In un precedente articolo abbiamo considerato la figura del Il rifugiato secondo la definizione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951, e di come lo stesso senta la “necessità” che lo costringono suo malgrado a lasciare il proprio paese.
Partendo dalle considerazioni fatte nel precedente articolo non si può a questo punto cercare di inquadrare, anche in ambito storico, le fattispecie in esame, stabilendo quindi le giuste connessioni esistenti tra le varie esperienze immigratorie che hanno caratterizzato il XX° e l’attuale secolo.
La seconda guerra mondiale e il periodo dell’immediato dopoguerra provocarono il maggiore esodo di popolazione della storia moderna, furono però i movimenti della popolazione da un capo all’altro del continente europeo, tragicamente devastato dalla guerra, a preoccupare di più le potenze alleate. Molto tempo prima della fine della guerra, queste erano già consapevoli del fatto che la liberazione dell’Europa avrebbe comportato la necessità di far fronte a massicci sconvolgimenti.
La Conferenza di plenipotenziari del luglio 1951 portò all’adozione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.[1] Questa si concentrò sui problemi dei rifugiati europei, dato che la sua creazione aveva coinciso con l’inizio della guerra fredda, la soluzione contemplata all’epoca era in genere il reinserimento. La prima grande sfida fu nel 1956, con l’esodo di circa 200mila rifugiati dall’Ungheria, a seguito della repressione sovietica della rivolta ungherese; la crisi fu risolta con il reinserimento in Paesi occidentali della maggioranza dei rifugiati. C’è comunque da ribadire che era l’Europa al centro dell’attenzione tanto è vero che non ci si occupava dei migliaia di profughi cinesi che arrivavano a Hong Kong, o dei tibetani che, nello stesso decennio si rifugiavano in India. Durante gli anni ’60, in un decennio di rapida espansione economica, la guerra fredda fece si che soltanto pochi rifugiati o richiedenti asilo poterono raggiungere i Paesi occidentali; i nuovi arrivi erano comunque ben accolti, in quanto andavano ad alimentare il bisogno di manodopera di una economia europea in espansione. In questi anni inoltre il processo di decolonizzazione in Africa accelerò segnando l’inizio di una nuova era, nella quale il centro dell’attenzione si allontanò dall’Europa. Questi rifugiati erano diversi, per molti aspetti, da quelli cui faceva riferimento, nel 1951, la Convenzione dell’ONU. In genere si trattava di persone che avevano abbandonato le loro case non per un timore di persecuzione, ma a causa della guerra e delle violenze legate alla decolonizzazione. Perlopiù non volevano integrarsi nel Paese d’asilo, ma rimpatriare appena il Paese d’origine fosse diventato indipendente o la situazione più sicura. C’è da ricordare inoltre, che nel 1967, la limitazione geografica e quella temporale della Convenzione Onu del 1951 furono abolite grazie ad un nuovo Protocollo,[2] che la rese di applicazione universale. Nel 1971, la guerra che portò all’indipendenza del Bangladesh provocò la fuga in India di qualcosa come 10 milioni di rifugiati bengalesi: fu il più grande esodo di rifugiati della seconda metà del XX secolo. Dopo la fine delle ostilità la maggioranza degli esuli rimpatriarono entro il febbraio 1972. Nello stesso tempo altre persone erano costrette alla fuga dopo eventi quali la presa di Idi Amin in Uganda e il colpo di stato del Generale Pinochet in Cile. Sebbene la grande maggioranza dei rifugiati tenta di fuggire da qualsivoglia conflitto o forma di oppressione e tenda a concentrarsi di solito nei Paesi confinanti la facilità di spostamenti con mezzi aerei ha fatto si che alcuni fossero in grado di raggiungere il mondo industrializzato. L’esodo dall’Indocina iniziato negli anni ’70 preoccupò, per il gran numero i Paesi occidentali, che consideravano gli indocinesi in buona parte migranti economici anziché rifugiati. L’esodo indocinese mise in evidenza i limiti della volontà degli Stati occidentali di concedere l’asilo, anche a profughi di regimi comunisti.
[1] Convention relating of the Status of Refugees of 28 July 1951.
[2] Protocol relating to the Status of refugees of 30 January 1967.

