Le consultazioni elettorali recenti (regionali in Calabria e Toscana) e prossime (Puglia, Campania e Veneto) ripropongono l’argomento delle leggi elettorali, diverse da regione a regione, in disarmonia con una metodologia equa e uniforme sul territorio nazionale. In molti casi le regole adottate sembrano essere un abito cucito su misura per la coalizione all’epoca della promulgazione delle singole normative, che si è spesso riaffermata. Difatti, è alquanto anomala la diversificazione riferita alla possibilità di esprimere il voto disgiunto e, diciamo la verità, è oggettivamente più discriminante rispetto al passato la differenziazione, in caso di due preferenze, tra candidati di sesso maschile e femminile.
Ma il problema di fondo non è solo questo. Continuiamo ad assistere a una progressiva caduta delle percentuali di votanti che, si, meritano una attenta chiave di lettura, ma che sono i sintomi evidenti di una crisi di partecipazione e rappresentanza, ancor più pericolosa se si tiene conto che da quando la destra è al governo l’importanza del Parlamento (ancorché ridotto nel numero dei rappresentanti del popolo) è da ritenere in discussione.
Premesso che la legge-delega al Governo “Disposizioni concernenti l’esercizio del diritto di voto da parte degli elettori che, per motivi di studio, di lavoro o di cura, hanno temporaneamente domicilio in una regione diversa da quella di residenza” approvata alla Camera il 4 luglio del 2023 è ferma al Senato da più di due anni, auspicando che gli atti non siano andati a finire nella “monnezza”, la volontà politica di consentire l’esercizio del diritto di voto a circa 4 milioni di domiciliati altrove e di cancellare gli elenchi AIRE non esiste.
“La legge elettorale migliore è quella che fa vincere”: questa visione superficiale, utilitaristica e populistica della politica imperante è un cazzotto da parte della “casta” alla democrazia e anche alla Costituzione, perché il diritto al voto è la base della democrazia.
Non sono mancate le iniziative popolari e, come ben sappiamo, il compianto avvocato Felice Besostri, giurista di estrazione socialista, ha avviato i ricorsi per le leggi elettorali nazionali, prima avverso il «Porcellum» e l’ «Italicum»: per il primo, si ricorderà che nel 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità (relativamente al premio di maggioranza e alle liste bloccate), al pari di quanto avvenuto per l’altro “sistema” per via del turno di ballottaggio e delle pluricandidature. Per il «Rosatellum» non ha potuto assistere, essendo Besostri (definito “l’avvocato degli elettori”) scomparso nel gennaio del 2024, alla conclusione del ricorso e al possibile referendum. Bisogna partire dal principio che sulla base dell’art. 48 della Costituzione, il voto deve essere personale, uguale, libero e segreto. Con specifico riferimento a Camera e Senato, deve essere diretto. Con il «Rosatellum» il voto non è uguale, non è libero e non è diretto. Questa legge, approvata nel 2017, toglie, di fatto, agli elettori e assegna ai partiti il potere di nominare i parlamentari. Il nostro sistema politico, secondo Besostri, da tempo non è più fondato sul consenso, sul legame sociale tra elettore ed eletto quanto piuttosto sul rapporto fiduciario tra nominante e nominato. Un rapporto tra pochi che restringe il campo del dialogo sociale, crea di fatto una oligarchia e provoca il fenomeno dell’astensionismo, che è da anni la scelta più popolare. Peraltro, si tratta di leggi che teoricamente avrebbero dovuto portare stabilità, ma le forzature della rappresentanza, introdotte in nome della governabilità, hanno – di contro – determinato una reale instabilità, sfuggendo anche alla funzione di controllo che il Parlamento ha (avrebbe) sul Governo in qualsiasi sistema democratico rappresentativo. Si sa, difatti, che la destra intenderebbe smobilizzare l’attuale impianto parlamentare e creare la figura accentratrice del “Presidente”.
L’astensionismo, quindi, motivato anche dalle leggi elettorali, sia quella nazionale che quelle – tutte diverse l’una dall’altra – delle singole regioni, che nella realtà ha un forte collante costituito da proposte politiche (laddove esistono) permeate di disvalori, di opportunismo, di dimostrazione di forza, di sempre più marcate collusioni con il malaffare e la criminalità organizzata. E, malgrado il recente ritorno della gente in piazza per le manifestazioni pro-Palestina, l’elettorato continua ad autoflagellarsi, soprattutto al Sud (per il momento il riferimento è alla Calabria, dove si è già votato), esprimendo numeri importanti – paradossalmente – a favore della Lega!

