Il quotidiano “La Repubblica” sembra essere ossessionato dalle testimonianze di giovani capitani di ventura che colti da un impeto particolarmente spavaldo rinunciano al piagnisteo del posto fisso per lanciarsi all’inseguimento dei propri sogni. L’impianto apparentemente leggero di questa novellistica, sempre più consueta, nasconde un intento didattico decisamente ferreo. Si offre ai lettori una vera e propria pedagogia sulla scelta individuale, unica artefice dei destini personali. Appare essenziale fornire un immaginario collettivo capace di elevare il sogno a grammatica ideologica. Il futuro è nelle mani di chi lo plasma a proprio vantaggio; qui risiede la grande capacità dei meritevoli.
Su questa traccia argomentativa scorrono le convinzioni di buon senso comune, una scolastica dei comportamenti ottimali per sopravvivere all’interno del giogo asfissiante della concorrenza. “Prendi in mano la tua vita, le tue aspirazioni e lotta per esse con coraggio” o esortazioni di questo tenore, irrompono come imperativo categorico in qualsiasi piano discorsivo: aziendale, esistenziale, conviviale, pubblicitario. Sono spinte gentili che vogliono esasperare il concetto di forza d’animo e renderlo perfettamente compatibile con l’addomesticamento assoluto dei lavoratori.
Si vuole legare ‒ con evidente nostalgia per lo spirito ottocentesco ‒ la sorte individuale alla pigrizia o all’audacia così da sotterrare qualsiasi problematica sociale o di classe. L’evoluzione del soggetto dipende esclusivamente dalla sua predisposizione nel curare interessi di mercato tra i quali viene ricompreso anche il lavoro. La cittadinanza dovrà sempre essere misurata attraverso l’adattamento personale alle intemperie della competizione e alle capacità di soddisfare in pieno la cultura della performance. Una gioiosa ricostruzione della società nella quale non solo si premierà sempre lo spirito d’iniziativa ma anche una predisposizione d’animo docile, collaborativa, in grado di rinnovarsi di continuo per una rigenerazione purificatrice della personalità.
In questo modo le coscienze tenderanno a psicologizzare questioni preminentemente sociali quali l’ineguaglianza o la disoccupazione e a negare l’esistenza di concetti un tempo considerati connaturati alla logica capitalista come lo sfruttamento e l’alienazione. La saldatura tra le idee di evoluzione personale e di progresso ha espanso in maniera indefinita l’identificazione tra essere umano e impresa che si nutre di una discorsività accattivante per il soggetto sempre più fagocitato dal principio di prestazione. Scompare la costrizione repressiva del padrone autoritario, ora profilata in progettazione tecnica della personalità. Ogni individuo è sovrano per cui la retorica del sogno, da conquistare attraverso lo sviluppo evolutivo di una buona condotta, dissolve in partenza la coscienza di sé se rapportata alla realtà.
Ma l’incapacità di interpretare il reale affievolisce la capacità di rappresentare interessi collettivi attraverso il conflitto a denutrizione della democrazia. La produttività si identifica con il piacere così da far nascere un consenso positivo alla totalità del capitale. Per questo motivo gran parte del mondo progressista è affascinato dal capitalismo digitale delle start up, tanto da considerarlo rivoluzionario. Quell’universo, dotato di fascinazione piratesca, in grado di rendere la sicurezza lavorativa un intoppo regressivo nel percorso di vita. La sfida proposta è quella di rendersi del tutto omogenei agli interessi del capitale, identificando le mete di massimo profitto del capitalista uno stile di vita da compiacere dentro e fuori l’azienda. La precarietà così diventa un fattore evolutivo; potrà permettere di operare nuove e continue scelte di mercato e nascondere, attraverso un vocabolario ideologico, quel deragliamento personale causato dalla svalutazione del lavoro.
Una trama quindi marcatamente individualista che corrode la spinta rivendicativa dei subordinati in maniera più convincente rispetto alla repressione. L’egemonia culturale liberale fa sì che si potrà battagliare per il salario minimo ma in contesti vuoti e impalpabili quando contemporaneamente si inneggia a un modello intimamente classista teso a far percepire il proprio fallimento come una colpa irrimediabile.

