Lo studio delle classi dirigenti è di fondamentale importanza e può dire molto di eloquente sulla natura dei conflitti. Le guerre sono sostenute dalle élite e sono pagate a carissimo prezzo dalle classi lavoratrici, come sta accadendo da più di due anni per la guerra della Nato contro la Federazione russa in Ucraina. Se l’allargamento della Nato nell’Europa orientale rientra tra le provocazioni dell’Occidente successive al 1990, a partire dal 2014 prese invece avvio la fase più recente degli eventi ascrivibili alle cause strutturali, che si aprì con il colpo di Stato attuato dagli Stati Uniti tra il 2013 e il 2014, quando dapprima venne fatto cadere il presidente Janukovic, filo-russo e democraticamente eletto; poi, all’inizio del 2014, nacque un governo tecnico provvisorio filo-occidentale incaricato di fare le “riforme strutturali”, foraggiato dal Fondo Monetario Internazionale e sostenuto dall’occidente. In quella situazione di forte tensione, la Russia avviò operazioni militari in Crimea, dove 16 marzo del 2014 si svolse un referendum che si espresse a larghissima maggioranza per l’annessione alla Russia; e se certamente quella consultazione si tenne in una situazione di instabilità e in condizioni tali da suscitare dubbi sull’entità del risultato, è altrettanto chiaro che almeno nella sostanza il suo esito potesse, e anche dovesse, essere preso sul serio in ciò che esprimeva e in ciò che ne emergeva. Da lì iniziò ovviamente tutto, perché nelle successive elezioni presidenziali del maggio del 2014 venne eletto Petro Poroshenko. L’ex magnate dell’industria cioccolatiera avviò una durissima repressione delle minoranze russe e russofone del Donbass, che chiedevano un referendum sullo status della regione analogo a quello che si era svolto in Crimea. Prese quindi avvio la lunga guerra del Donbass che è costata la vita a diverse migliaia di persone e costituisce una delle premesse della fase attuale del conflitto. Questi,che ho ripercorso in rapidissima sintesi, sono fatti veramente aperti alla ricostruzione storica, cioè dovrebbero essere noti.
Su questo sfondo, veniamo al tema delle biografie. Basterebbe studiare con attenzione le biografie, che hanno molto da raccontare, per spazzare via la favoletta propagandistica che schiaccia tutte le responsabilità del conflitto sulla sola causa occasionale. Vorrei dire qualcosa, in particolare, su tre biografie: quella di Joe Biden, quella di Victoria Nuland e quella di Tony Blinken, anche in ragione delle recenti dimissioni della Nuland. Il cerchio si chiude, per altro, in modo molto molto rapido e immediato. Biden, in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del novembre 2020 venne presentato dal mainstream come un mite vecchietto democratico che avrebbe scongiurato il rischio fascista di Trump; con vice-presidente Kamala Harris donna e nera, quindi un ticket elettoralistico perfetto per soddisfare il palato progressista dell’epoca. Anche nel caso della Harris, per altro, sarebbe stato sufficiente superare il luccichio della confezione per scoprire che come Procuratrice generale della California si distinse per la gestione securitaria.
Tornando a Biden, egli era anche, e soprattutto, vice-presidente, con Obama Presidente, all’epoca dei fatti del 2014 e cioè all’epoca del colpo di stato in Ucraina, nel quale svolse un ruolo attivo, coordinandone la regia insieme a Victoria Nuland. Esiste una continuità stringente tra il gruppo politico dirigente Democratico in sella nel 2014 e quello attuale, con in mezzo l’amministrazione Trump che, forse, in politica estera deve essere vista come decisamente meno deleteria e dannosa. Esiste, invece, una forte continuità tra le due amministrazioni democratiche inframmezzate da Trump: il personale politico è lo stesso, anzi siamo in presenza di promozioni vere e proprie, visto che coloro i quali ebbero nel 2014, nel colpo di stato che rovesciò Janukovic, un ruolo decisivo, sono stati nell’attuale amministrazione Biden promossi in posizioni di rango superiore.
Victoria Nuland ha ricoperto fino a poche settimane fa la carica di Sottosegretario di Stato per gli affari politici, una casella importante nel sistema politico degli Stati Uniti. Si occupò con Biden della regia politica del colpo di Stato. Sua la eloquente frase: “Fuck the EU”, pronunciata durante una telefonata intercettata con l’ambasciatore statunitense a Kiev, il quale aveva espresso qualche preoccupazione sul fatto che l’Unione Europea potesse essere almeno parzialmente in disaccordo su quella che era la linea dettata dagli USA. La risposta di Victoria Nuland è inequivocabile, Siamo noi a comandare, e questo la dice lunga sul ruolo di sostanziale subalternità dell’Unione europea rispetto agli Stati Uniti. Tra l’altro il marito di Victoria Nuland è Robert Kagan, un noto neocon, a dimostrazione di quanto sia trasversale la consorteria guerrafondaia statunitense.
Le recenti dimissioni di Victoria Nuland, cioè di colei che è stata la principale guida strategica nel quadrante russo-ucraino, per altro irritualmente comunicate dal Segretario di stato Antony Blinken, potrebbero significare che i Democratici, in difficoltà in vista delle prossime elezioni presidenziali che li vedono sfavoriti, stanno prendendo tempo per capire cosa fare, specie in chiave elettoralistica, considerando che un’eventuale amministrazione Trump sembra più incline a trovare una via d’uscita dal conflitto. Del resto è stato preparato proprio dai Democratici il terreno per lasciare la colonia europea, gonfia di russofobia, a combattere da sola.
Tony Blinken era vice-segretario di Stato all’epoca dei fatti del 2014 ed è attuale Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. A lui fu affidato il compito di stilare la risposta degli Stati Uniti all’annessione russa della Crimea del 2014, che ovviamente non venne riconosciuta dagli Stati Uniti né dalla comunità internazionale e fu all’origine del crescendo di tensioni. La risposta di Blinken fu stilata con un obiettivo ed uno solo: quello di esacerbare i toni quanto più possibile. Ben fatto Tony, dunque un’altra promozione illustre: allora vicesegretario di Stato, oggi Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Sono tutte quante promozioni.
Lo studio delle biografie delle classi dirigenti costituisce, dunque, un elemento fondamentale per la comprensione dei conflitti. Rispetto a quello ucraino, l’osservazione delle biografie del gruppo dirigente dei Democratici, in primo luogo lascia ben pochi dubbi sul ruolo degli Stati Uniti. In secondo luogo, permette di unire in un filo continuo le provocazioni più vecchie (post-1990) e quelle più recenti (post-2014) dell’occidente. In terzo luogo evidenza come in questo conflitto la Federazione russa sia aggressore sul piano della causa occasionale, ma aggredita sul piano, sempre di maggior rilievo, delle cause strutturali. Infine, mostra come il quadrante russo-ucraino fosse non solo ben presente, ma di primaria importanza nella proiezione geopolitica degli Stati Uniti e in particolare del gruppo dirigente dei Democratici.

