Qualche settimana fa, il capo di stato maggiore britannico ha invitato il suo governo a prepararsi per una terza guerra mondiale destinata a scoppiare tra tre anni, in conseguenza dell’attacco a Taiwan da parte della Cina.
Più o meno nello stesso periodo, il segretario della Nato Stoltenberg, giunto al termine del suo mandato, ha scelto come responsabile del Fronte sud dell’alleanza uno spagnolo e non, come molti davano per scontato, un italiano.
Iniziative e scelte che non hanno suscitato particolari reazioni; a prescindere da quella, scontata, del governo italiano. E questo è senz’altro un segno dei tempi. Come sono un segno dei tempi le loro gravi anomalie: nel merito e, ancor più, di metodo.
Nel primo caso, parlare di una guerra prossima ventura legata all’invasione di Taiwan da parte della Cina assume la veste di un auspicio più che di un timore. A prescindere dal fatto che non tiene il minimo conto della prospettiva di medio/lungo termine in cui si colloca, da sempre la strategia cinese. Fino a parlare del 2041 come data limite di una riunificazione nelle previsioni pacifica.
Si dirà che indicare sempre nuovi pericoli per avere sempre più soldi fa parte dell’ “armamentario” (il bisticcio è voluto Nda) della lobby delle armi. Ma qui siamo molto oltre; al fatto che un servitore dello stato detti pubblicamente la linea non solo al suo paese ma all’intera alleanza occidentale. E senza pagare dazio. Così come (e parliamo di nuovo di metodo) non s’era mai visto che una nomina importante, come quello dello “zar per l’africa” fosse decisa motu proprio dal segretario uscente e non dai responsabili politici.
Sconfinamenti del genere erano stati tentati, ai tempi della guerra fredda, dai militari americani. Mc Arthur, grande e prestigioso eroe della seconda guerra mondiale, nel chiedere pubblicamente di sganciare l’atomica sulla Cina, dopo il suo intervento nella guerra di Corea. Ma per essere, altrettanto pubblicamente, richiamato all’ordine da Truman. E, nel decennio successivo, questa volta nelle segrete stanze, dai vertici militari dell’epoca: a sostegno dell’intervento atomico Usa nella prima guerra d’Indocina, per un intervento militare a Cuba. E, infine, per rispondere, con l’uso della forza, all’installazione di missili nell’isola. Richieste regolarmente respinte sia da Eisenhower che da Kennedy.
Una serie cui possiamo aggiungere: il mancato appoggio alla strategia di “roll back”, sostenuta da Foster Dulles; il brusco stop all’intervento franco/inglese all’indomani della nazionalizzazione del canale di Suez; e, infine, il mancato sostegno alla rivolta dei colonnelli in Algeria, anche se ispirata, a detta dei suoi sostenitori, ai valori dell’occidente e alla lotta senza quartiere contro i suoi nemici.
Ciò detto, il complesso militare/industriale non aveva certo deposto le armi. Anche se tutto, ma proprio tutto sembrava dare ragione ai teorici del “containment” e ai sostenitori del dialogo. Per arrivare alla dissoluzione pacifica del campo socialista; agli accordi politici che avevano posto fine, almeno così si sperava, a conflitti secolari in Sud Africa, in Irlanda del Nord e in Medio Oriente. E alla grande capacità coalizionale che aveva contraddistinto, assieme al consenso dell’Onu, la prima guerra contro Saddam Hussein. E, a coronare il tutto, il ruolo fondamentale di Washington nel favorire l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio e (ebbene sì) nella scelta del successore di Eltsin).
E però, nello spazio di una generazione, il quadro è radicalmente mutato. Al punto di registrare il ruolo, assolutamente egemonico, del complesso militare/industriale nel dettare la linea di un confronto, a somma zero, con Russia e Cina, oltre ad una serie di altri nemici sparsi per il mondo.
Una svolta radicale di cui è essenziale riuscire a capire le ragioni.
Qui non mancano le possibili spiegazioni. Anzi, per la verità, ce ne sono anche troppe. Al punto di doverle richiamare qui, molto sinteticamente; affidandole, per memoria, alla riflessione dei nostri lettori.
C’è, la radicale svolta a destra dei partiti americani. Accompagnata, peraltro, fattore di grande confusione, dal venir meno di qualsiasi cultura “bipartisan”.
C’è la scomparsa della sinistra internazionale. O, per dirla più chiaramente, il suo suicidio.
C’è l’intorpidimento politico, intellettuale e morale, di intere generazioni, che non hanno vissuto, fino a cancellarla dalla memoria, l’esperienza della seconda guerra mondiale e il valore oggettivo della lotta per la pace e il disarmo.
Ma c’è, soprattutto, l’atteggiamento di una superpotenza che considera la sua egemonia non come una meta da trasformare o come il frutto di una linea politica da aggiornare ma come un inveramento di un diritto divino da difendere con tutti i mezzi. E con il ricorso preferenziale a quelli militari. Dimenticando, anche qui completamente che la vittoria, totalmente pacifica nella prima guerra fredda era stata il frutto di un disegno collettivo e che, al dunque, si era concretizzata nella superiorità manifesta della Volkswagen sulla Trabant.
In tale contesto, il documento presentato dagli apparati di sicurezza nel 2OO1, in vista del discorso di Bush sullo stato dell’Unione è, nella sua intrinseca brutalità, fortemente dissonante.
Al centro l’esigenza di difendere ad ogni costo e con tutti mezzi l’egemonia americana messa in discussione dall’esistenza in vita, e quindi dalla crescita di Russia e Cina. Poggiando, in ultima istanza sull’unico terreno su cui gli Stati Uniti hanno una superiorità indiscutibile: quello militare.
Non c’è, attenzione, in agenda una nuova guerra mondiale. Ipotesi, comunque, invendibile alla propria pubblica opinione; e ancor più, sia detto per inciso, dopo le esperienze disastrose dell’ “interventismo democratico” nei decenni successivi.
Non siamo, dunque, alla “guerra come politica condotta con altri mezzi” di Clausewitz ma al suo inverso: la politica come guerra condotta con altri mezzi (il che spiega, tra l’altro, le persistenti difficoltà del movimento pacifista). Ed è su questo terreno che il complesso militare/industriale celebrerà i suoi fasti, a partire dai primi anni venti.
Scartata, come detto, l’ipotesi di un coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti e dell’occidente in un conflitto militare diretto, si tratta di sostituire alla guerra la cultura della guerra. E cioè di compattare l’occidente di fronte a una minaccia di aggressione permanente condotta da nemici (i russi, i cinesi, gli islamici, gli iraniani e via elencando) ad un tempo malvagi, irresponsabili e capaci di tutto, in tutti i campi e con ogni mezzo possibile.
Mancava però in questo quadro apocalittico, chi fosse disponibile ad accollarsi il ruolo di testimone e combattente di prima linea contro l’Impero del Male. Il contesto storico, assieme all’interpretazione strumentale di cui è stata oggetto, ha attribuito questo ruolo a Zhelensky e Netanyahu. Diventati, così, non solo portabandiera di un disegno ma protagonisti nel determinarne la futura realizzazione; al prezzo e, quindi, con il vantaggio di portarla avanti militarmente in prima persona. Con una buona dose di furbizia nel caso di Zhelensky; con una volontà di distruzione accompagnata da una ferocia senza limiti in quello di Netanyahu. Mentre gli Stati Uniti appaiono sempre più come degli apprendisti stregoni, incapaci di controllare e magari obbligati a seguire gli spiriti incautamente evocati.
Per gli Stati Uniti, ma anche per il loro complesso militare/industriale è dunque arrivato il momento della verità. Ma, in un certo senso anche per noi, osservatori esterni.
Siamo, così si dice, appesi a un filo e sull’orlo dell’abisso. Ma se guadiamo verso il basso, vediamo una serie di persone e di forze che si affannano per evitare la catastrofe che avevano incautamente evocato. E un complesso militare/industriale nella terra di nessuno del “fin qui ma non oltre”. Una zona da cui nessuno intende procedere verso l’abisso; ma non esistono ancora le risorse suscettibili di ricondurci sulla terraferma. E in cui tacciono le voci dei guerrafondai ma senza essere sostituite da quelle dei pacifisti.
Una situazione in cui può succedere tutto e il contrario di tutto. E in cui una cosa sola è certa: che la pretesa di ricostruire l’egemonia Usa a partire dalla propria superiorità militare può portare, forse alla terza guerra mondiale; ma, questo è certo, da nessun’altra parte.
Alberto Benzoni
Presidente di Risorgimento socialista

