Forse a breve avremo documenti circa i retroscena della vittoria dell’ultraliberista Javier Milei in Argentina, ma già oggi possiamo esprimere un giudizio su quell’evento. Si tratta di una vittoria elettorale in linea con gli interessi delle élite e in netto contrasto con quelli del popolo e della nazione argentina nel suo complesso. La ratio del programma di Milei è infatti estremamente chiara: agganciandosi al dollaro, l’Argentina crea quel vincolo monetario esterno che serve agli interessi delle élite ed è radicalmente contrario a quelli dei ceti popolari e della nazione in generale. Con la “dollarizzazione” si determina una situazione simile a quella avvenuta in Europa nella Zona Euro: il vincolo esterno impedisce la svalutazione della moneta -decisa dai governi o determinata automaticamente dalle dinamiche economiche-. È un fatto di grande rilevanza. Con ciò, infatti, si dà il via libera alla “svalutazione interna”: per conseguire vantaggi competitivi sul piano delle esportazioni dei prodotti nazionali, la “dollarizzazione” rende praticabile una sola soluzione, ossia la repressione salariale. È un aspetto tra i tanti della natura anti-popolare del neoliberismo.
È chiaro inoltre un altro aspetto, di carattere geo-politico, di quanto avvenuto nel Paese sudamericano: la vittoria di Milei -e delle forze interne ed esterne che stanno dietro di lui- costituisce un colpo sferrato contro la crescita dei Brics e quindi contro un assetto multipolare del potere economico mondiale.
Con riferimento agli aspetti interni, quanto avvenuto nelle recenti elezioni presidenziali in Argentina costituisce un autentico assurdo -perché è stata proprio una parte del “popolo” a votare contro se stessa-, ma ha una chiarissima genesi. Non è il primo caso. È accaduto anche altre volte. Il fatto non deve destare meraviglia. Se la democrazia poggia sulla “libera” formazione dell’opinione pubblica, i processi politico-elettorali sono inevitabilmente corrotti e alterati -e danno esiti incoerenti nella sostanza- quando l’opinione pubblica è il frutto di una programmata disinformazione da parte dei mass media posseduti -in larghissima misura- dai potentati economici, che fanno suonare lo spartito a loro conveniente. Non lo si ripeterà mai abbastanza: la disinformazione sistematica è un irrinunciabile fattore di sopravvivenza dei regimi neoliberisti. Essi si basano su una sorta di colpo di Stato permanente nella testa collettiva, determinando -o accentuando- una fondamentale asimmetria: quella dell’informazione, che crea -intorno alle élite- quel tasso di credibilità sufficiente a generare il potere (politico) con cui si domina il sistema. È il potere mediatico che forma o impedisce il formarsi della coscienza di classe e la chiara visione degli interessi nazionali. È questo il nodo che le forze “critiche” devono sciogliere. Non possono farlo sul piano della competizione economica, perché è troppo ampia la discrepanza di potere su questo terreno. Ma la partita non è chiusa. Qualche soluzione c’è. Ne riparleremo.
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