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LA LOTTA PER LA PACE, ANDARE AVANTI E AGGIUSTARE IL TIRO

Una riflessione a tutto campo di Alberto Benzoni sui compiti del movimento pacifista e dei socialisti e sul trumpismo che verrà

Gaetano C by Gaetano C
Luglio 23, 2024
in Geopolitica, Politica, Primo Piano
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LA LOTTA PER LA PACE, ANDARE AVANTI E AGGIUSTARE IL TIRO
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Le elezioni europee dovevano essere, per noi pacifisti, un appuntamento importante, anche se non ancora decisivo, per misurare le nostre forze e la nostra capacità di impatto sulla pubblica opinione intorno ai conflitti in atto in Ucraina e nel Medio Oriente e al clima tossico che ne accompagna lo svolgimento. In una fase in cui il rischio di una escalation irreversibile appariva assai alto.

Ma questa prima asticella non l’abbiamo ancora superata. E, per andare avanti, dobbiamo, per prima cosa, capire perché.

A indebolire il nostro appello è stato, in primo luogo, per quanto riguarda l’Ucraina, il fatto che sia stato riproposto dalla destra leghista; anche se, naturalmente, in un quadro generale molto diverso dal nostro. E, nel contempo, il silenzio, oggettivamente ostile, all’interno della cosiddetta sinistra storica e delle sue appendici.

Quest’ultima, socialdemocratica e, nel nostro paese, “fu comunista” ma ora atlantista e occidentalista, ha fatto propria, senza riserve, la posizione di Zhelensky e di Biden (guerra come contrapposizione tra Bene e Male; l’avversario percepito come Mostro; la vittoria identificata come premessa di una resa praticamente incondizionata; il sanzionismo esasperato; e, per chiudere, l’appoggio automatico e senza riserve alle iniziative e ai proclami della Nato e della Ue assieme alla automatica criminalizzazione di ogni tipo di dissenso); essendo poi propriamente paralizzata, sulla questione palestinese, dal timore di essere tacciata di antisemitismo. Mentre, a pregiudicare definitivamente la nostra situazione, all’insegna del “voto utile”, è arrivato il pacifismo al dettaglio, in particolare dell’alleanza verdi/sinistra: diritto di tribuna per questa o quella personalità, navigare sotto traccia per il resto.

 

Il “combinato disposto” di questi insieme di fattori ha ridotto lo spazio a disposizione del popolo pacifista sino a privarlo di una sua autonoma rappresentanza politica. Accentuando, conseguentemente, quella sensazione generale di isolamento e di impotenza che ha sinora fortemente ridotto sia il suo appeal che la portata e l’eco delle sue iniziative.

In questo quadro, l’esperienza di Pace, terra e dignità che ha visto l’impegno, collettivo e individuale di Risorgimento socialista non va certo messa da parte; ma, nel contempo, va riproposta in una dimensione qualitativamente più ampia e diversa. Raccogliere circa 500000 voti, nel costante boicottaggio dei media e sotto la pressione, mai così forte, del    voto utile (anche se limitato alla promozione di questa o quella personalità senza sfociare in un disegno politico collettivo) non era affatto scontato. Rimane, però, il fatto che siamo rimasti lontani da quel 4% che ci avrebbe consentito un collettivo “diritto di tribuna” all’interno del Parlamento europeo.

Ciò rafforza oggettivamente la convinzione che, in una prospettiva futura, la causa della pace non può avere rappresentanze politiche esclusive. Non fosse altro perché deve, sin dall’inizio, avere una vocazione maggioritaria; e, quindi, appartenere a tutti senza discriminazioni e/o preclusioni. Per dirla con una formula, tutti noi apparteniamo alla pace; mentre la sua causa non può essere monopolio di nessuno.

Suo naturale punto di riferimento dovrebbe essere, allora, un’associazione, insieme nazionale e locale, con i suoi relativi comitati promotori. Nome possibile, Irene. Procedure costitutive, variabili. Forma, se del caso, federativa. Modalità operative, pensare globalmente e agire localmente.

Pensare globalmente, qui e oggi, significa: chiarire, al di là di ogni possibile fraintendimento, il nostro posizionamento internazionale; individuare i nostri obbiettivi immediati; e, infine, colmare il vuoto, anche analitico, che ha impedito, almeno sinora, al nostro messaggio di arrivare alla generalità delle persone.

Sul primo punto ci basterà ricordare che il pacifismo è stato, sin dalla sua nascita, patrimonio specifico del pensiero così come della sensibilità socialista; così come lo è oggi per quanto riguarda il cattolicesimo post conciliare. E che la guerra e la cultura della guerra non sono state condannate in astratto, ma combattute in concreto: perché strumento di divisione tra i popoli così da favorirne la comune oppressione; come pure per i disastri materiali e più ancora morali che le precedono e ne derivano.

Stiamo parlando di più di un secolo di lotte. Che, ci si dirà, non hanno potuto impedire lo scoppio di due guerre mondiali. Ma che hanno contribuito significativamente a porre fine a conflitti in corso; e a sostituire la cultura della guerra con quella della distensione e del dialogo.

Oggi, come allora, la nostra piena solidarietà deve andare dunque ai popoli:  a quello ucraino come a quello russo; a quello palestinese come a quello israeliano. Per tacere di quelli europei e del resto del mondo, variamente vittime della nuova guerra fredda. Mentre non si estende minimamente, per non dire che contrasta con quella ai loro gruppi dirigenti: che si tratti di Zhelensky o di Putin, di Netanyahu e della sua coalizione o di Hamas, di Biden e dei suoi malaccorti consiglieri Usa o degli “uomini della forza” in auge sia a Washington che a Mosca; per non parlare dell’attuale governo israeliano. In un contesto in cui l’uscita dalla crisi non sarà legata alla “vittoria” di questo o di quello; e in cui dobbiamo, individualmente e collettivamente, comportarci non da tifosi ma da uomini di buona volontà. Non fosse altro perché la potenza di fuoco del tifo avverso è infinitamente superiore alla nostra; mentre gli uomini di buona volontà sono ancora oggi non solo pochi ma anche sottoposti a un attacco concentrico tendente a distruggerli politicamente. E, in prospettiva, a squalificarli moralmente. In nome, però, e questo è il loro elemento di debolezza, di visioni del mondo, costruite su rappresentazioni ideologiche o puri interessi di potere; ma ambedue in contrasto con il più elementare principio di realtà.

A riprova di tutto questo il loro complessivo fallimento. Pensiamo a Biden che, eleggendo a protagonisti della difesa della democrazia, Zhelensky e l’Israele di Netanyahu, si rivela incapace di controllare i demoni che ha fatto uscire dalla bottiglia fino a subire il loro ricatto permanente e ad essere spinto a seguirli passivamente. Mentre la rappresentazione di Putin come mostro ha per unico effetto quello di squalificare preventivamente qualsiasi ipotesi di negoziato. E pensiamo allo stesso Zhelensky che sta portando la sua gente ad un salasso umano e materiale sempre più insostenibile in cambio di promesse allo stato quanto mai aleatorie. O a Putin che, in attesa di chiudere la partita con l’amico Trump, continua a sottovalutare la necessità (per la verità, reciproca) di ricostruire un rapporto costruttivo con quell’universo europeo cui la Russia appartiene. Per ricordare, infine che chi, come Netanyahu, considera antisemite tutte le organizzazioni internazionali e sotto attacco tutti gli ebrei della diaspora, mentre taccia di terrorismo l’intera popolazione palestinese, crea scientemente le basi per un ritorno in forze dello stesso antisemitismo, in un mondo in cui gli ebrei si sentiranno insicuri dovunque essi siano. Mentre la sua pratica genocida, nelle sue varie forme, assieme al rifiuto di qualsiasi soluzione politica, alimenta il seme di terrorismi futuri.

Siamo, dunque, in un mondo non solo ingiusto e oppressivo; ma anche cresciuto al di fuori di qualsiasi principio di realtà. Per tutti gli occidentalisti da strapazzo un problema marginale; per il movimento pacifista un’opportunità. O, più esattamente, una finestra di opportunità da cogliere qui e ora; nei cento giorni, o giù di lì, che ci separano dall’appuntamento americano di novembre.

Per cercare di coglierla dobbiamo, per prima cosa, definire esattamente i nostri obbiettivi e le nostre parole d’ordine. Prendendo definitivamente atto che questi non possono che essere diversi, in relazioni a conflitti anch’essi di natura molto diversa. Ma anche del fatto che, in tutti e due i casi, parlare di pace e basta è puro angelismo. Un difetto, sia detto per inciso, che è stato un po’ la malattia professionale del socialismo democratico.

Per dirla in altro modo, l’obbiettivo su cui puntare con tutta l’urgenza dovuta non è la pace (un rapporto di fiducia e di amicizia tra nemici, spesso mortali, che richiederà anni e anni per essere raggiunto; e mai completamente) ma la fine dei combattimenti, finalizzata all’apertura di un negoziato.

Un traguardo il cui raggiungimento deve, peraltro, tener conto della natura profondamente diversa delle due crisi. In Ucraina si tratta di scegliere, in un contesto in cui i tempi a nostra disposizione sono quanto mai scarsi, tra una gestione americano/russa di un negoziato, tornato oggi all’ordine del giorno (con l’Europa spettatrice, peggio ancora se ostile) e un percorso in cui l’Europa sia partecipe attiva.  Sottolineando, a uso e consumo di chi non ne fosse ancora consapevole, che la sorte della Crimea e del Donbass dovrebbe essere oggetto della fase finale del negoziato; e magari tenere conto, in omaggio tardivo ai nostri ideali democratici, della volontà degli interessati… E, tanto per essere ancora più chiari, che un “no” pregiudiziale al negoziato stesso da parte della sinistra atlanto/occidentalista, oltre che russofoba per convinzione, avrebbe effetti catastrofi e andrebbe perciò radicalmente contrastato e in tutte le forme possibili.

In Medio Oriente parlare di pace ma anche solo di negoziato è assolutamente impossibile. A partire dal fatto che una delle due parti nega non solo la legittimità ma la stessa esistenza dell’altra. Mentre la collettività internazionale ha colpevolmente rinunciato a far valere le sue responsabilità in questa materia. E lo stesso negoziato, internazionalmente mediato, tra Israele e Hamas sulla tregua e sullo scambio di prigionieri è viziato, sin dall’inizio di evidente malafede. Si tratta con Hamas sulla tregua, sulla carta estensibile ad un periodo indeterminato e, nel contempo, si rivendica il diritto/dovere di continuare a massacrare i palestinesi all’ingrosso e al dettaglio, nell’intento di punire, anzi di “distruggere” i responsabili del massacro del 7 ottobre, ma senza poter mai dimostrare di esserci in qualche modo riusciti.

 Siamo al “carta vince, carta perde” dei truffatori al dettaglio: se Hamas dirà sì all’accordo, prende atto dei massacri in atto senza reagire; se dirà no li giustifica. Almeno agli occhi di spettatori già ben disposti ad accettare senza discutere la versione israeliana dei fatti; in primis gli occidentali.

Del resto è degli occidentali e, in particolare degli europei, l’autoinganno più vergognoso. Quello di prospettare come possibile soluzione del problema la formula dei “due popoli, due stati”. Senza fare nulla per porla all’ordine del giorno; di più tollerando che ne vengano minate le stesse basi. Un autoinganno premeditato e prolungato nel tempo, nei venti e più anni che ci separano dal fallimento di Camp David” e dall’inizio della seconda Intifada. Dove abbiamo presa per buona, contro ogni evidenza, la storiella della disponibilità israeliana e della pregiudiziale indisponibilità palestinese, legata, come ci si è raccontato, alla negazione (??) del diritto di Israele a esistere.

Oggi, però, è tutto più chiaro. Oggi è Israele che rifiuta in linea di principio l’idea di uno stato palestinese. Di cui nega pregiudizialmente l’esistenza in qualsiasi spazio e sotto qualsiasi forma. Sostenendo che gli abitanti della Cisgiordania e, conseguentemente, il loro governo non rappresentano che una variante apparentemente moderata del progetto terrorista; e portando avanti il progetto, questo sì reale, di controllo totale del territorio tra Giordano e mare. Accompagnato da un’oppressione quotidiana blandamente condannata dall’occidente; così come sta avvenendo con lo sterminio a rate della popolazione di Gaza.

In questa situazione, il disegno pacifista, al di là del diritto/dovere della protesta/denuncia per ciò che accade, giorno dopo giorno, a Gaza e in Cisgiordania e che non ha nulla a che fare con il “diritto di difendersi”, non può che identificarsi nella richiesta di riconoscimento dello stato palestinese. Secondo Netanyahu e i suoi volonterosi propagandisti europei, questo andrebbe a tutto vantaggio di Hamas e dei sostenitori di una soluzione violenta del conflitto. Mentre è vero esattamente il contrario. Ancora più inconsistente, se possibile, quella che è stata sino a oggi la giustificazione del “no” europeo; l’idea che il riconoscimento dello stato palestinese “farebbe arrabbiare gli israeliani” e li renderebbe meno disponibili all’accordo. Mentre è vero esattamente il contrario: leggi che la disuguaglianza abissale, non solo materiale, ma anche formale tra le due parti, crea tutte le premesse per la cancellazione del più debole da parte del più forte.

Non a caso, ad opporsi con tutte le forze- anche se con argomenti risibili (“sarebbe un regalo ad Hamas”) – è il governo Netanyahu che di “due popoli due stati” non vuol proprio sentir parlare. A differenza non solo dalla stragrande maggioranza degli stati europei ma anche degli Stati Uniti di Biden, peraltro succubi di Israele al punto di accogliere in pompa magna  Netanyahu; e, ahimè, su invito dello stesso Biden. Ragion di più per sviluppare, anche a livello europeo, la nostra iniziativa.

 Lungo una linea in cui la battaglia per il riconoscimento, accompagnata dalla denuncia del carattere non solo criminale ma anche insensato della politica di distruzione totale proposta da Netanyahu e del suo governo (così come della complicità dei governi occidentali) potrà e dovrà trovare un ulteriore sostegno nell’appoggio ai gruppi che, in Israele, in Cisgiordania e in Occidente si battono concretamente contro questo governo e per il dialogo tra i due popoli. Oggi, questi nostri compagni si battono contro venti e maree. E senza trovare una eco e un adeguato sostegno da parte della collettività internazionale. Domani, il loro ruolo sarà non solo necessario ma determinante nel costruire un possibile futuro comune.

Ci eravamo proposti di chiudere questo testo affrontando l’anello mancante della nostra strategia comunicativa. Un vuoto che ha pesato non poco sull’esito delle europee di giugno. Portando a bocciare, quasi sempre, i vari governi al potere nella Ue; ma sulle loro politiche interne più che per i loro orientamenti internazionali. Una scelta che ha colpito per lo più governi, di destra o di centro, che intendevano avvalersi del clima di pericolo con relativa caccia al nemico interno e al russo sotto il letto per fare definitivamente i conti con l’opposizione. Ma senza favorire particolarmente la sinistra radicale e/o pacifista. In un contesto, ecco il punto, in cui ci si è scontrati essenzialmente su questioni di politica interna e non sui temi più generali della guerra e della pace. E questo sostanzialmente per due motivi.

Il primo, che ha determinato l’alto livello di astensione, riflette la convinzione sempre più generalizzata, che votare sia inutile perché “lorsignori” non tengono in al alcun conto l’esito del voto tanto più su questioni internazionale su cui l’opinione e la capacità di verifica dei comuni mortali valgono meno di zero. Il secondo riflette l’opinione corrente, che ha anche troppo chiara la differenza abissale tra l’essere in guerra e farla; sino al punto di non credere né alla possibilità di essere coinvolti direttamente nel conflitto né, se è per questo, alla possibilità di porvi fine.

Un risultato che interroga in particolare le élite di governo che vedono completamente fallito, almeno da un punto di vista elettorale, il tentativo di classificare come putiniani e, se del caso, antisemiti, i loro oppositori di destra e soprattutto di sinistra. Ma anche tutte le forze che hanno tentato di porre al centro del loro discorso i temi della guerra e della pace. Per vedere gran parte del loro potenziale elettorato rifugiarsi nell’astensione.

Un atteggiamento che nasce, come già detto in precedenza, da una generale sensazione di impotenza. Votare per il Parlamento italiano è inutile; figuriamoci poi per quello europeo, i cui vari, e spesso poco nobili, traffici sfuggono agli attuali e abbastanza arrugginiti sistemi di controllo. Ma, a spingere verso il disimpegno c’è anche altro: il fatto che la gente, per dirla in sintesi, non solo, come già detto, non teme la guerra ma non riesce ancora a capire, anzi a sentire sulla propria pelle la connessione che c’è e cresce tra l’aggravarsi della crisi internazionale e le difficoltà crescenti della propria esistenza quotidiana. Perché nessuno, e nemmeno noi, ha avuto la possibilità ma anche la capacità di spiegarglielo.

Gli anatemi provenienti da Bruxelles addosso al nostro governo nel prossimo futuro – per il mancato aumento delle spese militari, per il livello eccessivo del nostro debito, per le nostre inadempienze in termine di riconversione green, per le falle del nostro dispositivo antimigranti (o magari, chissà, per il nostro scarso zelo atlantico e filoisraeliano) -contribuiranno, si dirà, a chiarire definitivamente, e a tutti, i termini della questione. Forse; ma quello che è certo è che saranno per noi il momento della verità. Ma, forse, a quel punto, la situazione sarà talmente pregiudicata da non consentire ripensamenti.

Prima di concludere, fissando compiti e indicando strategie all’insegna del “si tratta di” sarà bene, allora, di proporre un’ultima pausa di riflessione.

Il fatto è che il “noi” di cui abbiamo punti di riferimento politico/ideologici, obbiettivi e strategie comunicative non esiste in natura. Come non esistono, neanche allo stato potenziale, un internazionalismo socialista degno di questo nome e una comune strategia del movimento pacifista. E, questo va detto per la schiatta immortale dei “socialisti che si contentano”, mentre, in omaggio al principio di realtà, il nostro consolidato punto di riferimento, l’America di Biden, si sta progressivamente sfaldando, a partire dal linciaggio a scoppio ritardato dello stesso presidente e del suo stesso ritiro nella faida scomposta tra i vari clan di riferimento, che vede isolata e impotente la stessa sinistra di Sanders.  Mentre, qui da noi, l’altra componente essenziale del movimento pacifista, i cattolici, continua ad operare intensamente ma sotto traccia e per una serie di ragioni che non è il caso di esaminare in questa sede.

Assistiamo allora, secondo il già noto principio per cui la moneta cattiva scaccia la buona, al ritorno in forze della destra radicale, sia negli Stati Uniti che in Europa, intenta a muoversi concretamente per chiudere la partita ucraina , autorizzando così gli ululati di indignazione della banda di farisei che ci circonda; e, “ça va sans dire” in nome dell’Europa. Un fenomeno destinato a scompigliare i nostri piani; e ad anticipare il momento delle nostre scelte.

Ci proponevamo di resistere e contrattaccare con tutte le nostre forze, in attesa dell’<<evento magico>>, la rimessa radicale in discussione dell’esistente”; quello, come diceva Obama, “in cui quello che appariva normale diventa improvvisamente intollerabile”. Un momento che non è dato predisporre anticipatamente ma che emerge quando qualcuno, individuo o collettivo, in un momento imprecisato, grida “questo è troppo” e trova una marea di gente disposta a seguirlo.

Ciò non nasce né spontaneamente né in base a disegni formulati a tavolino. Ma dalla compresenza di due fattori: la crisi del sistema dominante e la presenza sul terreno di un’alternativa credibile.

Appena qualche tempo fa saremmo stati in grado di anticipare, con ragionevole certezza, i tempi di questa crisi. E con essa, l’errore, madornale quanto inevitabile compiuto, dalla sinistra storica imbarcandosi nel rinnovo all’appoggio alla von der Leyen; e sulla base di un programma fatto di vaghe promesse per quanto riguarda la politica ambientale e di pericolosa retorica bellicista per il resto; con la ciliegina sulla torta della scelta, come responsabile della politica internazionale dell’Ue, dell’estone Kallas, fautrice del dissolvimento forzoso della Federazione russa.

A configurare i termini e i tempi dell’inevitabile crisi: l’incombere del ritorno dell’austerity incarnata dal falco Dombrovskis, con l’imposizione di ulteriori tagli ai servizi pubblici (accompagnata, aggiungendo al danno la beffa, dalla richiesta, o imposizione, di sostituire , nel possibile scomputo, le spese militari agli investimenti pubblici); il ridursi, in piena perdita, dei risparmi privati; il blocco delle esportazioni, legato al generale innalzamento delle barriere daziarie; un sistema concorrenziale legato alla continua ricerca della riduzione dei costi; l’aumento fuori bilancio delle spese militari; una guerra che continua a trascinarsi stancamente tra spinte all’abbandono e tentazioni di escalation; la previsione, suscettibile di avverarsi del ritorno del terrorismo. E, a coronare il tutto, il generale ricorso dei governi alla riduzione degli spazi di democrazia di fronte all’esplodere del malcontento popolare.

Due, tre o magari quattro anni? In realtà non possiamo proprio permetterci di aspettare tanto. Perché, nella nostra complessiva afasia e nella crisi verticale dei democratici americani (“tanto tuonò che Harris”: la mediocrità fatta persona), la bandiera della pace è passata nelle mani di una certa destra sovranista americana ed europea. E questo anche perché, con il passar del tempo, diventerà sempre più difficile per le sinistre di governo, per non dire impossibile, conciliare la guerra e la cultura della guerra con la promozione o la semplice difesa dello stato sociale

Con il passar del tempo, diventerà sempre più difficile, per non dire impossibile, conciliare la guerra e la cultura della guerra con la promozione o la mera difesa dello stato sociale. E, a maggior ragione, l’ipotesi, già di per sé avveniristica, di costruire la socialdemocrazia in un paese solo. Però, in assenza di un internazionalismo socialista, l’apparente via d’uscita sarà l’inevitabile rilancio del populismo sovranista. Un populismo sulla cui natura sarà necessaria un più attenta riflessione. Alla convention di Milwaukee è stato significativo il ruolo non coreografico riservato a Vance e la presenza molto maggiore che nel passato di rappresentanti di minoranze etniche e di esponenti del mondo del lavoro. Segno della volontà di non contrapporsi radicalmente al popolo di sinistra schierato sinora a sostegno dei democratici ma di offrirgli, in qualche modo, un’alternativa. Niente di compiuto, molto di velleitario e di calato dall’alto, niente che possa attenuare la nostra opposizione; quanto basta, però, per meritare la nostra attenzione. In particolare, per la sua visione del mondo e del ruolo degli Stati Uniti al suo interno.

Così nelle dichiarazioni del duo, ma anche di altri esponenti del G.o.P. non c’è alcuno spazio né per le “missioni” né per le ideologie né per la divisione del mondo tra Bene e Male. Al loro posto gli interessi degli Stati Uniti; contrapposti o compatibili rispetto a quelli di altre nazioni.

Per i paesi dell’America centrale e per molti loro governi, una minaccia mortale. Per la Cina una competizione economica a colpi di dazi, che esclude, almeno nelle intenzioni, scorciatoie militari e “regime changes”. Per il Medio Oriente, allineamento con Netanyahu ma nessuna copertura a operazioni militari che possano coinvolgere gli Stati Uniti. Interessati, semmai, a sviluppare ulteriormente i rapporti tra Israele e gli stati del Golfo, magari, come era nel piano di qualche anno fa, con qualche ricaduta economica per i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza. Per l’Africa, qualche dollaro in più. Aperto, a partire dal ridimensionamento dei legami Nato e dalla chiusura, d’intesa con Putin, della partita ucraina, a qualsiasi esito sul terreno più importante che è poi quello europeo.

Qui il momento della verità si sta avvicinando, per il nostro continente e per il movimento pacifista. Anche e forse perché le nostre vie si stanno divaricando, in un contesto in cui si moltiplicano i segnali di pericolo.

Quello che ci è dato supporre è che Trump dedichi il tempo che separa la sua più che probabile elezione dal suo insediamento alla chiusura di un accordo con Putin che ponga fine alla guerra in Ucraina o, nell’ipotesi più riduttiva, all’impegno Usa nella medesima, lasciando ai diretti interessati il compito di definire i termini e le condizioni di una possibile intesa.

Tematiche cui però i partner europei, anche per il momentaneo (?) venir meno della sponda Usa non sembrano dedicare, ed è un eufemismo, la dovuta attenzione.

E qui occorre tornare brevemente sull’accordo che ha portato alla riconferma della von der Leyen. Che quelli del Pd, con l’appendice dei verdi di Bonelli, devono aver firmato – così come accadde ai tempi dell’equiparazione tra nazismo e comunismo – senza averlo ben letto.

Al centro di quel programma, che potrebbe essere condiviso dagli esponenti moderati del battaglione Azov, non ci sono solo la Kallas, l’impegno senza riserve a favore dell’Ucraina, le forniture di armi aperte, in prospettiva, a ogni possibile uso, Putin nella veste di criminale assassino, con tutto l’armamentario che abbiamo imparato a memoria; ma anche l’idea di un conflitto da prolungare all’infinito con l’unica motivazione dell’assenza di alternative.

A questo punto, a meno che Michelle o chi per lei faccia il miracolo, già prima della fine dell’anno Trump dovrebbe incontrare Putin. Per chiudere, in qualche modo, la partita tra Washington e Mosca, con il relativo disimpegno in Ucraina; e con la reciproca convinzione che Kiev non possa avere, ad un tempo, l’entrata nella Ue e nella Nato, assieme alla Crimea e al Donbass.

Entreranno a questo punto in campo gli ucraini e gli europei, divisi all’interno di due opzioni estreme: il rifiuto dell’accordo con tutte le conseguenze, per lo più negative, che ne derivano; o la sua accettazione passiva, con tutte le mancate opportunità che ne sarebbero la conseguenza.

A decidere, in un panorama frastagliato e pieno di contraddizioni, saranno i socialisti storici. Pretendere che questi assumano posizioni coerenti e coraggiose su qualsiasi argomento è pretendere troppo.

E, allora, tempo al tempo. E a ciascuno il suo. A noi di lottare per il riconoscimento dello stato palestinese; e per la fine del massacro di Gaza. E a israeliani e palestinesi, con il nostro appoggio, di creare le condizioni per un futuro comune. All’Europa il diritto/dovere di difendere le fragili democrazie sudamericane dalla triade Trump/Milei/Bolsonaro. E, infine, al movimento pacifista nella accezione più ampia, la richiesta martellante di una tregua nel conflitto in atto in Ucraina: l’unico, dico l’unico mezzo che consenta alle due grandi opzioni in campo – da una parte un accordo generale che consenta il reintegro, con tutti i relativi vincoli reciproci della Russia in Europa; dall’altra un’Europa superarmata e  sostitutiva del gendarme Usa nella vigilanza arcigna della sua frontiera orientale, così da lasciare mano libera a Trump e ai falchi del “deep state” in Asia – di misurarsi ad armi uguali. E, in conclusione, al movimento pacifista di rappresentare, finalmente, una contrapposizione credibile alle élite dominanti in Europa e ai loro volonterosi collaboratori.

 

A seguire la solita insopportabile omelia veicolata dai soliti insopportabili commentatori di regime: l’Europa da cui ci staremmo isolando, il sovranismo/putinismo, l’Ucraina come barriera a difesa della democrazia e dell’Europa e, per gli stomaci forti, la necessità di difendere i potenziali immigrati dalle lusinghe degli scafisti, e a casa loro.

Tutto ciò ci avvicina inesorabilmente al “momento della verità”; nel nostro caso uno dei momenti di svolta richiamati nelle già ricordata definizione di Obama.

 

Alberto Benzoni

Presidente di Risorgimento socialista

Tags: Alberto BenzonipacifismoSocialismotrumpismo
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