Il problema fondamentale relativamente al dualismo socio-territoriale italiano, che va sotto il nome di “questione meridionale”, è la scarsa consapevolezza che si riscontra -nella cultura diffusa- circa le sue radici. In generale si sa infatti poco o nulla del perché esiste la “questione meridionale”. Questo problema non è limitato alla miseria culturale del mondo leghista. Coinvolge infatti anche settori sociali che dovrebbero essere immuni da certe pochezze. Tanti giornalisti, per esempio, dimostrano di non conoscere bene la storia del proprio Paese, e riciclano come verità storica un insieme di vuoti luoghi comuni. La medesima cosa può dirsi di tanta parte dell’attuale classe politica. Un tempo, in tale ambito, le cose erano diverse. Anziché passi in avanti, negli ultimi decenni, si erano fatti grandi passi indietro.
Se così stanno le cose in quei settori che fanno parte della cosiddetta classe dirigente, come meravigliarsi della scarsa e deformata conoscenza che sul tema specifico si riscontra a livello generale, tanto al Nord quanto al Sud?
Sono tre, sostanzialmente, le posizioni circa la natura e gli effetti dell’Unità. Due di esse, ossia quella borbonica e quella liberale, sono -dove più dove meno – costruzioni ideologiche, assai lontane dalla realtà dei fatti. Questa realtà si riscontra invece, in quella posizione che possiamo definire democratico-obiettiva (quella dei Salvemini, dei Gramsci, dei Francesco Saverio Nitti, dei Colajanni, dei Pedio e via dicendo). A livello generale, risulta egemone la posizione liberale, ossia quella che fa capo ai responsabili del problema.
In definitiva, manca la diffusa consapevolezza che il dualismo territoriale del nostro Paese è frutto del tipo di Unità che stata imposta da alcune forze. È lì l’origine. È da lì che bisogna partire se si vuol capire il presente dualismo territoriale.
Come dimostrano studi recenti e meno recenti, caratterizzati da abbondante documentazione, all’atto dell’Unità le due parti del Paese avevano uno sviluppo economico equivalente. Sotto certi aspetti, questa espressione penalizza il Sud, dato che in certi settori il sistema industriale del Mezzogiorno era più avanzato di quello esistente al Nord.
L’Unità non è avvenuta secondo gli intendimenti dei patrioti autentici, bensì secondo gli interessi delle classi dominanti in Piemonte e nel Mezzogiorno, entrambe caratterizzate da grandi limiti etico-politici. Il Risorgimento ha avuto una componente democratico-nazionale e una componente intrinsecamente colonialista. La seconda, nel corso della lotta, è rimasta mascherata, palesando la sua reale natura alla fine della lotta. Il filo nero del Risorgimento, infatti, ha agguantato, a mo’ di preda, l’intero Paese.
In una comunicazione rapida, necessariamente limitata come lunghezza, non si può dare conto di quanto è accaduto allora, ma qualche accenno va pur fatto.
Alla Lombardia e alle regioni del Centro, il Piemonte avrebbe voluto fare – ma non ci riuscì – la stessa fine poi è toccata al Mezzogiorno, con il decisivo aiuto di tanti ascari. La concezione dell’Unità come colonialismo interno era consustanziale al sistema di potere vigente nel Piemonte sabaudo. Il Mezzogiorno, per la piega presa dagli eventi, è stata la vittima designata di quel sistema di potere.
Il Sud aveva le sue industrie, ma furono spazzate via da una politica che non poteva non portare a quel risultato. La classe imprenditoriale del Mezzogiorno chiese un tempo ragionevole per passare dal sistema protezionistico a quello di libero scambio. Dal governo fu data una risposta consapevolmente ostile. Il protezionismo industriale venne però accordato tempo dopo all’industria del Nord. Anche in questo caso a pagarne le spese fu il Mezzogiorno, che vide sacrificata la propria agricoltura.
Altro fattore di subordinazione del Sud fu la politica relativa alle banche. Quelle del Nord ebbero da subito la possibilità di aprire filiali nel Sud, dove rastrellarono cartamoneta emessa dal Banco di Napoli per poi chiedere al medesimo Banco la conversione in oro, che serviva al finanziamento delle operazioni di credito per le industrie settentrionali. Nei primi tempi, al Banco di Napoli non fu concesso aprire filiali al Nord e quando poté farlo si trovò ostacolato dall’apparato statale.
Sono solo alcuni esempi di storia assente nell’universo culturale collettivo. Su questa assenza e su insulsi luoghi comuni ha costruito le proprie fortune la Lega, infettando di sé tanta parte della politica italiana negli ultimi decenni.
La storia autentica, non manipolata, ci conferma la bontà di un concetto che un grande storico dell’economia, Luigi De Rosa, ha espresso con il titolo di un suo libro sul Mezzogiorno: La provincia subordinata.
La questione meridionale è, in conclusione, il frutto di un colonialismo interno. Il compito delle forze che vogliono rigenerare il Paese – un obiettivo che passa necessariamente attraverso il riscatto del Mezzogiorno – è certamente di carattere politico, ma tale compito è destinato a fallire se preventivamente e contestualmente non si attua un’azione culturale per correggere le colossali distorsioni che caratterizzano la narrazione sul dualismo Nord/Sud che oggi risulta immeritatamente dominante. Non può nascere insomma una politica nuova ed efficace se non si creano nuovi presupposti culturali in forma diffusa.
Nel corso del tempo ci sono stati dei cambiamenti nell’approccio dei libri di testo per le scuole, ma non è un mutamento sufficiente. La rettifica della narrazione corrente deve investire anche – in modo massiccio e continuativo – il mondo dell’informazione e la classe politica. È certamente un compito immane, che non verrà svolto dalle istituzioni, se lasciate a se stesse. Un decisivo ruolo promozionale in tal senso – un ruolo di sprone, pungolo e diffusione conoscitiva – deve essere svolto dalle associazioni meridionalistiche. C’è bisogno di una rivoluzione culturale, da Nord a Sud, per una rivoluzione politica. Solo allora non saranno più possibili politiche squilibrate e squilibranti. Non saranno più possibili, per fare un esempio attuale, imbrogli come le Autonomie regionali differenziate.
Santo Prontera
Esecutivo nazionale di Risorgimento socialista

