA, in chiave minore Australia.
[2] Cfr. R. Dalio, I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale: Dal trionfo alla caduta delle nazioni, Hoepli Editore, Milano 2022.
[3] Ancora oggi, gli USA sono tra i paesi avanzati quelli con un maggior divario tra ricchi e poveri, senza un sistema sanitario pubblico e con una forte frammentazione interna (sempre più vistosa la divisione tra Stati dell’interno e Stati costieri, tra Stati a maggioranza repubblicana e Stati a maggioranza democratica, trumpiani e vecchi repubblicani).

