Lo scontro tra Vannacci e Gruber della scorsa settimana ha riportato al centro il tema della remigrazione. Ma dietro lo slogan emergono ostacoli giuridici, diplomatici ed economici enormi. I rimpatri di massa restano una promessa politicamente efficace e concretamente difficile da realizzare.
Remirazione, slogan e realtà
La puntata di Otto e Mezzo andata in onda mercoledì 10 giugno su La7 ha riportato al centro del dibattito pubblico uno dei temi più controversi e divisivi della politica contemporanea: l’immigrazione. Ospite di Lilli Gruber, Roberto Vannacci ha ribadito la sua adesione alla teoria della cosiddetta “remigrazione“, concetto che da tempo trova spazio nei movimenti nazionalisti e sovranisti europei e che rappresenta uno dei pilastri della sua proposta politica.
Nel corso dell’intervista, Vannacci ha sostenuto che una larga parte degli immigrati presenti in Italia dovrebbe essere rimpatriata e ha affermato che il problema dei rimpatri potrebbe essere affrontato attraverso il potenziamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio e il trasferimento dei migranti verso Paesi terzi considerati sicuri, anche in assenza di accordi diretti con gli Stati di origine.
È proprio su questo punto che il confronto con la conduttrice si è fatto più acceso. Gruber ha contestato la praticabilità concreta di tali proposte, ricordando come la questione dei rimpatri rappresenti da anni uno dei nodi più complessi delle politiche migratorie europee.
Al di là delle schermaglie televisive, resta infatti una realtà che nessuno slogan può cancellare. I rimpatri non dipendono soltanto dalla volontà politica. Richiedono accordi bilaterali con i Paesi di provenienza, procedure amministrative lunghe, identificazioni certe delle persone da espellere, disponibilità degli Stati interessati ad accogliere i propri cittadini e, soprattutto, ingenti risorse economiche. È proprio l’assenza di questi presupposti che negli ultimi anni ha limitato fortemente il numero dei rimpatri effettivamente eseguiti in tutta Europa.
La parola “remigrazione” viene spesso presentata come una soluzione semplice a un fenomeno complesso. Ma dietro la forza comunicativa dello slogan emergono interrogativi enormi sul piano giuridico, umano e pratico. Chi dovrebbe essere coinvolto? Solo gli immigrati irregolari? Anche coloro che hanno un permesso di soggiorno? E cosa accadrebbe a chi vive in Italia da molti anni, lavora, paga le tasse e ha costruito qui la propria esistenza?
Sono domande alle quali, almeno finora, il dibattito politico ha fornito risposte parziali o contraddittorie. Non a caso il termine stesso “remigrazione” suscita forti polemiche in tutta Europa, perché viene interpretato da alcuni come una semplice politica di rimpatrio degli irregolari e da altri come un progetto molto più ampio di allontanamento di persone considerate non appartenenti etnicamente alla comunità nazionale.
La vera sfida non consiste nell’inseguire slogan elettorali, ma nel costruire politiche serie di gestione dell’immigrazione, della sicurezza dei cittadini, favorendo l’integrazione di chi lavora e rispetta le leggi, investendo nella formazione linguistica e professionale, rendendo più efficaci gli strumenti di controllo del territorio.
Promettere una remigrazione su larga scala può risultare elettoralmente redditizio perché intercetta paure e insicurezze diffuse. Tuttavia, governare significa confrontarsi con la realtà, non con gli slogan. E la realtà racconta che il fenomeno migratorio è globale, strutturale e destinato a proseguire nei prossimi decenni.
La politica dovrebbe avere il coraggio di dirlo ai cittadini con chiarezza. Non esistono scorciatoie miracolose. Esistono invece scelte difficili, compromessi, investimenti e una gestione pragmatica di un fenomeno che continuerà a caratterizzare il nostro tempo.
La serata televisiva tra Vannacci e Gruber ha avuto almeno un merito: ricordare a tutti quanto sia facile trasformare l’immigrazione in una battaglia identitaria, sfruttando le paure e le insicurezze delle persone, e quanto sia invece difficile affrontarla con serietà. Ed è proprio da questa differenza che passa la credibilità della politica.
.

Leggi anche
- Le ragioni del voto per il NO al referendum di Risorgimento Socialista
- Energia e sovranità: la vera leva della crescita italiana
- L’Antropocene mette sotto accusa il capitalismo: la sfida radicale di Saitō Kōhei
Leggi gli articoli di Forza Lavoro anche su Kulturjam.it


