Dopo la vittoria del Nuovo Fronte Popolare alle ultime elezioni legislative francesi, in Italia si sono registrate due diverse reazioni, ma interconnesse. Da una parte si è notato un netto fastidio per il successo de La France Insoumise (sempre definita -con intenti spregiativi- sinistra radicale e non già unica sinistra autentica) e dall’altra parte si è data una lettura ulivista di quel successo complessivo. In realtà, e proprio in virtù dell’impronta data dal partito di Melenchon, si tratta di ben altro che ulivismo. Il successo della coalizione ha chiaramente un carattere antiliberista, contrario alle politiche oligarchiche che negli ultimi decenni hanno sovvertito le democrazie, lasciandone sopravvivere le sole forme. Per l’ex sinistra di casa nostra, però, “fare come in Francia” significa creare ammucchiate di sigle per “vincere”.
Ammesso che le ammucchiate portino alla vittoria, e non aumentino invece l’astensionismo, che fare dopo la vittoria? La risposta sta in quanto l’ex sinistra ha fatto negli ultimi decenni: gestire l’esistente, curare gli interessi che stanno dietro agli attuali sistemi politico-sociali. Bisogna vincere, insomma, per continuare a svolgere politiche neoliberiste, intrinsecamente antidemocratiche.
Come ben si vede, la lezione proveniente dalla Francia non trova passaporti per giungere in Italia. Un simile stato di cose evidenzia sia povertà d’analisi sia miseria etico-politica. Seguendo la via prospettata dagli ulivisti incalliti, la traduzione italiana della lezione francese si risolverebbe, ancora una volta, in percorsi elitari, radicalmente antidemocratici. Le geniali teste della fu sinistra italiana, in definitiva, chiamano il demos a raccolta e alla lotta in nome del popolo e per conto delle élite. Secondo la ratio della sinistra per pura etichetta, bisognerebbe dunque fare una rivoluzione per continuare ad alimentare gli interessi dei nemici delle classi medie e popolari. Alla base di una tale situazione, ci sono gravi limiti culturali e morali e una totale mancanza di senso della vergogna.

