Sentiamo spesso dire che è in atto, ormai da mezzo secolo, una ristrutturazione di quel capitalismo denominato della golden age, nato nel secondo dopoguerra e presente fino a metà anni Settanta, che fu di tipo redistributivo ed espansivo. Questa ristrutturazione in chiave liberista inizia dalla cosiddetta deregulation di fine anni Settanta, con Thatcher e Regan per intenderci, per arrivare fino ai giorni nostri.
Con la deregulation muore una forma di capitalismo e ne nasce una nuova.
Muore il capitalismo che era di tipo redistributivo con estensione della classe media, espansivo con massimizzazione della produzione reale e minimizzazione della rendita finanziaria, e che prevedeva un ruolo economico attivo dello Stato (che aveva margini di autonomia rispetto alla logica di mercato). Nasce un capitalismo ad alta concentrazione di ricchezza, finanziarizzato in quanto basato sulla valorizzazione della rendita fino alla massimizzazione dell’emissione di titoli, in cui il ruolo economico attivo dello Stato viene marginalizzato.
Questa marginalizzazione non significa che lo Stato non debba impegnarsi dal punto di vista normativo ed istituzionale a garantire l’esistenza e il funzionamento del mercato[i]. Infatti, come predicato esplicitamente dall’ordo-liberismo lo Stato deve agire in conformità alla logica di mercato[ii]. Ciò che invece allo Stato è impedito è il governo del mercato, nel senso che non può interferire sulle funzioni che garantiscono l’effettività della concorrenza e della competitività richieste dal mercato. Di fatto in questi anni si è mostrato il fallimento di tale ideologia in quanto è emersa l’inconsistenza dei suoi presupposti, ovvero si è palesata l’incapacità di autoregolazione del mercato e la sua conseguente forte instabilità. Questi fattori destabilizzanti determinano infatti crisi ricorrenti che hanno reso necessario il governo dell’economia di mercato da parte della mano pubblica, basta vedere gli ultimi dodici anni a proposito. L’intervento correttivo dello Stato è quindi diventato una necessità per la stabilizzazione del sistema economico. Questo governo del mercato, è passato prima attraverso le politiche monetarie non convenzionale delle Banche Centrali, che sono istituti di emissione di diritto pubblico a prescindere dalla natura degli azionisti, e poi direttamente con politiche fiscali attraverso l’intervento della spesa pubblica per guidare la ripresa, i salvataggi delle grandi banche per evitare crisi sistemiche e infine si sono rese necessarie vere e proprie politiche industriali dello Stato per sopperire alla disorganizzazione dei mercati incapaci di rispondere agli shock economici.
Lo snodo fondamentale da comprendere è che: se l’intervento attivo dello Stato nell’economia è diventato una necessità per avere quel minimo di stabilità che consenta il mantenimento del modo di produzione capitalistico, allora per le classi dominanti occorre fare in modo che questa gestione sia conforme ai loro interessi, ovvero occorre una gestione privata delle risorse pubbliche al fine di preservare gli attuali interessi.
Insomma come giustificare l’evidente uso delle risorse pubbliche al fine di “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”?
Evidentemente la vecchia ideologia nata dalla deregulation sulla base del motto “lo Stato è il problema, il mercato è la soluzione” non può più essere più la maschera adeguata per occultare o trasfigurare questi strutturali fallimenti dei mercati. Il nervo scoperto dalla caduta del velo ideologico liberista rischiava quindi di esser colpito da rivendicazioni sociali che avrebbero potuto far virare il necessario intervento dello Stato verso obiettivi di utilità sociale, facendo al contempo avanzare rivendicazioni salariali e di difesa dei diritti sociali che avrebbero colpito gli interessi delle classi egemoni, prive ormai di un adeguato scudo ideologico.
Per le classi dominanti allora si è posta la necessità di produrre una nuova visione del mondo (alias ideologia) per rinnovare l’egemonia culturale che dura da cinquant’anni: visto che i cambiamenti più rilevanti del capitalismo avvengono nelle rivoluzioni industriali, quale migliore occasione per una gattopardesca rinnovata egemonia culturale facendo leva proprio sull’annunciata imminente rivoluzione industriale 4.0 prodotta dall’irruzione di avanzati prodotti tecnologici notoriamente classificati come strumenti di Intelligenza Artificiale?
L’ideologia del capitalismo inclusivo 4.0 (stakeholder capitalism), per cui il capitale addirittura incorporerebbe il ruolo di uno Stato e quindi lo esautorerebbe, nasce da questi presupposti: per approfondire il nesso tra rinnovata ideologia del capitale e ruolo dell’Intelligenza Artificiale rimandiamo a questo evento. Buona visione.

