La genesi della Teoria Generale di Keynes pubblicata nel 1936 è terreno d’analisi fertile perché offre degli strumenti analitici utili alla comprensione della realtà socio-economica attuale.
L’utilità che le attribuiamo deriva innanzitutto dall’impatto esercitato dalla Teoria nel drammatico contesto in cui è sorta, quello di una società incanalata nel tunnel della depressione e disoccupazione che dalla Crisi del ’29 aveva attraversato gli anni Trenta, periodo in cui l’applicazione di politiche economiche fondate sulle teorie dominanti non lasciavano intravedere la luce della ripresa. L’entusiasmo che generò la comparsa della Teoria Generale è ben testimoniato dai ricordi dei giovani economisti dell’epoca, frutto dell’avvento di un’elaborazione originale da cui trarre nuove risposte ai drammatici e cronici problemi dell’epoca, non molto dissimili da quelli che caratterizzano il nostro tempo ed in ciò risiede l’importanza e l’attualità di quelle risposte.
Uno studente di Cambridge dell’epoca, Robert Bryce, afferma che
« quando vennero avanti le idee della Teoria generale, io le afferrai rapidamente, e così avvenne ai miei amici, perché sentivamo che lì vi era qualche indicazione reale su ciò che succedeva nei nostri paesi che erano tutti nelle spire di una terribile depressione »[1]
Sulla stessa lunghezza d’onda si trova il commento di Paul Sweetzy (1964), nella sua commemorazione di Keynes, secondo cui la Teoria generale avrebbe portato
« un senso di liberazione e uno stimolo intellettuale … tra gli insegnanti e gli studenti più giovani di tutte le principali università inglesi e americane… Keynes dischiuse a tutta una generazione di economisti nuovi spazi e sconosciuti sentieri»[2].
I nuovi spazi che si aprivano dinnanzi ai giovani erano delle nuove possibilità d’azione volte a riformare una realtà socioeconomica che, invece, la teoria neoclassica dominante considerava come in sé funzionante e tendente all’equilibrio di piena occupazione, a patto che non fossero state ostacolate le forze del mercato nel loro libero operare: « il mondo neoclassico è un mondo omeostatico, un mondo capace di autoregolarsi: dunque un mondo in cui l’agenda del governo, in campo economico, è vuota. Qualsiasi intervento dello Stato sarebbe inutile o dannoso, e la migliore politica economica sarà il lasseiz-faire[3]».
Innanzitutto la proposta teorica di Keynes si pone sul piano alternativo a quello dell’economia come disciplina autonoma che ha come oggetto peculiare di studio una società armonica e stabile nella misura in cui è condotta in equilibrio di piena occupazione da forze (di mercato) che seguono delle leggi immutabili. Tale piano analitico alternativo è presente sin dagli anni Venti e matura definitivamente dopo la crisi del 1929 dalla presa di coscienza della persistenza di un problema dai contorni drammatici e non più eludibile, che quindi richiede una nuova assunzione di responsabilità della politica economica, « quello di una crisi senza ripresa, del permanere dell’economia in un ristagno apparentemente senza sbocco…di un’economia adagiata in un equilibrio di disoccupazione apparentemente senza fine. Nella Teoria generale (Keynes) si prefisse di dimostrare come un’economia monetaria possa incappare in situazioni di depressione, senza che alcuna forza spontanea del mercato riesca a suscitare una ripresa.
» (Graziani, 2001, p. 138 )
Al contempo l’elaborazione keynesiana induce i suoi contemporanei a misurarsi con nuove sfide in quanto, se la fiducia incondizionata verso le forze autoregolatrici del mercato viene meno, allora la risposta al drammatico problema deve passare per il sentiero di un nuovo corso di politiche economiche. L’obiettivo diviene quindi quello di ricercare gli spazi applicativi delle idee innovative prodotte dalla riflessione keynesiana sulle determinanti profonde della crisi, una sfida accolta con entusiasmo e ottimismo proprio in virtù del
« fascino che esercitava la rilevanza pratica delle idee di Keynes. L’enormità della crisi del ’29…e l’evidente incapacità di individuare il modo per superarla rapidamente avevano messo a nudo l’insufficienza delle idee economiche allora dominanti e la necessità di esplorare nuove strade di pensiero…era fortissima in Keynes l’idea che la teoria economica dovesse essere utile e che essa potesse e dovesse contribuire a dare delle risposte ai problemi del proprio tempo». (La Malfa, 2015, p. 36)
L’utilità di quelle risposte è elevata anche per questo tempo in cui la teoria dominante, nei tratti essenziali, è erede delle idee dominanti che Keynes si trovò a sfidare. Potremmo però cogliere in pieno tale utilità solo riuscendo a comprendere la sofferta genesi di quelle idee innovative, quelle difficoltà che Keynes incontrò per giungere ad una elaborazione compiuta che confluì in una rivoluzione della teoria economica « a prezzo di una lunga lotta per sfuggire…ai modi abituali di pensiero e di espressione…ed alle vecchie idee che ramificano, per quanti di noi sono stati allevati in esse, in tutti gli angoli della mente ».
(Keynes, A Tract on Monetary reform, CW VII, p.XXIII )
[1] (R. Bryce, Keynes as Seen by His Students, in Keynes, cambridge and General Theory, Atti del convegno, (University of Western Ontario, ottobre 1975), a cura di D. Pathinkin e J. C. Leith, Macmilliann, London 1977, p.42).
[2] P. M. Sweetzy, John Maynard Keynes, in Lekachman (a cura di), Keynes General Theory: Reports of Three decades, St martin’s Press, New York, 1964, p.301).
[3] « La massima del lasseiz-faire è tradizionalmente attribuita la mercante Legendre e a una sua risposta a Colbert, verso la fine del XVII secolo ‘Que faut-il faire pour vous aider?’, chiese Colbert. ‘Nous lasseiz faire’ rispose Legendre: ‘Lasciate fare a noi’ » (Lunghini, 2013, p.30)

